Quale liberalismo e per far cosa

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Nei rapporti internazionali, il liberalismo è naturalmente contrario ad ogni tirannia e ad ogni forma di governo dispotico. Il che non significa promuovere ovunque ribellioni contro i tiranni al potere; perché la conseguenza sarebbe la guerra generalizzata. In politica estera l’idealismo va sempre coniugato con il realismo. Occorre la capacità di saper mettere in movimento le cose in direzione dell’affermazione della libertà, cogliendo le opportunità che si offrono e gli spazi che si aprono; nei limiti del sistema di legalità internazionale che deve necessariamente basarsi sull’Organizzazione delle Nazioni Unite. Per quante riforme si auspichino nella struttura e nel funzionamento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non si può prescindere dall’ONU.
I liberali genuini, che perseguono un’idea di bene comune, devono quindi diventare una famiglia politica diversa rispetto agli anarco-capitalisti. Soltanto a questa condizione il liberalismo potrà avere ancora un futuro in Italia, in Europa e nel Mondo. Un movimento politico è vitale se serve a qualcosa. Io legherei le sorti dei liberali alle esigenze di buona amministrazione e di buon uso del pubblico denaro. Esigenze che, nella situazione data, hanno una valenza autenticamente rivoluzionaria. Ci sono praterie da percorrere per chi intenda eliminare i costi impropri della politica e ridurre drasticamente il numero di quanti vivono di politica, mantenuti con il pubblico denaro. Il patriottismo costituzionale è doveroso quando si tratta di difendere le disposizioni della parte prima della Costituzione. Ad esempio, l’articolo 41 della Costituzione, nel testo vigente. E’ sacrosanto che l’iniziativa economica privata non possa svolgersi “in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, come bene scrissero i Costituenti al secondo comma dell’articolo 41 Cost.. Tuttavia, servono certamente anche riforme costituzionali. La riforma più urgente, secondo me, sarebbe la correzione di molte disposizioni introdotte nel 2001 nel Titolo quinto della parte seconda della Costituzione. Occorre un riordino istituzionale. Infatti, l’unico modo serio di responsabilizzare gli amministratori sarebbe quello di evitare la frammentazione e la sovrapposizione delle competenze fra troppi livelli di governo.

C’è un’ulteriore distinzione, che ho già affermato in passato: quella nei confronti della cosiddetta “sinistra liberale”. In questo caso però la separazione politica è già avvenuta, perché la “sinistra liberale” è composta da quanti ritengono che i liberali, in quanto tali, non abbiano più un futuro politico e che servano sintesi ideali liberal-socialiste, o socialiste-liberali, che dir si voglia. Di conseguenza, fanno parte, più o meno felicemente, del Partito Democratico o dei soggetti politici che periodicamente tentano di riaggregare l’area socialista.

Livio Ghersi

NOTE:

(1) Iohn Maynard Keynes, “Occupazione Interesse e Moneta. Teoria generale”, traduzione italiana di Alberto Campolongo, Torino Utet, 1963, p. 340.
(2) Carmelo Palma, “Moderati di tutta Italia, unitevi. Ma voi liberali, disinibitevi”, articolo pubblicato nel sito di “Libertiamo” il 18 maggio 2011.
(3) Angelo Panebianco, “Distanti e divisi, i nodi del centrodestra”, nel quotidiano “Corriere della Sera”, edizione del 18 maggio 2011.
(4) Antonio Martino, “Lo statalismo è la causa non la soluzione”, pubblicato il 6 settembre 2009 nel sito dell’Istituto Bruno Leoni (IBL) / Idee per il libero mercato.
(5) Elisa Palmieri, “LiberalCafè intervista l’on. Antonio Martino”, pubblicato dal periodico on-line LiberalCafè il 20 dicembre 2010.
(6) Riccardo Faucci, L’economista scomodo. Vita e opere di Francesco Ferrara, Sellerio Editore, Palermo, 1995, p. 251 e nota n. 42 a p. 274.
(7) Giovanni Belardelli, “Minghetti, né liberista né statalista: la via liberale del giusto mezzo”, nel quotidiano “Corriere della Sera”, edizione del 17 maggio 2011.

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