Revisionismo laico e democratico: la questione democratica

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Se lo Stato, per primo, non contribuisce attivamente a costruire un clima di reciproca fiducia con i cittadini non è, poi, sensato stupirsi se i cittadini non si sentono moralmente vincolati dalle normative pubbliche e cercano di supplire in via autonoma alle più o meno gravi angherie, che lo Stato loro infligge. Il consenso democratico si fonda in primo luogo sulla fiducia e sulla buona fede dei cittadini nei confronti dell’organizzazione statale e di quest’ultima nei loro confronti, ma la fiducia non può essere coltivata nell’inefficienza/inefficacia dei servizi, nell’arroganza dei rappresentati dei pubblici poteri, nella furbizia, che rasenta la truffa, da entrambe le parti, nel sospetto di chi si attende di essere trattato con negligenza, incompetenza o, peggio, ingiustizia. Si potrebbe dire che gli esempi sopra riportati sono piccole anomalie in un contesto fondamentalmente democratico,ma, purtroppo così non è; essi altro non sono che pochi esempi tratti dal mare di comportamenti simili od assimilabili, che rappresentano la costante prassi quotidiana delle pubbliche istituzioni. Del resto, è proprio dai particolari che emerge con maggiore chiarezza la sostanza profonda delle istituzioni, poiché sono i particolari a colpire più profondamente gli interessi dei citadini ed ad essere meno visibili e, quindi, meno tutelabili dalle prepotenze e dalle illegalità.

Risalendo dai particolari al generale, si ricompone la profonda natura dello Stato italiano, che probabilmente deve i suoi evidenti caratteri non unitari e tirannici proprio al peccato orginale della propria nascita; ossia a quell’assenza di fiducia tra Stato e cittadini, che con icastica lucidità sociologica riusci ad illustrare ancora una volta l’Autore del Gattopardo, descrivendo il broglio elettorale che aveva certificato una unanimità inesistente di si al Plebiscito di annessione della Sicilia all’Italia:

“[…] adesso sapeva [don Fabrizio] chi era stato ucciso a Donnafugata, in cento altri luoghi, nel corso di quella nottata di vento lercio: una neonata: la buonafede: proprio quella creatura che più si sarebbe dovuto curare, il cui irrobustimento avrebbe giustificato altri stupidi vandalismi compiuti. Il voto negativo di don Ciccio, cinquanta voti simili a Donnafugata, centomila ‘no’ in tutto il regno, non avrebbero mutato nulla al risultato, lo avrebbero anzi reso più significativo; e si sarebbe evitata la storpiatura delle anime. Sei mesi fa si udiva la dura voce dispotica che diceva: ‘Fai come dico io, o saranno botte.’. Adesso si aveva di già l’impressione che la minaccia venisse sostituita dalle parole molli dell’usuraio: ‘Ma se hai firmato tu stesso?.”9

Purtroppo la stessa impressione di morte della buonafede si è più volte ripetuta in questi centocinquanta anni di unità nazionale, ad esempio al referendum popolare tra monarchia e repubblica del 2 giugno 1946, e continua a ripetersi, anche in tempi recenti, alle elezioni politiche ed a quelle amministrative.
Le analisi storiche o, più semplicemente, i bilanci degli avvenimenti non possono considerarsi utili se non si proiettano verso il futuro, nel tentativo di correggere quanto di negativo si reputi si sia sviluppato nel passato. Dunque anche nel caso italiano, non potrebbe dirsi completa e produttiva una disamina che si limitasse a criticare gli eventi trascorsi senza nulla proporre come rimedio a quanto criticato. La realtà sociale e politica non solo italiana, ma anche mondiale, della seconda metà del milleottocento non si presenta certo uguale od anche solo simile a quella attuale. Le visioni filosofiche nichiliste di Friedrich Nietzsche10 si estesero ben presto anche all’ambito sociologico e con il politeismo dei valori di Max Weber si dovette prendere atto, che la società industriale moderna andava affievolendo le antiche certezze assolute e monolitiche in nome di valori relativi, plurimi, soggettivi, in una parola, individuali.

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