Nella 369esima serata di Lodi Liberale è stato presentato il libro “Occidente contro Occidente. Elegia prima del suo trionfo” insieme a Luigi Marco Bassani (Professore di Storia delle dottrine politiche all’Università Telematica Pegaso), Sergio Belardinelli (Già Professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna), Flavio Felice (Professore di Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi del Molise) e Giovanni Sallusti (Giornalista). La serata è stata introdotta e coordinata da Lorenzo Maggi, Presidente di Lodi Liberale.
L’incontro si apre con il saluto del moderatore di Lodi Liberale, che ricorda la lunga storia dell’associazione — oltre dodici anni di attività — dedicata alla difesa e alla diffusione della cultura della libertà. Sottolinea come in Occidente si diano per scontate libertà che sono invece frutto di conquiste storiche e culturali, oggi messe in discussione da crisi internazionali, tensioni politiche e un generale indebolimento della consapevolezza delle proprie radici. Introduce quindi il libro di **Luigi Marco Bassani**, *Occidente contro Occidente*, definendolo un testo “magnifico”, appassionato e capace di affrontare temi cruciali: il rapporto Europa–Stati Uniti, l’immigrazione, il ruolo della religione, la presidenza Trump e la questione dell’identità occidentale.
Flavio Felice ha aperto il suo intervento con una domanda: “Era necessario scrivere questo libro?” La risposta, per lui, è sì. Oggi viviamo un profondo ripensamento della nozione di Occidente: non solo si discute cosa significhi, ma si mette in dubbio che meriti stima. L’autoflagellazione culturale europea porta molti a provare imbarazzo nel definirsi occidentali, temendo che il termine evochi suprematismo o presunzione morale.
La parola è diventata ambigua: non si sa più se indichi un’eredità culturale, un modello politico, un insieme di valori o un semplice spazio geografico. L’Europa vive una crisi identitaria che la porta a dubitare della propria legittimità storica. Questo libro era indispensabile, doveva essere scritto per forza.
L’Europa, convinta che la guerra fosse un retaggio di civiltà arretrate, si ritrova con conflitti ai propri confini: Ucraina, Medio Oriente. L’idea che la guerra non potesse più riguardare l’Occidente si è rivelata illusoria. Con la presidenza Trump — ma non a causa di Trump — è emersa una tensione profonda tra le due sponde dell’Atlantico. Felice insiste: non è un problema contingente, ma strutturale. La crisi riguarda anche il rapporto Italia–USA, inspiegabile se letto con idealismo (“siamo democrazie sorelle”), ma comprensibile con realismo politico: gli interessi divergono.
La modernità americana, invece, nasce **senza sovranità**: è un esperimento politico fondato sulla libertà individuale, sulla religione come fatto pubblico ma non statale, sul pluralismo giuridico di radice medievale. Gli Stati Uniti sono moderni. La differenza tra Europa e USA è di specie (due modelli incompatibili) o di grado (gli USA stanno solo seguendo un percorso diverso, ma convergente)? Felice suggerisce che la divergenza sia profonda e forse irreversibile.
Secondo il professor Marco Luigi Bassani l’Europa è piuttosto anti-americanista. Bassani definisce l’antiamericanismo “la forma laica della nostalgia”: l’Europa detesta l’America perché l’America è diventata ciò che l’Europa avrebbe voluto essere ma non è stata capace di diventare. L’Europa medievale era pluralista; quella moderna è diventata statalista. Gli USA hanno conservato elementi medievali che l’Europa ha perduto.
Felice conclude con una domanda cruciale: È possibile recuperare la categoria del limite — la consapevolezza della fallibilità umana — per ricostruire un ponte tra i due Occidenti? Oppure siamo destinati a una separazione definitiva?
Europa con libertà e rischio e stanchezza europea civile
Il professor Sergio Belardinelli elogia lo stile di Bassani: provocatorio, brillante, letterario. Sottolinea la contraddizione apparente dell’autore, che si definisce “conservatore al limite del reazionario” ma anche “adoratore dei cambiamenti”. Per Belardinelli, questo è il cuore del conservatorismo autentico: difendere la libertà come fine supremo della politica. Di certo in un sistema di valori quella nostra è la migliore possibile tra quelle realizzate concretamente, non utopistiche, per questo siamo meta di interesse di tutto il mondo.
Però Belardinelli individua tre elementi che hanno reso l’Occidente “mondo” buono per tutti: lo Stato, il Capitalismo e la Scienza. Attualmente, se ben ci pensiamo, tutte queste cose ci vengono contestate, da chi non è nemmeno all’altezza di parlarne. Siamo bersagliati da questioni che men che meno dovrebbero essere messe in discussione, ma per niente trattabili, perché sono alla base dell’umanitarismo che ci ha sempre caratterizzato.
Ma questi elementi hanno un presupposto culturale: un’idea di uomo e di libertà. L’Occidente è prima di tutto un ideale antropologico, non geografico né politico, la libertà è ciò che distingue l’Occidente dal resto del mondo. Ma oggi questa libertà è indebolita: gli europei preferiscono le sicurezze dello Stato sociale ai rischi della libertà. L’Europa è diventata “un continente per vecchi”, demograficamente e spiritualmente.
Il giornalista Giovanni Sallusti è meno trattabile su queste cose, perché la questione non è superficiale: l’Occidente sta vivendo una tragedia, che se avrà il sopravvento, sarà irreversibile, per una questione di masse.
Sallusti definisce il libro “fondamentale per capire la contemporaneità”. Bassani descrive l’Occidente come un’“anomalia felice” della storia umana, oggi in condizione tragica. La dissociazione tra Europa e Stati Uniti non è un incidente, ma un fenomeno strutturale.
Il giornalista cita Eisenhower: già negli anni ’50 sosteneva che la NATO sarebbe fallita se l’Europa non avesse imparato a difendersi da sola. La crisi attuale non è quindi colpa di Trump, ma parte di una lunga storia di squilibri.
Ma non abbiamo niente da ridere nemmeno sul piano economico, al netto di welfare e ammortizzatori sociali, solo la Germania supera di poco il reddito pro capite del Mississippi, lo stato più povero degli USA. Il Regno Unito, tolta Londra, non ha neppure una contea più ricca del Mississippi. Un segnale evidente del declino europeo rispetto al dinamismo americano.
Come ampiamente prevedibile, vista la caratura degli ospiti e la franchezza degli argomenti, si è avuto un dibattito intenso e colto sul libro Occidente contro Occidente, che sostiene l’esistenza di due Occidenti: quello europeo, statalista, secolarizzato, stanco; e quello americano, pluralista, religioso, dinamico. La frattura tra i due non è contingente ma strutturale. L’Europa appare indebolita: demograficamente, culturalmente, economicamente.
Gli Stati Uniti, pur attraversati da tensioni, mantengono una visione ottimista e innovativa del futuro. Il nodo teorico è la categoria del limite: l’idea che l’uomo sia fallibile e che la politica debba riconoscere questa fallibilità. Un argomento filosofico e politico insieme che affonda le radici ancor nella Grecia antica. Recuperare il limite potrebbe forse ricucire la frattura; ignorarlo significa condannare l’Occidente alla crisi.
Martina Cecco















