Revisionismo laico e democratico: la questione democratica

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Anche solo da queste poche considerazioni appare evidente e scontata l’ostilità della Chiesa Cattolica nei confronti del Risorgimento italiano e delle forze laiche, massoniche e libertarie, che in larga misura lo animarono, come animarono, più in generale, a livello internazionale la nascita dello Stato moderno. Ma si deve concludere da ciò che il revisionismo del Risorgimento deve correre necessariamente lungo la linea, che ha contrapposto ed ancora contrappone laici a cattolici o, magari con finezza dinastico politica, Sabaudi a Borbonici; nello spirito laico-progressista, i primi, e cattolico-conservatore, i secondi? Tale interpretazione parrebbe avvalorata dalla visione di un banditismo meridionale in chiave socio-politica, iconograficamente rappresentabile con le armate sanfediste guidate dal Cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara (meno iconografica si presenta l’immagine postunitaria di un Carmine Crocco o di un José Borges), contrapposto ad un espansionismo piemontese colonialista e giacobino, troppo propenso al crimine (un nome per tutti: Bronte) ed alla tirannia (uso dell’esercito in funzione di ordine pubblico e prefetti come proconsoli politici e militari del potere centrale)1. Eppure non sembra essere questa la chiave più accreditabile di un revisionismo risorgimentale storicamente fondato.

Infatti, detto revisionismo presuppone sia un rigido monolitismo dei due schieramenti in campo (laici e cattolici; piemontesi e meridionali), sia il trionfo risorgimentale della parte laica, illuminista e libertaria su quella cattolica, oscurantista ed autoritaria. Entrambi questi presupposti si rivelano non corretti alla luce di una attenta ricostruzione storica. Non è possibile dimenticare né la presenza, pur minoritaria ma esistente, di cattolici nelle file del patriottismo risorgimentale, ma, soprattutto, non è possibile tralasciare il dibattito interno alla Chiesa tra correnti che chiedevano un profondo rinnovamento e correnti asserragliate intorno ad un grezzo conservatorismo antistorico, basti ricordare i nomi, pur di differente levatura culturale, di Antonio Rosmini, di Ugo Bassi o di Giovanni Verità, per citarne solo alcuni. Conseguentemente ben altro e diverso deve essere il revisionismo destinato a fare chiarezza sul nostro Risorgimento, ma anche sulla nostra stessa attuale realtà italiana.

Una utile indicazione ci viene da un giovane studioso dei primi del ‘900, prematuramente scomparso in circostanze politicamente drammatiche, Piero Gobetti. Il quale negli anni venti del secolo passato scrive un libro dal titolo particolarmente significativo e rivelatore: Risorgimento senza eroi 2. Ma è dal suo libro più famoso, La rivoluzione liberale, che giungono a noi i segnali più chiari per un revisionismo effettivo del Risorgimento e per una più convincente interpretazione, sia della sua incompiutezza, sia delle persistenti ed immutate difficoltà politico-democratiche italiane.

“Il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia: l’assenza di una vita libera fu attraverso i secoli l’ostacolo fondamentale per la creazione di una classe dirigente, per il formarsi di un’attività economica moderna e di una classe tecnica progredita (lavoro qualificato, intraprenditori, risparmiatori): che dovevano essere le condizioni e le premesse di una lotta politica coraggiosa, strumento infallibile per la scelta e il rinnovamento della classe governante.”3

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