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Montaigne, il Bene e il Male

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Nel VI saggio di Montaigne viene affrontato, in modo deciso, ma non poi così in profondo, il tema del giudizio e della morale: abituati come siamo ad avere dei punti di riferimento precisi, che vengono dati da educazione, tradizione, abitudine e condivisione, cosa succederebbe se improvvisamente ci ponessimo come individui liberi, solitari, di fronte a una scettica visione della nostra vita, cercando di dare giudizio di quello che ci compete, che vediamo, che ci accade?

“Bene e male dipendono in gran parte dall’opinione che ne abbiamo” scrive Montaigne, la persona, l’individuo etico e morale, sarebbe una composizione di tutto quel che si esperisce, una sintesi di esperienze che ci aiuta a darci un timone per il nostro viaggio. Ma tutto sommato ci sono molte cose che accomunano, nell’esperire, tutto l’essere umano, quantomeno il nascere e il morire, è cosa certa. Vi sono poi tutte le situazioni della vita, che se avessero un valore assoluto, passeremmo tutti allo stesso modo. Ma la vittima e il carnefice non sono uguali, subire e infierire non sono la stessa cosa: come mai diamo così peso al giudizio delle cose da farcene un cruccio prima, durante e dopo?

Montaigne riduce alla misura umana della persona singola la responsabilità di far penentrare in noi il bene e il male attraverso il giudizio che ne diamo, ovvero siamo noi a plasmare la morale e l’etica di quello che facciamo, di conseguenza, cosa importante, se facciamo del male a qualcuno, siamo sempre coscienti che esso sia del male, quindi siamo doppiamente responsabili e colpevoli delle nostre azioni che giudichiamo malamente. Non esiste allora l’innocenza: l’innocente sarebbe colui che fa danno nella convinzione che sia tutto bello, buono, perfetto.

Ma allora, se siamo sempre coscienti di quel che giudichiamo del male, perché lo facciamo? Montaigne non ci risponde con schiettezza, ma per scetticismo sostiene che l’individuo è egoista, quindi pratica il male assolutamente fregandosene che esso possa essere il male: colpevoli, convinti e incuranti della realtà delle cose.

Un uomo che ha una morale relativista? Assolutamente no. Montaigne non crede nei giudizi assoluti e nella morale a priori, saremmo tutti identici, se così fosse, ma è cosciente che si possono fare dei danni e quindi l’essere umano non è puro. Nella sua diversità è quindi molto poco gestibile, perché vede nelle cose quello che vuole vedere e non c’è certezza che condivida con i suoi simili le stesse opinioni sui fatti.

Se, dice Montaigne, noi fossimo sempre certi che quel che facciamo è il meglio possibile e non il possibile, senza essere il migliore, potremmo vivere sollevati dalla miseria della nostra umana condizione. Invece no. Un bel bagno di realismo umano, quello di Montaigne, che diventerà per Pascal una primaria fonte di ispirazione e che accomuna un modo di vedere l’essere umano che ci riconduce al Liber de contemptu mundi – De miseria humanae conditionis, di Innocenzo III, del 1100, a Les Misérables di Victor Hugo di fine ‘800. Senza scordarci della miseria dell’uomo nei Fratelli Karamazov di Fyodor Mikhailovich Dostoevsky, per finire con lo scetticismo di Woody Allen, nel suo iconico Io e Annie (l’orribile e il miserrimo della vita).

Montaigne. Saggi (Classici Vol. 353) (p.13). REA Multimedia. Edizione del Kindle.

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