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Thomas More e la sua UTOPIA, sono ancora attuali?

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Un’importantissima novità che riguardò la letteratura del 1500 fu quella di Thomas More (Tommaso Moro) che inventò un genere letterario davvero diverso dal solito e del tutto attuale, la letteratura UTOPISTICA, dove la U privativa potrebbe significare assenza di, ma potrebbe anche essere un EU ovvero buono, buon luogo che non esiste, sostanzialmente. Ovviamente può trattarsi anche di una DIS topica, ovvero di una collocazione alterata della realtà, particolarmente utile quando parliamo di concetti etici o morali.

Ma se fosse una U che deriva dal tempo, potrebbe anche non esistere o essere proiettata in un tempo passato non verificabile o un futuro possibile. Veramente, quando un’utopia crea aspettative alteranti, è sottile il confine.

Nel 1516 Tommaso Moro pubblica quest’opera intitolata semplicemente UTOPIA, un libro che da cinque secoli continua a interrogare filosofi, politologi e storici. L’opera è tutta una serie di negazioni, non fiume, non città, non abitanti, tutto è negato perché si tratta di una critica politica, celata per espediente narrativo, in modo da non incorrere in punizioni politiche, è ma un dispositivo critico: un modo per guardare alla società del suo tempo — e del nostro — attraverso lo specchio di ciò che potrebbe essere dagli occhi di un umanista molto, molto astuto.

UTOPIA nasce come “finzione letteraria”: il racconto del viaggio di Raffaele Itlodeo, filosofo-navigatore imbarcato con Amerigo Vespucci, che sostiene di aver visitato un’isola perfetta. Moro usa questa cornice per costruire un modello politico alternativo all’Inghilterra del Cinquecento, segnata da povertà, recinzioni dei terreni, nobiltà parassitaria e una giustizia feroce che puniva con la morte anche i furti minori.

Il dialogo politico è ricco di informazioni ed è importante contestualizzarlo, altrimenti rischiamo di renderlo idealizzato in un periodo come questo, in cui la realtà amplificata e alterata dall’AI crea delle realtà parallele, utopistiche o distopiche. Ad ogni modo, ad oggi la fuga dalla realtà porta la realtà a correre dietro alla fiction del WEB, ovvero a creare dei mostri. Sostanzialmente. Non solo politici, ma anche sociali, economici.

Gli studiosi concordano sul fatto che l’isola politica non sia un semplice sogno irrealizzabile. Come scrive Quentin Skinner, “Moro non propone un progetto politico da attuare integralmente, ma un criterio di giudizio per valutare la giustizia delle istituzioni esistenti” (Skinner, Visions of Politics, 2002).

L’isola immaginata da Moro è infatti costruita con precisione quasi amministrativa, è abbastanza pesante da interpretare, non è un romanzetto di fantasia, ma un insieme di paragoni e di proporzioni molto difficili da indagare:
– lavoro obbligatorio per tutti,
– rotazione dei mestieri tra città e campagna,
– assenza di proprietà privata,
– istruzione pubblica universale,
– tolleranza religiosa,
– cariche politiche a rotazione annuale per evitare la formazione di élite permanenti.

Un modello che, secondo il filosofo Gregory Claeys, “anticipa temi del socialismo, del repubblicanesimo e persino del welfare state” (Claeys, Searching for Utopia, 2011).

Thomas More si propone come un antiplatone, nel senso che utilizza lo stratagemma del logos platonico, però guidando molto imperativamente il suo interlocutore con il navigatore, ovvero i tre uomini che discutono lo fanno in un ambito socratico, la classica festa del simposio, ma immerso in un contesto di isola nell’isola, ovvero la diversità dell’utopia che apparta gli uomini superiori per primato per discutere del viaggio di Raffaele, ovvero dell’Inghilterra dell’epoca in metafore, perché durante la Monarchia non c’era libertà di stampa.

Nel primo libro, Moro mette in scena un dialogo serrato tra sé, Pietro Gilles e Raffaele Itlodeo. Qui emerge la parte più politica dell’opera: la denuncia della povertà strutturale, delle recinzioni che espellono i contadini dalle terre comuni, della nobiltà oziosa e della pena di morte inflitta a chi ruba per fame. Secondo il grande storico dell’umanesimo Alistair Fox, “Moro costruisce un mondo perfetto proprio per mostrare quanto sia difficile realizzarlo” (Fox, Thomas More: History and Providence, 1982).

In un’epoca segnata da disuguaglianze, crisi ecologiche e nuove forme di controllo sociale, UTOPIA continua a essere un testo sorprendentemente attuale. Non perché offra soluzioni pronte, ma perché ci costringe a domandarci — oggi come nel 1516 — quale mondo vogliamo costruire. Le improvvise esplosioni di contestazioni che partono dal basso, le abbiamo viste durante il Covid-19, per la guerra in Palestina, per la crisi climatica, ma anche per altre situazioni, come ad esempio contro la ICE oppure in favore dell’Aborto, sono sempre attuali.

Non dobbiamo dimenticare che la situazione di UTOPIA dove i contadini e i poveri sono molti, non è molto diversa rispetto alla situazione migratoria in Europa e negli USA oggi, quando la migrazione è indispensabile, perché nessuno vuol lavorare per 3 dollari l’ora, ma poi si fanno rimostranze se tutta questa manodopera sottopagata alimenta le fila della microcriminalità, del disagio sociale e della miseria urbana.

L’autore propone argomenti di discussione che molti hanno interpretato come una sorta di socialismo, comunismo, anarchia sociale, che in realtà sono un inno alla solidarietà e alla responsabilità politica, linee di indirizzo in favore dell’uguaglianza sociale, contro la pena di morte e verso la democrazia, contro l’ozio fine a se stesso, ma finalizzato alla cultura e alla realizzazione delle proprie potenzialità culturali e intellettuali, mediche, scientifiche, di valore, in favore dell’impegno collettivo alla creazione di una comunità riformista e moderna. In questo senso, essendo un movimento intellettuale che concorre alla libertà delle persone, individuale, antinobiliare, è LIBERTARIO MA NON LIBERALE.

Martina Cecco

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