La 372ª serata di Lodi Liberale ha chiuso la stagione 2025‑2026 con un incontro di grande spessore dedicato a Il potere: origini, metafisica, limiti di Bertrand de Jouvenel. Un classico del pensiero politico che, come ha ricordato il presidente Lorenzo Maggi, «ci aiuta a capire perché il potere, quando non è limitato, tende sempre a crescere». La serata, introdotta dallo stesso Maggi, ha visto la partecipazione di Gabriele Ciampini, Simone Paliaga, Francesco Raschi e Giovanni Giorgini, quattro studiosi che hanno ricostruito la complessità dell’opera e la sua sorprendente attualità.
Il primo intervento è stato quello di Gabriele Ciampini, che ha inquadrato Il potere come «un classico del pensiero politico» capace di affrontare temi eterni: sovranità, autorità, democrazia. Ciampini ha mostrato come Jouvenel analizzi la trasformazione del potere dal Medioevo alla modernità, quando «il sovrano medievale era limitato da aristocrazia e Chiesa», mentre lo Stato moderno diventa progressivamente un apparato centralizzato e militarizzato. Citando Paliaga, ha ricordato che la crisi dei valori condivisi porta alla nascita del Leviatano moderno: «Quando le credenze diventano relative, la convivenza vacilla e solo il minotauro può mettere a tacere i conflitti».
Francesco Raschi ha ampliato la prospettiva, collocando Jouvenel nella tradizione del liberalismo francese. Il cuore della sua analisi è la critica alla sovranità assoluta, sia monarchica sia democratica: «La democrazia promette la sovranità del popolo, ma spesso fornisce allo Stato una legittimazione ancora più forte per intervenire». Raschi ha illustrato la celebre distinzione tra Rex e Dux: il primo è l’autorità che stabilizza, il secondo quella che conquista. Quando le due figure si fondono, nasce il principato totalitario. Da qui l’allarme di Jouvenel verso la “democrazia totalitaria”, espressione che anticipa riflessioni successive.
Il terzo intervento, quello di Giovanni Giorgini, ha messo in luce la ricchezza stilistica e concettuale dell’opera. Jouvenel, ha spiegato, è difficile da catalogare: «È un libertaire alla francese, non un libertarian anglosassone». Giorgini ha sottolineato l’intuizione secondo cui la libertà nasce dall’aristocrazia, perché «la libertà appartiene solo a chi è capace di difenderla». Ha inoltre evidenziato la continuità tra sovranità monarchica e sovranità popolare: «La democrazia moderna ha eliminato il re, ma non la logica della sovranità assoluta». Un monito che risuona con forza nell’epoca delle mobilitazioni totali e delle nuove forme di centralizzazione politica.
Infine, la serata ha ricordato la necessità della moderazione, cifra distintiva del pensiero di Jouvenel. Come ha concluso Giorgini, «il vero uomo politico liberale diffida delle utopie perfette, perché finiscono per giustificare la violenza del minotauro». Un messaggio che rende questo classico del 1945 sorprendentemente attuale, in un tempo in cui il rapporto tra libertà, potere e sicurezza torna a essere al centro del dibattito pubblico.
MC












