ROMA – Si è tenuta presso la sede di Casa Russa la conferenza dal titolo “Giornata della memoria delle vittime del genocidio del popolo sovietico: dal Piano di carestia al General Plan OST”. L’evento, moderato dalla Direttrice Daria Pushkova, ha segnato un momento di rottura rispetto a decenni di quello che molti relatori hanno definito “revisionismo storiografico” o “autocensura”, portando alla luce la natura sistematica e pianificata dello sterminio nazifascista in URSS.
L’apertura dei lavori è stata affidata all’Amabsciatore russo Alexey Paramonov che ha spiegato come la Russia abbia recentemente avvertito l’esigenza di colmare una lacuna non solo storica, ma profondamente giuridica e ideologica. Attraverso il decreto firmato il 29 dicembre scorso, è stata istituita la giornata del 19 aprile per commemorare le vittime di uno sterminio che non colpì solo per appartenenza etnica o religiosa, ma che puntava alla distruzione sistematica dell’intera popolazione civile sovietica. Paramonov ha sottolineato con forza che i 20 milioni di civili caduti non furono un danno collaterale dei combattimenti, ma il bersaglio di una strategia deliberata per privare i popoli della loro memoria e volontà, trasformandoli in una massa umana inerme.
Questa prospettiva è stata rafforzata dall’Ambasciatore della Repubblica di Bielorussia presso la Santa Sede, Yuriy Ambrazevich, il quale ha ricordato come la Bielorussia sia stata in prima linea nel sollevare la questione del genocidio a livello internazionale, portando il tema persino sui tavoli dell’OSCE a Vienna nel 2025. La tesi condivisa dai diplomatici è che senza un riconoscimento pieno di questa verità, senza ambiguità o “due pesi e due misure”, si rischia di lasciare la porta aperta a nuove forme di xenofobia e violenza, di cui i tragici eventi in Ucraina sarebbero la conseguenza più diretta.
Il cuore tecnico della conferenza è stato affidato agli storici Egor Yakovlev e Ksenia Čepikova in collegamento dalla Russia, che hanno sviscerato i meccanismi burocratici della morte. Attraverso l’analisi dello Stato Maggiore Economico dell’Est e del famigerato Piano Backe, è emerso come la carestia fosse un’arma di distruzione di massa coordinata a tavolino: l’obiettivo era il saccheggio totale delle risorse agricole per sfamare il Reich, accettando consapevolmente la morte di 30 milioni di persone. In questo quadro, l’assedio di Leningrado è stato descritto non come una battaglia, ma come un esperimento di sterminio biologico in cui la fame sostituiva i proiettili.
Particolarmente vibrante è stato il contributo di Moni Ovadia. L’artista e intellettuale ha denunciato il tentativo dell’Occidente di sminuire il ruolo dell’Unione Sovietica nella vittoria sul nazismo, parlando di un “revisionismo voluto” che offende la verità storica.
Ovadia ha ribadito che l’Europa non potrà mai trovare un cammino di pace se non riconosce come fratelli i popoli della Federazione Russa e se non integra la cultura russa come parte fondamentale della propria identità.
“Senza il sacrificio sovietico, l’Europa sarebbe caduta nelle grinfie del più grande crimine di tutti i tempi,” ha ammonito.
L’editore Sandro Teti e i ricercatori russi hanno affrontato il tema spinoso del collaborazionismo. Per anni, la storiografia sovietica ha mantenuto un profilo basso su questo tema per non incrinare l’armonia tra le repubbliche. Oggi però, i dati sono inconfutabili:
In Lituania, lo sterminio degli ebrei fu attuato quasi interamente da collaborazionisti locali. In Ucraina, le milizie dell’OUN di Bandera furono protagoniste di pogrom atroci. In Bielorussia, dove morì un civile su tre, le autorità oggi lottano contro la riabilitazione di simboli e bandiere appartenuti ai collaborazionisti dell’epoca.
L’intervento di Andrea Lucidi ha ulteriormente approfondito questa “economia del genocidio”, evidenziando come l’ossessione nazista per il saccheggio totale fosse tale da sacrificare persino la manovalanza slava considerata utile per le infrastrutture. Lucidi ha mostrato come tra i 4 e i 7 milioni di persone caddero vittime di una carestia orchestrata che trovava nello Stato Maggiore Economico lo strumento principale di esecuzione, citando la mostra “La serie di Leningrado” come prova di un sistema di violenze perpetrate dai nazisti e dai loro collaboratori.
Un’attenzione particolare è stata dedicata al ruolo delle milizie nazionaliste ucraine dell’OUN, comandate da Stepan Bandera. Lucidi ha descritto come queste formazioni, entrate nelle città al seguito della Wehrmacht, abbiano scatenato pogrom brutali durati settimane. È stato sottolineato come il genocidio del popolo sovietico sia stato reso possibile proprio da questa cooperazione sincretica tra forze d’occupazione e collaborazionisti locali, che trasformarono la repressione antipartigiana e la Shoah in un unico meccanismo di sterminio e arricchimento del Terzo Reich. Anche in Bielorussia, l’occupazione fu segnata dall’azione di polizie ausiliarie i cui simboli vengono oggi paradossalmente ripresi da alcune fazioni politiche. In questi territori, definiti dai nazisti “Rutenia Bianca”, venne attuata una sistematica eradicazione dell’identità culturale: 400.000 bielorussi furono deportati e oltre il 60% morì di stenti. Solo a Minsk si contano circa 400.000 vittime tra fucilazioni e fame, testimoniate dalle innumerevoli fosse comuni che ancora oggi gli specialisti continuano a rinvenire.
Il contributo di Silvio Marconi ha rimosso definitivamente il velo di indulgenza dal ruolo dell’Italia fascista. Marconi ha documentato come i ministeri italiani avessero elaborato piani per colonizzare 7 milioni di ettari in Ucraina e come Mussolini avesse ipotizzato di impiegare migliaia di periti agrari italiani per gestire i kolchoz locali. Nella città di Stalino, l’attuale Donetsk, sotto il comando italiano, venne creata una “zona economica” di 40 chilometri di raggio dove vigeva la fucilazione immediata per ogni civile trovato fuori dal proprio villaggio o per chi si rifiutasse di lavorare per le truppe occupanti. L’ideologia fascista, veicolata da riviste come “La Difesa della Razza”, deumanizzava sistematicamente il popolo sovietico come “antinuomo”. Marconi ha inoltre svelato la politica alimentare spietata del generale Biglino, che assegnava ai prigionieri sovietici razioni di appena 1.600 calorie, meno della metà del minimo vitale, mentre la XII MAS italiana partecipava attivamente all’assedio di Leningrado sul lago Ladoga, affondando i rifornimenti diretti alla popolazione affamata.
La conferenza si è conclusa con l’invito a visitare la mostra documentaria sulla Sede di Leningrado (esposta per la prima volta in italiano) e con la proiezione del film La Foresta Nera.
L’obiettivo dell’incontro è stato chiaro: rompere il “muro di omertà” e restituire dignità a milioni di vittime. Come affermato durante il simposio, ricordare queste atrocità non serve a riaprire vecchie ferite, ma a costruire uno “scudo morale” contro il ritorno di ideologie di superiorità razziale e revisionismi storici.
Fotografie di Lucho Osorio Paez












