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Lavorare in Italia? Lo Stato compete con le aziende! I governi usano le politiche del lavoro per vincere le elezioni

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In Italia la crescente domanda di posti di lavoro, dovuta a un rapido cambiamento del costume sociale, che ha portato le donne a desiderare un lavoro retribuito anche fuori casa, nonché un cambiamento per i giovani per uno sviluppo del benessere, ha comportato una forte pressione a livello governativo per l’attuazione di riforme atte a restituire dinamiche attive e a dare occasione di carriera.

Dalla fine degli anni Novanta a oggi, il mercato del lavoro italiano è stato attraversato da una profonda trasformazione. Tornando indietro agli anni ’80 possiamo rivedere un clima lavorativo per certi versi più mite, ma meno regolamentato, sia a livello contrattuale che di sicurezza e meno esplicito. Oggi le cose sono cambiate, dopo un momento di estrema facilità, tornando a difficoltà che, tuttavia, non sono paragonabili al passato.

Al centro del dibattito vi è stata una domanda che continua a dividere economisti, politici e sindacati: più flessibilità significa davvero più occupazione? Spesso si confondono le parole flessibilità con precarietà, essere flessibili non significa dal punto di vista dell’incertezza lavorativa, bensì del rimpolpo di lavoro. La situazione italiana ha sempre comportato molte difficoltà nel conciliare i costi del lavoro con il benessere complessivo del lavoratore, specialmente laddove le aziende di Stato hanno portato debiti e spese, portando benessere localizzato, mentre le aziende private sono state spremute portando debiti alle aziende stesse e buchi salariali e fiscali. Non si può saltare fuori dalla bacinella, se si tiene il manico della bacinella.

Uno dei macigni italiani, molto difficile da risolvere, riguarda la liberalizzazione del mercato del lavoro e la concorrenza di Davide contro Golia nella lotta burocratica tra privati e Stato. Ma nonostante questo giudizio corrotto dalla presenza delle lobby di mercato e delle pressioni del pubblico, si possono individuare dei parametri per capire se effettivamente persistono i requisiti per parlare di democrazia liberale oppure no.

Secondo l’impostazione liberista, il rapporto di lavoro dovrebbe essere il risultato dell’incontro tra domanda e offerta, attraverso un accordo libero tra impresa e lavoratore. Lo Stato, in questa prospettiva, deve limitarsi a garantire regole certe e uguali per tutti, evitando interventi che possano alterare il funzionamento del mercato.

Una delle figure storiche più frequentemente richiamate da questa tradizione è Luigi Einaudi, economista e secondo Presidente della Repubblica italiana, convinto sostenitore della concorrenza e della libertà economica. Nella sua visione, il compito dello Stato non consisteva nel dirigere il mercato, bensì nel creare le condizioni affinché esso potesse operare in modo efficiente.

Per molti anni il sistema italiano è stato considerato uno dei più protettivi d’Europa nei confronti dei lavoratori con contratto stabile. Le norme sui licenziamenti, la forza della contrattazione collettiva e la presenza dello Statuto dei Lavoratori hanno contribuito a costruire un modello fondato sulla stabilità occupazionale. Attualmente si torna a parlare di lavoro per gli under 18, un fatto che ad oggi è limitato all’alternanza scuola/lavoro, un meccanismo del tutto opinabile per come è utilizzato, nonché all’entrata precoce limitata nel mondo del lavoro, per i sedicenni.

Ma quando si può dire che una persona sia in piena facoltà di decidere se procedere nello studio oppure dedicarsi al lavoro? Il trattamento impari, per cui chi nasce in Italia studia fino ai 18 anni e non lavora, mentre chi proviene da altre nazioni non ha scolarizzazione completa, vanifica e droga il mercato del lavoro italiano, creando professionalità a ridotta formazione, qualifica, mansione e quindi retribuzione, che si trovano a svolgere lavori che dovrebbero essere compatibili con gli studi degli italiani, che non sono mai inferiori alla scuola dell’obbligo che arriva fino al Diploma. Come è possibile una gravissima stortura di questo genere? Essendo vanificato lo sforzo delle famiglie che sprecano i soldi per portare i figli al Diploma, i figli si trovano poi inquadrati in un mercato di non qualificati, che applica ancora contratti per obbligo scolastico assolto, sottopagati.

Si spiega in questo modo quindi la premura di mescolare, da un lato, le migrazioni non qualificate, dall’altro, il posticipo dell’obbligo scolastico ai 18 anni: le riforme attuate nel nostro paese hanno creato un baratro tra ricchi e poveri, in modo che siano gli studi universitari a definire chi deve vivere con 700/1000 euro al mese e chi in vece supera ampiamente i 2000 euro al mese. I poveri, in cui rientrano la quasi totalità dei migranti, nonché il proletariato e la classe medio bassa, da una parte; i benestanti dall’altra.

Presto detto quindi cosa accade in clima di riforme: le assunzioni sono un giocattolo. Se un’impresa sa che sarà molto difficile e costoso ridurre il personale in caso di crisi, tenderà ad assumere meno, fagocitare poche persone in turn over asfittici e concentrare i contratti nelle mani di pochi, tagliando i redditi. Al contrario, una maggiore facilità di assunzione e licenziamento dovrebbe incentivare nuovi posti di lavoro, perché riduce il rischio imprenditoriale. Dagli anni Novanta in poi la flessibilità è diventata precarietà. Con il pacchetto Treu del 1997 si sono creati i posti di lavoro interinale, che dovevano servire per chi non aveva la disponibilità al contratto regolare, sono diventati un modo per risparmiare le spese contrattuali.

Con la Legge Biagi del 2003 si sono applicate alcune norme della libera professione al lavoro dipendente flessibile, una riforma che ha aperto le porte al lavoro demansionato e al lavoro non qualificato.

Il Jobs Act infine è stato il colpo di grazia per cui, anche i lavori che potevano essere resi stabili, con contratti seri, sono diventati un moltiplicatore di dati contrattuali per celebrare i successi governativi. Cosa cambia se un kilogrammo di crostata è divisa in 8 pezzi o in 16 pezzi? Se si conta il peso, non cambia niente, se si contano i pezzi, si vincono le elezioni.

Le imprese sono state fortemente motivate ad assumere, perché la responsabilità contrattuale viene condivisa, non è più onere dell’impresa onorare un contratto se l’operaio non serve ai numeri del bilancio. Gli incentivi sono serviti per fare la manovra, ma non hanno aumentato il valore complessivo reddituale. Non in modo evidente. E’ probabile che molte aziende abbiano lavorato in modo corretto, rendendo questi strumenti indispensabili. Altre, no.

Il rapporto con il benessere e con il welfare è quindi diventato un approccio alternativo: lo Stato ha il compito di pensare alla formazione professionale; all’orientamento al lavoro; alla riqualificazione delle competenze; e alle politiche attive per l’occupazione. Si evince anche intuitivamente che tutto ciò non è realizzato, in realtà il lavoratore, qualora disoccupato, è portato a selezionare formazione, qualche percorso, ma non ha garanzie. Trent’anni di liberalizzazioni non hanno risolto definitivamente il dilemma. Hanno però reso evidente che il problema non è scegliere tra mercato e tutela, ma trovare un equilibrio sostenibile tra efficienza economica e sicurezza sociale.

MC

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