ROMA – Sotto le volte storiche di Piazza Benedetto Cairoli, l’aria di una sera d’aprile si è tinta delle sfumature metalliche e preziose dell’Età d’Argento. Il Salotto Letterario della Casa Russa a Roma, guidato dalla sapiente visione della Direttrice Daria Pushkova, ha reso omaggio a Nikolaj Gumilev nel 140° anniversario della sua nascita. Non è stata una semplice celebrazione accademica, ma un’invocazione: la parola di Gumilev, che egli stesso definiva capace di fermare il sole, è tornata a vibrare tra musica, versi e ricordi.
Al centro della serata è emersa, in tutta la sua tragica bellezza, la figura di Gumilev non solo come poeta, ma come uomo di passioni assolute. Il capitolo dedicato al legame con Anna Achmatova ha svelato la genesi di un’unione tra due giganti. Si conobbero giovanissimi a Tsarskoe Selo; lui, un esteta dandy con il sogno del viaggio; lei, una presenza magnetica destinata a diventare la “voce del silenzio” russo. Il loro matrimonio nel 1910 non fu solo un atto civile, ma un patto estetico che diede vita all’Acmeismo, la poesia della chiarezza e della forma scolpita nel marmo.
Tuttavia, il destino della famiglia Gumilev è inciso nel dolore della storia russa. Il loro unico figlio, Lev Gumilev, divenne l’agnello sacrificale di un’epoca spietata. Portando il nome di un padre “nemico del popolo” e la fiera dignità di una madre perseguitata, Lev trascorse gran parte della sua giovinezza nei gulag. È proprio per lui che l’Achmatova scrisse il celebre Requiem, e fu nel suo destino che si compì la maledizione e la gloria di una stirpe che non scese mai a patti con il potere. Lev sopravvisse, diventando a sua volta un geniale storico ed etnologo, custode di una memoria che il regime voleva cancellare.
Uno dei momenti più alti e commoventi della serata è stato l’intervento della Direttrice Daria Pushkova. Con una lettura sentita e profonda, ha offerto al pubblico il privilegio di ascoltare i versi di Gumilev nella loro lingua originale. La lingua russa, con le sue sonorità aspre e dolci, ha riempito la sala, permettendo anche a chi non ne comprendeva ogni sfumatura di percepire la “verticalità” dello spirito del poeta. La voce della Direttrice ha fatto da ponte tra le due culture, incarnando quel soft power della cultura che non impone, ma accoglie e affascina, ricordando che la poesia è, prima di tutto, un suono che precede il significato.
A dare corpo e fiammeggiante vitalità ai testi italiani e tradotti è stata la straordinaria interpretazione dell’attore e regista Marco Belocchi. La sua prova attoriale è stata un esercizio di precisione e passione: Belocchi non ha solo letto, ha “abitato” i versi di Gumilev. Dalla maestosità quasi irreale de La Giraffa, che ha trasportato gli spettatori sulle rive del Lago Ciad, alla malinconia filosofica del Ciclo Italiano, l’interpretazione di Belocchi ha restituito la dignità del “cavaliere” che Gumilev incarnava. Ogni pausa, ogni accento ha reso omaggio alla disciplina dell’Acmeismo, dove il sentimento non è mai sguaiato, ma sempre governato da una forma impeccabile.
La serata è stata una vera e propria sinfonia delle arti. Le performance musicali del pianista Maxim Skogorev e dei soprani Anastasia Demchenko e Galina Ovchinnikova hanno creato una cornice sonora di rara eleganza. Le note di Rachmaninov, Gretchaninov, Prokofiev e Anatolij Konstantinovič Ljadov hanno dialogato con le poesie, trasformando il salotto in una camera dell’anima. La musica dei contemporanei di Gumilev ha sottolineato la tensione estetica di un’epoca — l’Età d’Argento — in cui l’arte cercava di elevarsi sopra le macerie di un mondo che stava per crollare.
In un tempo che spesso dimentica il valore della bellezza e del rigore spirituale, l’evento di Casa Russa ha ricordato che Nikolaj Gumilev è più vivo che mai. Parlare di lui oggi, tra le mura di Roma che tanto amò, significa riaffermare l’importanza di quell’Architettura della Pace costruita sulla cultura e sul rispetto del genio umano. Gumilev, il poeta-soldato che non ebbe paura della morte ma solo della mediocrità, continua a camminare, come la sua giraffa, con “grazia squisita” nei giardini della nostra memoria collettiva.












