Emil Mihai Cioran nel suo saggio “La Tentazione di esistere” è scattante, veloce, rapido e doloroso: la sua visione dell’esistenza si distanzia dalla vita di un comune poeta, scrittore, artista, scultore, che raramente si disincanta proprio di fronte all’incanto dell’arte e della filosofia. Un raro esempio di come si mescolino abilmente tradizione filosofica, riferimento religioso e individualismo, dove la persona trova nella morte il completamento di un percorso dovuto e ineluttabile.
Il saggio che abbiamo di fronte non si limita a contemplare il pensiero nella sua forma, ma lo concretizza ironicamente, come se non ci fosse la possibilità di andare oltre la propria misura.
Un’idea non platonica, che riprende in mano la tradizione esistenzialista, ribaltando il giudizio della religione e della fede: l’umanità si è data delle regole, dei sogni, ha creato dei bisogni interiori, ha cercato una via di fuga al deserto della nullità, si è data una religione a cui fare riferimento, che senza eresia perde completamente il peso, diventa leggera e vacua.
Il nostro filosofo non vuole che siamo soli di fronte alla morte, ma che ci arriviamo con la completezza di chi ha accettato la propria misura e funzione nella materia, saremo tranquillamente disintegrati e non v’è ragione di piangere sulla tomba di una carne marcia, lo facciamo, eventualmente, per altri motivi. Allora tanto vale lasciarsi tentare, ogni tanto, di esistere.
Difficile fermarsi a discutere con Emil Mihai Cioran, perché non ti lascia tempo, non ti lascia respiro e non ti consente il contraddittorio, devi arrangiarti a passartela da solo.
Martina Cecco












