Revisionismo laico e democratico: la questione democratica

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L’Autore approfondisce ulteriormente il tema e di fronte all’avvento del Fascismo esclama:

“Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché sogna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del Ministero Mussolini come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione.”4

Partendo da questi stimoli culturali, è ora più facile intraprendere una riflessione, che conduca ad un revisionismo risorgimentale meno inquinato da mitologie e da retoriche o, peggio, da preconcetti e da luoghi comuni, ma mosso prevalentemente da realistica ed impietosa analisi storica. Dunque, la revisione non può percorre le fuorvianti e propagandistiche strade della questione meridionale, che tende a contrapporre la monarchia sabauda a quella borbonica, e non può neppure rivisitare inveterate contrapposizioni tra cattolici e laici, tra clericali ed anticlericali, riaprendo, in questo modo, anche se con diverse sembianze, la vecchia questione romana. La revisione dotata di maggiore fondamento storico dovrebbe riguardare le componenti ideologiche, che hanno contribuito all’unificazione italiana. Infatti, non è possibile ignorare, data l’evidenza anche solo cronachistica degli avvenimenti, che lo Stato nazionale italiano nacque dalla convergente opera di due gruppi di forze politiche e sociali contrapposte: quelle libertarie, repubblicane, democratiche e federaliste, da un lato, e quelle autoritarie, monarchiche, stataliste e centraliste, dall’altro lato. Non è un caso che nel pensiero libertario di un Giuseppe Garibaldi, di un Giuseppe Mazzini, di un Carlo Cattaneo, di un Giuseppe Ferrari, di un Carlo Pisacane o di un Giuseppe Montanelli i concetti di repubblica, federalismo e democrazia tendessero a confondersi, ad unificarsi ed a coincidere nell’unico valore della libera autonomia dei cittadini5; mentre, sul versante opposto, Vincenzo Gioberti, con il suo federalismo neoguelfo, Carlo Alberto, piuttosto che Vittorio Emanuele II, o Camillo Benso conte di Cavour con le loro strategie di alleanza internazionale verso altre case regnanti cercassero di costruire uno Stato di sudditi, guidati in modo eteronomo dalla volontà di una ristretta oligarchia di notabili, se non direttamente dal monarca o dal Papa stesso. La contrapposizione tra questi due modelli istituzionali unitari non necessita di ulteriori precisazioni.

Tuttavia, per meglio comprendere la facilità con la quale riuscì sia l’occultamento storiografico di tale contrapposizione, sia il suo mascheramento retorico, pare opportuno sottolineare come nelle più roventi fasi insurrezionali e militari, che condussero all’Unità d’Italia, le due componenti risorgimentali, quella repubblicano-federalista-democratica e quella monarchico-centralista-autoritaria, risultarono quasi sempre mescolate e trasversali rispetto sia alla laicità ed alla religione cattolica, sia alla realtà politica settentrionale ed a quella meridionale. Fortunatamente, però, le contraddizioni storiche non possono essere cancellate completamente dal potere vincitore e dominante, neppure attraverso il controllo sociale e le falsificazioni pseudo culturali.

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