MARTINI MAURI, UN PARTIGIANO CON LE STELLETTE

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Nel 2011 sono ricorsi  cent’anni dalla nascita di Enrico Martini Mauri, nato a Mondovì il 29 gennaio 2011.Pochissime sono state le manifestazioni:un ricordo al Consiglio Provinciale di Cuneo e un evento ad Alba (ad ambedue partecipò chi scrive ),oltre all’inaugurazione di una via di Torino:nulla di più o quasi,se escludiamo alcune iniziative del Centro “Pannunzio”.

Maggiore degli Alpini, Mauri fu il protagonista incontrastato della Resistenza in Piemonte, soprattutto nella provincia di Cuneo e nell’Appennino Ligure.

Spiace dover rilevare che al raduno nazionale degli Alpini tenutosi a Torino nel  2011 il Comandante Mauri, Medaglia d’Oro al Valor Militare, non sia stato benché minimamente ricordato, mentre rappresenta una delle figure più alte e più signficative  della storia delle Penne Nere: combattente decorato nella II guerra mondiale ad El Alamein,  ritrova la forza morale, dopo l’infamia dell’8 settembre, di riscattare l’onore dell’Esercito andando in montagna, per promuovere, organizzare e comandare il I gruppo Divisioni Alpine.

L’editore ligure Lorenzo Chiarlone, in occasione del centenario, ha ripubblicato il primo scritto dopo il 25 aprile 1945 di Martini Mauri [1] che ripercorre l’esperienza drammatica ed eroica dei suoi uomini dal settembre 1943  all’aprile 1945:un testo di fondamentale valore  storico, anche se andrebbe ripubblicata l’autobiografia di Mauri dal titolo Partigiani penna nere edito, nel 1968, da Mondadori.

Mauri ed i suoi furono sbrigativamente considerati «badogliani», perché soldati fedeli al giuramento prestato al Re, e furono considerati privi di una adeguata coscienza politica rispetto a Garibaldini e Giellisti, mentre in effetti furono degli autentici combattenti per la libertà contro ogni dittatura con una visione di fondo che ha dato il senso di una coralità nazionale  alla Resistenza  che senza gli “Autonomi” non avrebbe avuto .

Mauri stesso parla dei suoi uomini come di «alpini reduci di Russia, operai torinesi, marinai liguri, professionisti» in cui prevaleva «l’amore grandissimo per la Patria come comunità di Italiani in una comunità di nazioni».

Un’idea risorgimentale della patria che costituisce alfierianamente  un’endiadi indisgiungibile con la libertà e guarda all’idea d’Europa, senza cedimenti sciovinisti.

È al partigianato di Mauri a cui si deve guardare per poter parlare di Resistenza come secondo Risorgimento, erede, almeno parzialmente, di quello che nel 1861   realizzò l’unità d’Italia.

Da altri partigiani  Mauri fu osteggiato e spesso venne considerato un resistente inadeguato, malgrado le pagine di storia scritte dalla sua Divisione, che ebbe i suoi caduti e le sue pagine di gloria (una per tutte, la Repubblica partigiana di Alba di cui ha scritto Beppe Fenoglio) stiano a testimoniare il ruolo fondamentale di Mauri, nella Resistenza italiana,per non citare Ignazio Vian e il quindicenne Gimmy Curreno,entrambi Medaglie d’Oro al Valor Militare.

La storia della Resistenza di Roberto Battaglia, edita da Einaudi, cita una sola volta e di scorcio Martini Mauri perché quella che il socialista Ugo Finetti ha definito la «Resistenza cancellata» non veniva adeguatamente riconosciuta da una certa pur pregevole storiografia che ha sicuramente una sua scientificità indiscutibile, inficiata a volte da giudizi non sereni. Giorgio Bocca nel campo della semplice divulgazione è stato ingiusto e ingeneroso con Mauri con giudizi affrettati e malevoli che non è neppure il caso di confutare.

In questa «Resistenza cancellata» c’erano dei liberali autentici come Mauri che però seppero durante la tremenda prova della lotta al nazifascismo accantonare la loro appartenenza, diventando solo ed esclusivamente dei patrioti. Ciò accadde anche ai cattolici che diedero un immenso contributo alla Resistenza, come testimonia la recente ripubblicazione di Fiori rossi al Martinetto di Valdo Fusi, formatosi nella Fuci e poi divenuto parlamentare della Dc .

Recentemente ho avuto quasi casualmente la possibilità di imbattermi in un documento importante, la relazione riservata ai superiori scritta dal comandante partigiano garibaldino della Zona B Savona Carlo Testa.

Quella relazione, datata 15 novembre 1944, fa giustizia di tutte le falsità di Bocca e di tutti gli oblìi di cui fu oggetto Mauri durante e dopo la Resistenza.

Scrive il comandante Testa: “Il Mauri è un maggiore degli Alpini […]. È un militare nel senso più proprio della parola, per vocazione, temperamento ed educazione militare, intelligente, competente, capace, attivo organizzatore, ottimo comandante, vero tipo di combattente che alla perizia accoppia l’esempio, tenace nei suoi propositi. Gode la stima di tutti i suoi dipendenti sui quali esercita un grande ascendente. Rigido nell’osservanza della disciplina scende però a contatto con i suoi uomini che governa con interessamento e con cura. Nelle azioni di combattimento accorre presso il reparto attaccato per rendersi personalmente conto della situazione, prendere le opportune disposizioni e infondere, con la sua presenza, ardore di lotta nei reparti impegnati. Questo ho potuto io stesso constatare perché durante la mia visita si svolgeva un attacco ad un reparto e se ne delineava un altro. Riassumendo, come comandante, è molto a posto sotto tutti i punti di vista.”

La motivazione della medaglia d’oro al Valor Militare non riesce a dare l’idea che invece danno le parole di un avversario politico in buona fede.

Sono l’omaggio più bello al liberatore di Torino, Asti, Alessandria, Alba, Bra, Mondovì, Ceva, Savona che, partendo dal I gruppo Divisioni Alpine, riuscì a contare, il 25 aprile 1945, nove divisioni con circa diecimila uomini, dopo aver lasciato sul campo 900 morti ed oltre mille feriti e mutilati. Dopo la guerra fu Consultore Nazionale in rappresentanza della Resistenza liberale del PLI,ma gli scarsi consensi ottenuti durante le elezioni del 2 giugno 1946 portarono Mauri a ritirarsi dalla vita pubblica, per dedicarsi,una volta laureato,alla carriera di dirigente della Sipra dove raggiunse i vertici aziendali.

In Piemonte i liberali erano prevalentemente prefascisti come Marcello Soleri, Bruno Villabruna e lo stesso Einaudi. Un volto nuovo come Mauri avrebbe rappresentato un legame significativo con la Resistenza e con il rinnovamento della vita politica.

Il Partito liberale perse uno dei suoi potenziali leader,ma soprattutto il Partito non seppe Difendere l’eredità storica della Resistenza liberale,sommersa da chi volle monopolizzare la Resistenza aggiogandola all’egemonia del Partito comunista.

Va ricordato che nel 1948 Mauri insieme al gen. Cadorna,a Mattei ed altri partigiani non  comunisti  diede vita alla Federazione Italiana Volontari della Libertà che raccolse i Combattenti per la Libertà che avevano saputo combattere il fascismo e che vedevano contemporaneamente la minaccia di una dittatura comunista.

In un anno che decise le sorti della democrazia italiana Mauri  non esitò a schierarsi in difesa della libertà,subendo attacchi violenti da parte  dei comunisti, che caratterizzarono tutto il resto della sua vita che ebbe termine in un incidente aereo nel 1976,poco tempo dopo che egli era stato di nuovo oggetto di polemiche e di accuse aspre quanto ingiustificate, da parte della sinistra estrema che non gli perdonava di essere un uomo libero che non tollerava, per sé e per gli altri, né conformismi ,né imposizioni: in una parola un liberale vero.

[1] E. Martini Mauri, Noi del I Gruppo Divisioni Alpine, L. Editrice, Savona 2011.

 

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