Un film che vale la pena vedere, per chi negli anni ’80 e ’90 viveva il mito del King del Pop, ovvero di Michael Jackson che, a farla breve, ha portato il pop dei neri, che era epurato dalla grande MTV, sul piccolo schermo, facendo esplodere la moda dei guantini con i brillantini in 4 generazioni di giovani europei e asiatici.
Michael Jackson è stato molto spinto dal padre, con il gruppo dei Jackson 5, che nonostante gli equilibri altalenanti, sono stati il primo gruppo del Michael bambino, che ha cantato dagli 8/10 anni ai 18 anni con loro, vent’anni di musica che non possono passare inosservati.
Prima c’era Motown Records, la casa discografica di Universal Music che ha portato il pop dei neri nelle case degli americani, perché prima la musica nera non passava nel pop, era diffusa in alcuni settori e ambiti precisi, ma non passava nelle comuni radio commerciali.
Non a caso la Pepsi è citata come sponsor principale della prima infanzia dei Jackson 5. Ad ogni modo, il film, crea due spaccati diversi, la vita pubblica e quella privata del cantante, che resta fino ai primi concerti da solista, l’anima bambina della casa.
Il padre che motiva il gruppo picchiando Michael che è piccolino, viene presentato come figura molto prepotente e dominante, pur tuttavia il primo passaggio artistico avviene grazie alla visione della famiglia intera, che nonostante tutto si regge benissimo. Però a pagarne il prezzo probabilmente è Michael che – a tutto tondo – resta sempre bambino, fino alla fine.
Interessante che emergano alcune cose su Michael: la vitiligine, che spiega la brama di diventare bianco del cantante, nata da una necessità; il cambiamento di classe sociale, che inizia con l’intervento al naso; emergono le sue abitudini a conservare i giochi da ragazzo fin da grande, l’amore per Peter Pan e Neverland e una serie di cose che parlano del lato oscuro di Michael, che alla vita mondana non ha mai partecipato, che era sensibilmente portato ad avere pietà e compassione per i bambini ammalati o poveri.
Si accenna alla vita musicale e produttiva con il primo grande produttore che ha segnato la svolta solista di Michael Jackson, Quincy Jones, che da subito gli trasmette la voglia di essere unico, con il quale ha collaborato da Off the Wall (1979), proseguendo con i capolavori Thriller e Bad. Il primo manager però (1969), alla Motown Records, fu Berry Gordy.
C’è una forte differenza tra il Michael tra i neri e il Michael tra i bianchi, è il pubblico che unisce la società, la musica. Insomma, un film da vedere, che si ferma proprio laddove inizia la carriera del cantante e inizia la storia di quello che sappiamo anche noi.
L’idea è che la presenza di Jafaar Jackson, il nipote, sia la testimonianza di una famiglia che vuole chiarire certi aspetti della vita dell’artista, chiarendone alcune complessità e vezzi. Mettere una sorta di punto su alcune questioni che interessano il gossip e presumibilmente non interessano la famiglia, che certamente con un film come questo, torna a riunirsi a distanza di tanti anni dalla morte dell’artista.
Potevano esserci molte più canzoni, più esperienze, segno che le Case produttrici si riservano di far uscire molti altri film su Michael Jackson, in futuro. Un film misurato e per niente causale.
MC












