Quale liberalismo e per far cosa

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Traggo le conclusioni da quanto finora ho argomentato. Molti “liberali” odierni sono convinti che la teoria liberale sia nata con Friedrich A. Hayek e trovano inconcepibile la distinzione crociana tra liberalismo e liberismo economico. Hayek aveva una sua rispettabilità come pensatore; anche se acquistò notorietà internazionale soprattutto come critico della teoria economica di John M. Keynes. Questo semplice fatto dovrebbe già mettere in guardia. La teoria economica classica si dimostrò impotente a fronteggiare la grande crisi economica del 1929 e Keynes tentò altre soluzioni proprio perché toccava con mano che con le ricette tradizionali non si andava da nessuna parte. Il Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt non fu un socialista (come sbrigativamente sostengono tutti coloro che chiamano “socialismo” qualunque forma di intervento pubblico nell’economia), ma un campione delle democrazie liberali e dell’Occidente. Nel suo celebre discorso del 1941 sulle “quattro libertà” essenziali, ripropose due libertà tradizionalmente proprie della teoria liberale, la libertà di manifestazione del pensiero e la libertà di religione (freedom of speech e freedom of religion). Ad esse affiancò la libertà dalla paura (freedom from fear) e, soprattutto, la libertà dal bisogno (freedom from want). La libertà dal bisogno non è una diavoleria socialista, ma è il naturale svolgimento di un liberalismo preso sul serio. Se la libertà è un principio fondamentale, essenziale per la dignità di tutti gli esseri umani, occorre impegnarsi per la liberazione dalla povertà, perché non è libera un’esistenza ridotta a lotta quotidiana per il soddisfacimento dei bisogni materiali più elementari. Così come occorre impegnarsi per la liberazione dall’ignoranza. Infatti, non c’è libertà quando venga negata la possibilità di accedere progressivamente a sempre più raffinate forme di sapere e di conoscenza, speculativa e tecnica, da usare per la costruzione di un proprio autonomo progetto di esistenza. Adolfo Omodeo definiva tutto questo “libertà liberatrice”, con una formula già usata dal Mazzini.

Purtroppo i “liberali” della genìa cui mi riferisco vanno molto oltre Hayek. Sono affascinati da autori, per fortuna minoritari negli Stati Uniti. Si dicono liberali ma sono, nella sostanza, anarco-capitalisti. Le posizioni sono note: a) il diritto di proprietà viene concepito come un diritto assoluto, intangibile; b) si chiede che l’imposizione fiscale sia ridotta quanto più è possibile, in modo da impedire l’intervento pubblico in economia e da determinare il progressivo dimagrimento e, tendenzialmente, l’estinzione di ogni apparato pubblico; c) pur di ridurre gli apparati pubblici, si chiede che anche parte dei compiti ora disimpegnati dalle Forze dell’ordine siano assolti da strutture private, ossia da agenzie di professionisti militari; ma è fin troppo chiaro che queste forme di difesa privata opererebbero nell’interesse e ad esclusivo servizio dei privati che pagano; d) si vuole il libero uso del territorio e delle risorse naturali (ecco gli “spiriti animali”, evocati da Panebianco), in modo da massimizzare lo sviluppo economico, ponendo come unica regola compensativa che chi inquina paghi una tassa commisurata al danno ambientale arrecato; e) le parole “privatizzazione” e “liberalizzazione” assumono una valenza mitica, sono parole magiche, idonee a caratterizzare ogni politica economica “virtuosa”. I “liberali” nel senso predetto tendono naturalmente a collocarsi a destra nello schieramento politico e, in Italia, non possono non essere “berlusconiani”. Essendo programmaticamente antistatalisti, sono, di conseguenza, entusiasticamente federalisti ed indifferenti alle sorti dello Stato italiano unitario.

Non voglio avere alcuna comunanza politica con gli anarco-capitalisti, anche quando si dicono liberali. Il dialogo ed il confronto su argomenti concreti, ovviamente, non sono in discussione: devono essere possibili, in generale, tra tutte le persone civili. A maggior ragione se si tratta di liberali, sia pure di contrapposto indirizzo. Tuttavia, dal punto di vista della pratica politica, non devono esserci equivoci. Non solo non voglio ritrovarmi con loro in una stessa organizzazione politico-partitica, ma non li voglio nemmeno come alleati nella medesima coalizione. Mi sento e sono alternativo a loro. C’è, dunque, bisogno di parole nuove che si uniscano a quelle antiche, per marcare e far risaltare immediatamente le differenze.

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