Quale liberalismo e per far cosa

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In questo caso la citazione è meno recente; ma è particolarmente significativa: «La lezione è semplice: se lo Stato non ci mette lo zampino l’economia è perfettamente in grado di risolvere i suoi problemi. Come diceva Reagan, lo Stato è il problema non la soluzione» (4). Concezione così ribadita: «nella maggior parte dei casi lo Stato è il problema — l’intervento dello Stato crea problemi, anzichè risolverli» (5). Qui Reagan è citato come massima fonte liberale. Fra i liberisti italiani dei nostri giorni si dà per scontato il carattere liberale della politica economica condotta dai governi di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan. Ricordo, invece, la freddezza di Giovanni Malagodi nei loro confronti, soprattutto nei confronti della signora Thatcher. La quale, non a caso, guidava il Partito conservatore del Regno Unito, fortemente criticato dal Liberal Party. Il giudizio di Malagodi deve pur significare qualcosa, considerato che egli era Presidente dell’Internazionale liberale.
Antonio Martino suole ripetere che le controversie fra gli economisti si risolvono nella differenza fra quelli che conoscono l’Economia e quelli che non la conoscono. Dando, ovviamente, per scontato che lui è fra coloro che sanno. Penso che le cose siano molto più complesse. La scienza economica era ed è tuttora campo di non risolte controversie. Voglio ricordare il palermitano Francesco Ferrara (1810-1900). Ferrara, uno fra i protagonisti del Risorgimento siciliano nel 1848, l’anno seguente si rifugiò nel Regno di Sardegna, per sottrarsi alla reazione borbonica. Ancora oggi è ricordato come uno fra i più brillanti e dotti economisti italiani d’indirizzo liberista. Nell’estate del 1874 Ferrara fondò la “Società Adamo Smith”, che ebbe qualificate adesioni soprattutto in Toscana ed in Sicilia. Tra i fondatori figurano Gino Capponi, Ubaldino Peruzzi, Bettino Ricasoli; e, tra i soci ordinari, Sidney Sonnino e Vilfredo Pareto (6). Alla Società creata dal Ferrara si contrappose però l’Associazione per il progresso degli studi economici, di cui fu magna pars Luigi Luzzatti, il quale, si badi bene, non era un socialista, ma un deputato della Destra Storica. Tra gli economisti non c’è mai stato accordo. Questa è la verità.

L’evocazione della Destra storica, cioè del gruppo politico che direttamente si richiamava a Cavour, introduce la quarta citazione. Si tratta dello storico Giovanni Belardelli, autore di una recente biografia di Mazzini, inserita nella collana “L’identità italiana” de Il Mulino. Ho letto il libro perché m’interessa Giuseppe Mazzini (non chi ne scrive), ma, per i miei gusti, in questo caso il biografo si è caratterizzato per un voluto distacco critico ed una evidente assenza di simpatia per il personaggio di cui delineava il profilo. Mazzini, per fortuna, ha avuto altri studiosi. Belardelli ha recensito nel Corriere della Sera un libro antologico su Marco Minghetti, curato da Raffaella Gherardi (“Il cittadino e lo Stato”, Morcelliana, 2011). Nell’occasione, Belardelli ha lamentato la relativa sfortuna delle idee di Minghetti nella cultura politica italiana, «propensa ad apprezzare assai di più un liberalismo come quello degli hegeliani di Napoli, i quali ponevano al centro lo Stato che — come scriveva Silvio Spaventa — “ci comanda, ci obbliga e ci sforza al bene comune”» (7). Qui Belardelli ripropone una vecchia polemica contro gli “hegeliani di Napoli”, polemica che, come modesto studioso di Benedetto Croce, non so più quante volte ho incontrato. Con questa chiave interpretativa, il lettore dovrebbe essere indotto a pensare che sia colpa degli hegeliani napoletani e massimamente di Silvio Spaventa se Minghetti non sia stato apprezzato come avrebbe meritato. Mi limito a ricordare che quando il 18 marzo del 1876 ci fu la cosiddetta “rivoluzione parlamentare”, che determinò la caduta del governo presieduto da Marco Minghetti e la conseguente emarginazione della Destra storica, Spaventa era autorevole ministro di quell’Esecutivo. Minghetti e Spaventa furono messi in minoranza perché il loro governo voleva che il sistema ferroviario nazionale fosse di proprietà e sotto l’esercizio dello Stato; Francesco Ferrara e i suoi amici deputati liberisti toscani unirono i loro voti a quelli della Sinistra per mettere in minoranza la Destra storica.

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