BICAMERALISMO PERFETTO

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(LB) Si sa che ogni popolo e nazione ha caratteristiche peculiari, nel bene e nel male, che lo rendono diverso da tutti gli altri. Anche noi italiani abbiamo una caratteristica: siamo l’unico Paese al mondo con due Camere parlamentari che fanno esattamente le stesse cose. Ora, fra pregi e difetti, questa caratteristica che ci rende unici potrebbe essere annoverata fra i pregi. Salvo che da almeno trent’anni la maggioranza dei politici e dei politologi dice che è un difetto (e le proposte di cambiamento, sulla carta, si sono sprecate). Insomma, sembrerebbe esserci accordo, in linea di principio, sul fatto che il bicameralismo perfetto va superato. Oltretutto, anche se inserito nella Costituzione, questo bicameralismo non rispondeva a una esigenza condivisa, ma fu il frutto di un compromesso: anche i padri costituenti si erano resi conto che si sarebbe creata una istituzione anomala nel novero dei Paesi democratici (il Pci per esempio era contrario), e tuttavia, pro bono pacis, la accettarono. Che il bicameralismo italiano sia un difetto anziché un pregio è reso evidente dai fatti: e cioè dall’eternità che si impiega per approvare qualsiasi legge, che raramente (quasi mai), viene votata tal quale dalle due camere; per cui sono necessarie tre o quattro letture. Rendendo il nostro Paese, in un mondo che si muove in fretta, lento e impacciato, in ritardo sulla storia. Se fosse un Paese prospero e senza acciacchi, probabilmente il nostro bicameralismo ce lo terremmo caro; ma, non essendolo, anzi, trovandoci in un mare di guai, dovremmo prendere esempio dai paesi più virtuosi per modificare la nostra Costituzione. Ora, se la maggioranza dei politici avesse il senso delle priorità, capirebbe che l’abolizione del Senato così come è diventa un passo ineludibile, che viene prima di ogni altra riforma. Per inciso, mi torna in mente la vicenda di Berlusconi che ha condizionato venti anni della nostra vita politica (preoccupato anzitutto di se stesso e degli interessi suoi); dove l’anomalia consisteva nel fatto che mai avrebbe potuto, per l’evidente conflitto di interessi, diventare parte di un qualsiasi governo, e meno che mai presiederne uno. Purtroppo solo i giudici, non la politica, non l’opposizione di sinistra, sono riusciti a scalzarlo.

Tornando al nostro Senato, dovrebbe essere evidente a qualsiasi persona ragionante e razionale, che va cambiato. Ma le priorità dei politici non sono necessariamente quelle del Paese: obbediscono prima di tutto agli interessi propri e poi casomai a quelli della propria parte politica. Cosicché si è scatenata una bagarre non sulla cosa in sé, ormai ineludibile, ma sul come. Tenendo conto che i parlamentari sono mille, sono mille le proposte sulle caratteristiche, sui numeri, sui compiti del nuovo Senato. Con molte ipotesi che mascherano l’evidente proposito di far sì che non cambi nulla: insomma, il ridotto della Valtellina di chi non si arrende alla necessità. Non sappiamo come verrà fuori il nuovo Senato: come sempre bisogna sperimentare per conoscere. Una cosa sappiamo per certo: che si è aperta una opportunità per cambiare, finalmente, lo status quo.

In sintesi

(Vincenzo Ortolina, Associazione democratici x Milano) Oggi più che mai, il superamen-to del bicameralismo è la madre di tutte le riforme istituzionali. Fino ad oggi è stata sistematicamente affossata da una serie infinita di ipocrisie salva-senatori. Da proposte cioè concepite con il solo obiettivo di perpetuare l’esistenza di un “doppio corpo” di parlamentari a tempo pieno, con pari indennità e status rispetto ai deputati, oltre che di una doppia filiera di strutture burocratiche e uffici di presidenza di commissione e d’aula. Moltiplicare le istituzioni, come è stato fatto fino a qui, non significa accrescere la democrazia, ma semplicemente allargare i privilegi della casta a un maggior numero di persone (vedi anche La cucina delle riforme, sotto, di Michele Ainis).

Come girano le cose

(Claudio Bellavita, Circolo Rosselli) Proviamo a leggere la storia dell’attività legislativa della Repubblica Italiana anche come scontro di poteri, tra chi voleva cambiare e chi traeva il suo potere dalle complicazioni, dalle difficoltà di interpretazione, dai ritardi applicativi, usando tutti gli strumenti insiti nell’alta burocrazia dello stato e nel potere dei membri anziani della stessa commissione parlamentare (dopo tre legislature nella stessa commissione ne sai di più del ministro). Io faccio sempre lo stesso esempio, perchè è emblematico, e clamoroso: la legge per regolare l’autoproduzione dell’energia elettrica. Legge necessaria in un paese carente di energia, ma molto invisa all’Enel perchè apriva una prima crepa nel monopolio: ci sono voluti svariati anni per farla passare nello stesso testo tra le due camere, c’era sempre qualche “perfezionista” che provocava un ritardo di 6 mesi per una nuova lettura. Ma poi il vero scandalo è stata l’emanazione del regolamento da parte della moltitudine dei direttori generali competenti, ciascuno dei quali aveva, suppongo, un figlio in carriera nell’Enel: oltre 10 anni per emanare un regolamento che la legge imponeva entro sei mesi. Le lobby sono molto più abili della volontà politica, e difendono il loro potere con ogni tipo di trucchi e di rinvii. Per cui non basterà limitare i casi di doppia lettura, che facilmente diventa almeno quadrupla: occorrerà incaricare del regolamento un solo direttore generale, che se sfora i tempi di legge rischia il posto, e si arrangi a sentire gli altri via internet: sentirete le urla alla sacralità della burocrazia lesionata. Renzi ha già fatto una cosa che dimostra che è il primo politico a capire i meccanismi dei poteri ministeriali: ha eliminato i “gabinettisti”, in genere consiglieri di stato, della corte dei conti o anche magistrati, rispedendoli alle loro corti: vi assicuro che questi onnipotenti, che non cambiavano ruolo neanche quando cambiava lo schieramento politico al governo, gliel’hanno giurata, e soffiano tutte le mattine sul fuoco delle lobby che tutelano gli interessi delle corporazioni, qualunque sia il governo. E cosa c’è di meglio che mobilitare i tutori della sacra Costituzione per fermare tutto per anni?

Un grido di dolore

Non cercate razionalità o ragionamenti nell’articolo che segue. E’ uno sfogo, una sfuriata, una intemerata, un anatema, eccetera. Anche colorito, anche coinvolgente nella sua urgenza. Può essere classificato all’insegna del “quando ce vò, ce vò”. Oppure del “Elirs, sei tutti noi!”

(Elirs, Circolo Rosselli) Che cosa è venuto fuori dalla “democrazia” dell’ultimo trentennio? Di certo è che essa ha prodotto non solo il populismo, ma anche un fenomeno più preoccupante, l’astensionismo di massa. Allora, di quale democrazia si può parlare? Infatti ne è venuto fuori un sistema di oligarchie, di caste, di supercaste, di privilegi, di arricchimenti facili, di intrallazzatori, di ladroni, dei Batman, dei Lusi, dei Penati, dei Trota, dei Belsito, dei Greganti, dei Frigerio, dei comitati d’affari, delle cupole degli appalti, delle opere incompiute, delle mafie, dei superpagati, dei vitalizi, della partitocrazia, delle liquidazioni milionarie, delle pensioni d’oro, dell’inquinamento e avvelenamento di fiumi, di laghi, di mari, di terreni, dell’aria, con i politici che stavano a “non guardare” Ne è venuto fuori un Paese in cui si verifica un’evasione di 120/180 mild, un costo della corruzione di 60 mld, un giro d’affari della mafia di centinaia di mld, eccetera. Cioè il Paese dei saccheggiatori della Repubblica che per un trentennio hanno succhiato dalle sue mammelle latte a “bocca piena”, tanto da ridurla anemica e indebitata, col rischio di ammazzarla. Non è forse questo il Paese in cui il 10% delle famiglie possiede il 50% della ricchezza e con “politici” e politicanti più pagati del mondo? Non è forse il Paese di “parentopoli” e del clientelismo più biechi, con i giovani senza “padrini”, ormai quarantenni, lasciati “al palo” e scaricati sui genitori pensionati? Con un destino ben diverso rispetto al figlio di ministra che con un anno di lavoro ha percepito 3,5 mln, tanti da mettere al sicuro anche la prole? E’, o no, lo stesso Paese in cui si praticano i salari più bassi d’Europa? In cui al restante 90% dei cittadini rimane il restante 50% della ricchezza? In cui il 50% delle pensioni arriva si e no a 500 euro? In cui, quelli che hanno sempre pagato le tasse (lavoratori e pensionati) continuano ad essere tartassati? Non è il Paese in cui comincia a serpeggiare il sospetto che “la palude” l’avrà vinta e il trionfo del “gattopardo” sarà assicurato? Quale esempio hanno saputo dare i tanti reggitori della osa pubblica che, coltivando il “proprio orto” e il “tengo famiglia”, hanno continuato ad arricchirsi spudoratamente e da decenni tengono il culo incollato alla poltrona del potere periferico e centrale? Con la tassazione più alta d’Europa si continua o no ad alimentare le caste, le supercaste, i privilegi, o, addirittura le mafie, come dice Grillo? Sebbene tutto ciò, si ha l’impressione che “il cambiamento” di cui si parla, al di là delle aspettative e delle speranze suscitate, finirà per far pagare i costi ai “soliti noti”: pensionati e lavoratori. Un lavoratore che con i risparmi di una vita e con la liquidazione dopo 40 anni di lavoro ha realizzato una casa anche per i figli, oggi disoccupati, o ha racimolato un piccolo gruzzolo in banca, si trova tartassato di tasse, messo alla pari dei grandi speculatori che hanno cementificato le città e le coste. Come dimenticare la campagna di stampa sugli accaparratori delle case e degli immobili dello Stato a prezzi stracciati? E’ opinione diffusa che bisognava, quantomeno, applicare gli interventi secondo il principio già consolidato della progressività: per le rendite di case e di titoli, l’aliquota che opera sui titoli di Stato (12.5%), e, man mano che si sale, applicare aliquote progressive. L’orientamento che si sta affermando, invece, sembra non fare alcuna distinzione tra coloro che si sono arricchiti saccheggiando la Repubblica e magari evasori, o che si sono appropriati degli immobili dello Stato, e i piccoli risparmiatori che con i loro sacrifici, utilizzano i risparmi di una vita di onesto lavoro per mantenere i figli disoccupati, che tali resteranno perchè i posti di lavoro, specie nelle pubbliche amministrazioni, sono già accaparrati prima ancora di crearli. La conseguenza è quella di un ceto medio precipitato irrimediabilmente verso il basso, Sembrano, ancora una volta, farsi strada le soluzioni “alla napoletana”: chi ha dato ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto… scurdammucce u’ passatu… Né la cosiddetta “sinistra” deve farsi troppe illusioni con il 40,8%. Se non ci saranno cambiamenti di tendenza, radicali, il passo “dall’altare alla polvere”, come la storia insegna, sarà inevitabile.

La cucina delle riforme

(Michele Ainis, Corriere) La legge elettorale? A bagnomaria, cucinata a fuoco lento. E il Senato? Al forno, ma attenti alle ustioni. Intanto, mentre le pietanze cuociono, c’è già chi accusa un mal di pancia. Colpa degli ingredienti, anche se nessuno li ha ancora assaggiati. Oppure colpa delle pance. D’altronde non ce n’è una uguale all’altra: per saziarle, servirebbero mille menu per i nostri mille parlamentari. Le soglie di sbarramento, per esempio: Bersani le trova troppo basse, Berlusconi troppo alte. O le immunità: sì da Alfano, sì da Forza Italia in coro, no da Grillo e Vendola, Pd non pervenuto. L’elezione diretta del Senato: a favore la minoranza della maggioranza, però stavolta la maggioranza rischia d’andare in minoranza. E le preferenze? Bersani le vuole, Berlusconi le disvuole, Renzi forse le rivuole, Grillo preferisce le spreferenze (un voto per promuovere, un voto per bocciare).

Troppi cuochi, verrebbe da obiettare. E troppa carne al fuoco. Ma per ottenere un piatto commestibile, bisogna anzitutto scegliere un’unica ricetta. È questo il nostro problema culinario: pencoliamo dalla nouvelle cuisine (il doppio turno in salsa francese) ai crauti (un Senato che scimmiotta il Bundesrat tedesco). Senza un’idea precisa, senza un progetto consapevole. Eppure in questi casi gli ingredienti sono solo due: rappresentanza e governabilità. Si tratta perciò di miscelarli per cavarne un buon sapore. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. Specie in Italia, dove manca persino la bilancia. Come d’altronde testimonia la nostra stessa storia.

Durante la Prima Repubblica c’era una legge elettorale superproporzionale. Risultato: il massimo di rappresentatività del Parlamento (aperto a tutti, dai radicali ai neofascisti), il minimo di stabilità (i governi duravano in media 10 mesi). E anche il massimo di garanzie costituzionali, nella scelta dei custodi così come delle regole; difatti in 45 anni furono appena 6 le revisioni della Carta, peraltro su aspetti marginali. Dopo di che, l’avvento del maggioritario battezza la Seconda Repubblica, e qui i pesi s’invertono. Diventa fin troppo facile emendare la Costituzione (10 interventi in vent’anni, senza contare la maxi riforma del 2005, bocciata poi da un referendum). I presidenti delle Camere perdono il loro abito neutrale, perché la maggioranza se li accaparra entrambi. Fino al dramma nazionale andato in scena l’anno scorso, durante i 5 voti nulli per eleggere il capo dello Stato. Perché ormai ci eravamo abituati a scelte rapide, sonore, muscolari. Eppure Scalfaro e Pertini vennero eletti al 16º scrutinio, Saragat al 21º, Leone dopo 23 votazioni.

Morale della favola: urge trovare un equilibrio fra rappresentanza e governabilità. Per esempio: il combinato disposto fra l’Italicum e il nuovo Senato permette al vincitore di mettere il cappello sul Quirinale. Non va bene, ma basterebbe diminuire i deputati. E magari aumentare i collegi, per consentire all’elettore di conoscere il faccione dell’eletto. Abbassare le soglie di sbarramento, perché l’8% è una montagna. Innalzare il 37% con cui scatta la tombola elettorale: siccome un italiano su due ormai marina le urne, quella maggioranza è fin troppo presunta, e dunque presuntuosa. Ecco, la presunzione. È il nemico più temibile, perché nessuno può cucinare le riforme in solitudine. Mentre i 5 Stelle aprono al Pd, mentre Berlusconi offre collaborazione, sarebbe un delitto se il governo vedesse solo il proprio ombelico. Ma dopotutto, basta regalare al cuoco un paio d’occhiali.

Stato e mercato

(Maria Antonietta Calabrò, Repubblica) Occorre rileggere l’inizio del libro settimo della Repubblica di Platone e prendere coscienza che, per scoprire la realtà delle cose, vanno innanzitutto smantellati i miti che tengono gli uomini prigionieri nella caverna. In questo caso, a strappare i veli, è una donna di 46 anni, nata a Roma, nazionalità italiana ma cresciuta negli Usa, insegna in Inghilterra all’Università del Sussex. Mariana Mazzucato è considerata una tra gli economisti più innovativi del momento. Le sue idee in materia di crescita economica, innovazione, Stato e mercato, pubblico e privato <sfidano il nostro modo di pensare> secondo Forbes. Il suo libro più recente, Lo Stato innovatore, è appena stato pubblico in Italia dopo Gran Bretagna e Usa e, nel 2013, è stato sulla lista dei migliori libri del Financial Times. <Normalmente si pensa: l’impresa privata è ima forza innovativa e lo Stato è una forza inerziale, troppo grosso e pesante per funzionare da dinamo. Eppure queste affermazioni sono soltanto il risultato di pregiudizio ideologico, non di fatti>.

Lei elenca un ben nutrito numero di miti da sfatare. <Quello principale è che lo Stato deve solo “aggiustare” le falle del sistema di mercato, Ad esempio: investire in ricerca di base. In realtà, aree come la Silicon Valley hanno visto in azione la mano visibilissima dello Stato lungo l’intera catena dell’innovazione: ricerca di base, ricerca applicata, ma anche finanziamento per le imprese stesse, dato che il venture capitai vuole guadagni in 3 anni mentre l’innovazione ci mette 15/20anni per produrre guadagno. Nel mio libro smonto anche il mito della piccola impresa. Non è la dimensione, ma il grado in cui l’impresa (piccola, media e grande) ha voglia, ed è capace, di investire nel lungo periodo in aree come capitale umano e ricerca e sviluppo. Ma spesso questa “voglia” viene soltanto dopo che lo Stato si è assunto il rischio maggiore. Questo vuol dire che lo Stato crea mercato e non solo lo aggiusta>

Svecchiare e alleggerire la burocrazia: non è questo che si deve fare? <Svecchiare la burocrazia non basta, non basterà affatto per fare ripartire l’economia. Ci sono Paesi come il Costa Rica dove non c’è quasi il peso dello Stato, ma crescono poco. Molti governi si interrogano su come incrementare la produttività e l’innovazione, i miei studi forniscono linee guida per individuare le politiche più efficaci. L’Europa spesso guarda gli Usa con invidia, eppure non ha capito il ruolo enorme che lo Stato ha avuto nella Silicon Valley. C’è infatti uno Stato imprenditore e innovatore dietro l’algoritmo di Google e dietro la tecnologia dell’iPhone, così come dietro la crescita della Green Economy, delle nano-tecnologie e dell’industria farmaceutica, Non si tratta di avere un’industria pubblica o imprese statali: al contrario, si tratta di grandi investimenti nella ricerca, di cui nessun imprenditore privato potrebbe mai assumersi il rischio>.

Stay hungry, stay foolish. Steve Jobs così incitava i giovani. <Non bastano i privati innovativi? <Affinché l’economia, anche italiana, si possa riprendere, è lo Stato che deve stare hungry and foolish, avere visione e darsi una missione. Ho analizzato vari esempi e i dati empirici descrivono una situazione opposta a quanto si crede. Il settore privato diventa sufficientemente audace soltanto dopo che lo Stato ha coraggiosa-mente fatto degli investimenti ad alto rischio nel lungo termine. Nessun privato se lo può permettere, Tatti i governi americani, non solo quelli democratici ma anche quelli repubblicani, da Eisenhower a Bush, sono intervenuti ed è per questo, dati alla mano, che gli Stati Uniti sono ripartiti. Il punto non è, anche in Italia, soltanto svecchiare la burocrazia, abbassare le tasse alleggerire le spese con la spending review e naturalmente colpire la corruzione. Ciò serve, naturalmente, ma ciò che è veramente decisivo per far ripartire il Paese è un’idea di futuro da parte dello Stato, un progetto, ripeto, una missione. Quelle regioni e Paesi che hanno avuto successo nel perseguire una crescita guidata dall’innovazione, hanno beneficiato di politiche che non esito a definire visionarie, orientate a una missione, come mandare l’uomo sulla Luna o affrontare sfide come il cambiamento climatico e il benessere di una popolazione che invecchia>.

Forse stanno peggio di noi

(Massimo Nava, Corriere) I ferrovieri (cheminots) e i precari (intermittants), più che categorie di lavoratori, stanno diventando in queste settimane la grande metafora della malattia francese, l’immagine dì un Paese declinante e bloccato, incapace di riformarsi, in balia del populismo del Fronte nazionale e della drammatica crisi di leadership del Partito socialista al governo, nonché del partito gollista all’opposizione: quindi della classe dirigente nel suo insieme. Un Paese che per l’Europa sta diventando un problema non solo politico, ma anche economico, poiché la spinta populista si accompagna alla dilazione degli impegni comunitari. Mentre, ormai come ogni anno, suona l’allarme sulla spesa pubblica fuori controllo, i tentativi di riforme strutturali, peraltro mai davvero incisivi e dolorosi, cozzano contro la galassia delle corporazioni – sindacali, burocratiche, localistiche – ben aggrappate a vantaggi e privilegi. <Ogni francese vuole almeno un privilegio, è il suo modo di affermare la passione per l’uguaglianza>, diceva de Gaulle.

Così la Francia, anziché riformarsi, rinvia, si affida a commissioni e stati generali e ancora si compiace di un modello incompatibile con la competitività internazionale e incapace ormai di garantire gli stessi francesi Come del resto fa da decenni, nonostante diagnosi spietate e ricorrenti. Basti ricordare l’ammissione dell’ex premier Fillòn: <Sono il primo ministro di uno Stato in fallimento>. Ferrovieri e precari dello spettacolo tengono in ostaggio il Paese, peraltro nel pieno della stagione turistica, che è ancora una grande risorsa francese. Da quasi due settimane il traffico ferroviario è a singhiozzo, con pesanti ritardi e cancellazioni. Una ristretta minoranza, forte però di consenso e potere di blocco, si oppone al progetto di riforma del governo. In gioco, non ci sono aumenti salariali o condizioni di lavoro – argomenti su cui di solito si misura il sindacato – bensì il tentativo di razionalizzazione di un sistema (ferroviario) che ha accumulato 44 miliardi di debiti e che costa alla collettività un miliardo e mezzo d’interessi all’anno.

Razionalizzare, nell’accezione francese pubblica, non significa tagliare posti di lavoro, ma riordinare servizi, guadagnare produttività, ridurre privilegi leggendari dei cheminots, quali la pensione a 50 anni, orari ridotti, indennità anacronistiche, viaggi per familiari e parenti, come ha denunciato la Corte dei conti che ha messo nel mirino anche altre categorie del pubblico che non pagano biglietti e bollette. Razionalizzare, nel linguaggio del governo socialista, significa almeno contenere il debito, che di questo passo salirà a 79 miliardi nel 2025, e assorbirlo in parte come debito dello Stato. Razionalizzare significa anche rendere più efficiente un sistema ferroviario che non è più un vanto della mano pubblica e che si è coperto di ridicolo per avere messo in produzione treni troppo larghi per transitare in un gran numero di stazioni.

La battaglia dei precari, che compromette il calendario di concerti e spettacoli, si gioca sulla pretesa di circa 250 mila lavoratori (erano centomila, ma la categoria si è allargata a varie tipologie di artigiani e professionisti) di ricevere un sussidio/salario annuale rispetto alle ore effettivamente richieste dalla produzione e dal cartellone. Anche in questo caso, la riforma non mette in discussione la particolarità della categoria (equiparata, per intenderci, ai lavoratori stagionali), ma pretende una minima riduzione al fine di non aumentare ulteriormente il deficit colossale del sistema di assistenza e indennità dei lavoratori. Ma gli intermittents insistono sulla loro “specificità”, come sono “specifiche” o “speciali” molte altre categorie francesi, soprattutto nel pubblico impiego. Con furore ideologico e demagogico, l’estrema sinistra e l’estrema destra difendono gli scioperanti. Marine Le Pen ha denunciato il pericolo che correrebbe il servizio pubblico dei trasporti. L’opposizione gollista ha affossato la riforma delle ferrovie per affossare in realtà un governo già debolissimo. Ma anche gli oppositori per tornaconto sono ormai minoritari nella Francia che non vota più, nella Francia dei precari e dei non garantiti e dei ceti medi produttivi assediati dalle tasse, nella Francia che soffre davvero e si allontana dall’Europa. Nella Francia sull’orlo dell’esplosione: essendo un Paese che non ama le riforme, ma talvolta sa fare le rivoluzioni.

Di ghigliottine e altre amenità

(Il Fatto Quotidiano) Dal 1976 ad oggi ci sono state 1378 esecuzioni negli Stati Uniti d’America: una media di 36 l’anno, quasi tutte mediante “iniezione letale”. La Cina, la Tailandia, Taiwan, le Filippine, il Guatemala e il Vietnam hanno anch’esse adottato questa formula per terminare la vita dei loro condannati a morte. L’iniezione letale nasce nel 1976, il che renderebbe questo metodo di esecuzione, più moderno. Idealmente dovrebbe essere anche il più umano. L’idea sottintesa alla preferenza per l’iniezione letale è che la pena capitale tradizionale – per crocifissione, lapidazione, scuoiamento, smembramento (con i cavalli), impalamento, rogo, torture, soffocamento (la garrota), impiccagione, decapitazione, fucilazione, sedia elettrica – tutti metodi largamente praticati in passato – sia qualcosa di barbarico, di antico, che va modificato, reso civile. Il che vuoi dire rendere il processo meno doloroso per la vittima, meno spettacolare per il pubblicò, e infine più “clinico” per le istituzioni. E l’iniezione letale, in teoria, è proprio questo. Non è una uccisione: è donare, finalmente il riposo. Oggi l’iniezione letale è in discussione negli Stati Uniti per qualche cattiva esecuzione di troppo. Basti pensare che lo Wyoming e lo Utah stanno considerando di tornare all’utilizzo del plotone di esecuzione. Altri pensano alla ghigliottina, come metodo indolore e il più democratico.

<La lama cade, la testa è tagliata in un batter di ciglia, l’uomo non è più. Appena percepisce un rapido soffio d’aria fresca sulla nuca> (dottor Joseph Ignace Guillotin) La citazione fu riportata nel Journal des Etats Generaux il primo dicembre 1789 nella sua presentazione all’Assemblea Nazionale Francese. Oggi ricordiamo Guillotin principalmente per aver dato il suo nome all’attrezzo che pone fine all’uomo discutibilmente meglio di qualsiasi altro: la ghigliottina. Inizialmente, la macchina doveva chiamarsi Louison, nome poi reso più gradevole nel femminile Louisette, in onore del suo vero inventore, Antoine Louis. Poi, prese piede il nome di Guillotin, il politico che ne spinse l’adozione. Ma Guillotin era anche medico e scienziato. Un tipico uomo colto dell’epoca pre-specialistica, in cui le persone intelligenti potevano dilettarsi con l’anatomia, e poi col progettare una mongolfiera, e poi con la chimica, e poi con la poesia. Insomma: nel 1789, durante un dibattito sulla pena di morte, Guillotin propose che tutti i crimini sarebbero dovuti essere puniti allo stesso modo, senza distinzioni di classe.

Bisogna spiegare che a quei tempi solo i nobili condannati a morte venivano decapitati, spesso con un’ascia, e spesso, diciamo, “male”, cioè, necessitando di più colpi ripetuti. Il popolo, invece, veniva impiccato. Metodo anch’esso sgradevole e rischioso. L’impiccagione dovrebbe, teoricamente, uccidere in un momento, spezzando l’osso del collo della vittima. Molto spesso, però, questo non accade, e la vittima, viene lentamente strangolata. Guillotin propose dunque una macchina che uccidesse “senza dolore”, con la speranza che il metodo venisse trovato “più giusto” dal popolo francese. La preposta di Guillotin venne accolta il primo dicembre 1789. Conteneva il progetto di una allora-non-meglio-definita “macchina per decapitare”, una macchina composta da due travi di legno unite da una terza trave trasversale, quest’ultima che reggeva una lama diagonale, pesante e affilata, che fosse in grado di precipitare nelle scanalature e troncare con rapidità e “senza ulteriori offese” il collo del condannato tenuto fra due assi. Dopo un bando pubblico, l’offerta più conveniente per la realizzazione della ghigliottina fu quella di Tobias Schmidt, falegname tedesco (già allora…) conosciuto per la sua abilità nel lavorare clavicembali.

Durante il sanguinario periodo della Rivoluzione e del Terrore, si parla di circa 20.000 vittime, delle quali la più illustre fu certamente il re, Luigi XVI. Ironicamente, re Luigi si era occupato personalmente di perfezionare il design della ghigliottina. I suoi disegni in proposito si trovano ancora oggi, e sono consultabili, all’Archivio Nazionale di Parigi. L’ultimo condannato a morte ad essere giustiziato in Francia tramite la ghigliottina è stato Hamida Djandoubi, tunisino, nel 1977. Venne giustiziato in privato, dopo che l’ultima esecuzione in suolo pubblico francese, quella di Eugen Waldmann il 17 giugno 1939, spinse Daladier, primo ministro francese dell’epoca, a bandire tutte le future esecuzioni pubbliche. Pare che la morbosità con cui i mezzi di informazione documentarono i fatti causò un’indignazione quasi globale e che il comportamento isterico degli spettatori, talmente scandaloso da non lasciargli altra scelta.

Più avanti nella sua vita, Guillotin venne imprigionato, per accuse infondate, e fu quasi decapitato con la sua stessa creatura. Venne liberato con l’amnistia generale dopo la caduta di Robespierre. Si dedicò allora all’esercizio della medicina e allo studio, diventando il primo proponente del metodo di vaccinazione di Jenner in Francia. Guillotin aveva dedicato la sua vita al rendere quella degli altri meno sofferente, al rendere l’esistenza più sopportabile per tutti Sembrerà assurdo, ma Guillotin era contrario alla pena di morte. Sperava che l’adozione della ghigliottina sarebbe stato un primo passo verso la sua abolizione totale, pensava che avrebbe introdotto il concetto di pietà verso la sofferenza dei colpevoli, e che questa realizzazione sarebbe stata il primo passo verso un approccio più umano alla giustizia. Oggi, stiamo pensando di reintrodurla per l’esatto opposto: per affrontare la pena di morte a viso aperto. Per uscire dal nascondiglio nel quale ci illudiamo che la pena di morte non esista. Esiste eccome, solo che in alcuni casi, la chiamiamo iniezione letale, o “mettere il paziente a dormire”. In altri ancora, nella sua versione più lenta e inesorabile, la chiamiamo ergastolo.

Citazione

Piersilvio: assolto per non aver capito il fatto (Jena)

lorenzo.borla@fastwebnet.it

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