Quale liberalismo e per far cosa

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Parto da Carmelo Palma, direttore di “Libertiamo”; Palma si è formato nel Partito Radicale (quello pannelliano) e, pertanto, si riconosce nel trinomio “liberale, liberista, libertario”. Ha accompagnato Benedetto Della Vedova, anche lui formatosi nel PR, nel suo itinerario politico; attualmente, Della Vedova è deputato di “Futuro e Libertà”. In un articolo pubblicato il 18 maggio 2011, Palma sfotte un poco i moderati, “Moderati di tutta Italia, unitevi”, i quali pure dovrebbero essere graditi al cosiddetto “terzo Polo”. Si rivolge direttamente ai liberali e fa loro un’esortazione: “disinibitevi”. Quello che Palma auspica è appunto un liberalismo «radicale e disinibito»; che dia fiducia «più alla società che allo Stato, più all’individuo che alla comunità, più alla partecipazione civile che all’intermediazione politica» (2). Qui viene fuori l’anima libertaria dei Radicali. Che non intendono l’aggettivo “libertario” come lo potevano intendere Vittorio Alfieri e Piero Gobetti, o come l’intendevano i giovani studenti universitari tedeschi al tempo in cui visse Immanuel Kant, ossia “freisinnig” (persona dal libero sentire). No, per i Radicali pannelliani, libertario significa proprio “anarchico”. Quindi, tendenziale sfiducia nei confronti delle Istituzioni rappresentative — il “Palazzo”, che tende sempre a fregare i buoni cittadini per fare gli interessi del ceto politico e burocratico — ed esaltazione della democrazia diretta, con il suo principale strumento di espressione: il Referendum popolare.

La seconda citazione è di Angelo Panebianco, intelligente commentatore dei fatti politici. Con il quale mi è capitato frequentemente di essere d’accordo; tranne per un’impostazione generale che, dal mio punto di vista, attribuisce troppi meriti e troppe virtù salvifiche al bipolarismo, che Panebianco vorrebbe consolidare con tecniche di ingegneria istituzionale ed elettorale, quale elemento portante del sistema politico. Aggiungo che non condivido neppure l’esaltazione della legge elettorale maggioritaria basata su collegi uninominali, a turno unico, come nel modello inglese. Nell’editoriale titolato “Distanti e divisi, i nodi del centrodestra”, pubblicato nel Corriere della Sera, Panebianco così consiglia il Presidente del Consiglio: [Berlusconi] «deve, in accordo con Tremonti, fare ciò che è lecito aspettarsi da un governo di centrodestra: dare una vera sferzata pro-crescita all’economia, liberare gli ingessati “spiriti animali” del capitalismo italiano» (3). A me sembra che, negli ultimi decenni, gli “spiriti animali” siano stati fin troppo liberi, e che questo abbia portato ad una devastazione senza precedenti del patrimonio naturale ed ambientale, e ad offese imperdonabili alle bellezze del paesaggio. Vorrei che le istituzioni pubbliche a tutti i livelli, a partire dal Governo nazionale, operassero per salvaguardare e realizzare il bene comune. Il che non significa soltanto impedire la cementificazione di ciò che resta del territorio; ma richiede, ad esempio, che le opere pubbliche siano realizzate a regola d’arte, con tutte le garanzie dal punto di vista delle tecniche costruttive, in modo da non richiedere interventi di manutenzione straordinaria già pochi giorni dopo l’inaugurazione. Vorrei anche che chi costruisce male, appropriandosi del denaro pubblico e mettendo in pericolo l’incolumità dei cittadini, riceva punizioni severe e, comunque, tali da funzionare come reale deterrente nei confronti di quanti in futuro intendessero percorrere la medesima strada.
La terza citazione è di Antonio Martino; il cui cognome richiama le origini familiari messinesi e si associa subito suo padre, Gaetano, che fu docente universitario, autorevole politico e ministro espresso dal Partito liberale (PLI). Invece, Antonio Martino è un economista della scuola statunitense di Milton Friedman ed è noto per essere stato tra i fondatori del partito “Forza Italia”.

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