I LUOGHI COMUNI

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(Guido Ceronetti, Repubblica) Il “luogo comune” è il linguaggio di cui si nutre quasi esclusivamente, ormai, l’italiano parlato. Per dimostrarlo, di questi luoghi comuni elencherò un certo numero. Cominciamo dal più logoro, dal più scopino di latrina, dal rifugio di tutti i predicanti: “rimboccarsi le maniche”. Posso dire che, nella mia lunghissima carriera scribacchina, non l’ho mai usato: lo scrivo adesso soltanto per svergognarlo, schernirlo, additarlo al disprezzo dei giusti. È il re dei luoghi comuni, è il transito obbligatorio di tutte le scempiaggini politiche. Signore, liberaci dalle maniche rimboccate, dai loro rimboccatoti, dall’idioma rimbocchista, dal rimbocchimento generale dell’italiano medio. La locuzione di cui trattiamo, tradotta in sermone legittimo, significa, molto semplicemente, “lavorare con impegno”, cosa che a nessuno piace, mentre a rimboccarsi le maniche tutti sono pronti sempre. La metafora è di origine agricola ed è forse ancora perspicua in sopravvissute gare bocciofile. Tuttavia oggi i benemeriti dei lavori agricoli hanno maniche corte e canottiere di filo di Scozia fragranti. Ma avrete visto il cavalier Mussolini in piedi sulla trebbiatrice, a torso nudo, tra i covoni dorati e le massaie incinte: come poteva rimboccarsi le maniche, pur operando con tanto impegno per l’Istituto Luce?

Esaminato il caso del luogo comune “maniche rimboccate” (tenetele giù, le maniche, perché quelle rimboccate vi portano sulla cattiva strada) ve ne servo altri, tutti ad altissima diffusione mediatica, scolastica, famigliare, buoni per tutte le occasioni, sempreverdi per tutte le interviste, disseminati in tutti i convegni culturali. Non userò virgolette. <Inserire nel contesto globale. In quest’ottica. Ci assumiamo le nostre responsabilità. È nel nostro Dna. È sceso nei sondaggi. E’ al minimo storico. Su base annua. Fuori dal tunnel. La locomotiva tira. Giovani e meno giovani. Lo Stato è presente. Si sono chiamati fuori. Una vera chicca. Si sta ancora scavando in cerca di altre vittime. Sono partiti camion di pompieri anche da Bologna. Le sinergie presenti sul territorio. Nel mirino degli inquirenti. La fuga dei cervelli Vai su www. Siamo un polo dì eccellenza. Subito le riforme. Le soglie di povertà. Spalmati sul territorio. Una gigantesca caccia all’uomo. Le fasce a rischio. La dieta mediterranea. Di tutto e di più. Tutto, e il contrario di tutto. Le criticità. Gli uomini-radar. L’emergenza rifiuti. Ci vuole un nuovo soggetto politico. Non abbassare la guardia. La microcriminalità. Non va demonizzato. La stragrande maggioranza. Il colpo mediatico. Il Made in Italy. Pitti Uomo. Poi l’affondo. L’impatto ambientale. Sette chilometri di coda. Incasso record. Pesanti apprezzamenti. Un’Europa che guarda al futuro. Più fondi per la ricerca. È iniziato il controesodo. Stuprata dal branco. Dare un segnale forte. Le sostanze dopanti. Liberalizzare le droghe leggere. Varato il piano. La strada è tutta in salita. Si commenta da sé. Non ho la palla di cristallo. Ci sono luci e ombre. Approcciarsi alle problematiche. Le quote rosa. Bere molta acqua. Gli intrecci mafia/politica. II presunto assassino. La malasanità. Errore umano. Molta frutta e verdura. A tasso zero. Accetto per il bene del Paese. È un Far West È un film dell’orrore. L’ospizio-lager. Da lasciare ai giovani. Non arrivano alla fine del mese. Più tecnologia. La stanza dei bottoni. La Costituzione più bella del mondo. Sull’orlo dell’abisso. È stato secretato. È stato desegretato. È stato risegretato. Assolutamente sì>. Assolutamente sì, mi fermo qui per potermi ricaricare, non ci vorrà molto. Una pausa per rimboccarmi le maniche.

Purtroppo la prevalenza del luogo comune indica una patologica stanchezza della lingua, un progressivo spegnimento di creatività, di cui non è difficile diagnosticare le cause, comuni a tutta Europa. La classe politica, che parla e predica esclusivamente mediante luoghi comuni, ne è avvelenata e paralizzata. Con il popolo parlante, il contagio si trasmette incessantemente. Ci vorrebbe un Quebec italofono, da qualche parte – in Mongolia… in Brasile… – perché si ripetesse il miracolo linguistico del Quebec, la conservazione del francese del XVIII secolo. La nostra lingua è stanca. Emigrate.

Allarme pianeta terra

(Franco Astengo, Circolo Rosselli) Nel numero di sbilanciamoci.it uscito il 25 Luglio come inserto del manifesto, Elmar Altvater pone una questione che risulta essere, senza tema di smentite, quella decisiva per il futuro. Riporto l’incipit dell’articolo di Altvater: <La logica dell’accumulazione contrasta con un sistema di regole fondato sui limiti imposti all’uomo dal pianeta Terra… Eppure c’è chi fa finta di niente e nega che il pianeta Terra abbia alcun limite. Anche oggi, sei anni dopo l’inizio della crisi finanziaria globale, le principali pubblicazioni di tutte le maggiori istituzioni internazionali (come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Unione Europea e l’Ocse) individuano la crescita come panacea universale di tutti i problemi economici. In paesi come la Germania e il Brasile, l’accelerazione della crescita economica è prevista per legge. Non sono previsti né limiti, né alcuna gradualità nella crescita. Nei consessi di economisti non sembra esserci alcuna tendenza a domandarsi se i gravi problemi economici, sociali e ambientali che vengono discussi quotidianamente sui giornali possono essere proprio il risultato di decenni di crescita. E lo stoicismo di tali studiosi non è stato scalfito nemmeno da disastri quali quelli di Fukushima o dalle condizioni climatiche eccezionali degli ultimi anni. Quasi tutto il pensiero economico critico è stato travolto dall’economia mainstream>

Poteri di veto e paralisi in Italia

In questo periodo sono comparsi, centinaia, migliaia, di articoli sulla riforma del Senato e la battaglia di Renzi per cambiare il bicameralismo perfetto. E’ piuttosto evidente che a sostegno del “ragazzotto” – come lo chiama Piero Ostellino nel tentativo di porsi su un piedistallo – sono scesi in campo grossi calibri, i cosiddetti poteri forti, ovvero le grandi aziende e banche, a cominciare dalla Fiat. E, di conseguenza, i loro giornali. Tanto basta a far gridare la sinistra del Partito democratico (e oltre) al grande complotto demo-pluto-cripto-massonico e turbo-capitalista. Fra i tanti articoli ne ho scelto uno di Marcello Sorgi, perché mi sembra più perspicace degli altri.

(Marcello Sorgi, La Stampa) La lunga paralisi che ha colpito il Senato, chiamato a riformare se stesso ha sollevato critiche, come se quel che accade a Palazzo Madama fosse il frutto di una anomalia. Più difficile, invece, è ammettere che ciò a cui stiamo assistendo non solo è perfettamente legittimo, ma corrisponde al dettato della Costituzione del 1948, quella scritta e quella materiale, formatasi durante sessantasei anni di vita della Repubblica. Una Costituzione, va ricordato, che affida alle opposizioni, quali che siano, un potere smisurato; e richiede per ogni decisione un compromesso, un accordo, una condivisione, da sempre sbilanciati a sfavore dei governi e delle loro maggioranze. La regola, esplicita e assai presente nel dibattito all’Assemblea Costituente, poteva pure avere un fondamento alla nascita della Repubblica, dopo l’abbattimento della dittatura e la tragedia della guerra perduta. Tra l’altro, era logico che i partiti che avevano contribuito alla scrittura della Carta, pur restando avversari, cercassero di cautelarsi, conservando un forte ruolo nelle Camere e nella vita pubblica anche in caso di sconfitta e di esclusione dal governo. Sapevano bene, i Padri costituenti, che un indirizzo del genere, fondato sulla prudenza e sull’istinto di autotutela, oltre che sul timore ancora vivo del ritorno di un regime, avrebbe dato vita al sistema consociativo che, salvo rare eccezioni, affidava l’equilibrio della Prima Repubblica all’intesa tra i due maggiori partiti, Dc e Pci Ma certo non potevano immaginare quanto questo avrebbe limitato il raggio d’azione dei governi e delle loro maggioranze: fino a sottometterlo, di fatto, al via libera dell’opposizione.

I due esempi storici, da manuale, di funzionamento della regola e al contempo della sua eccezione, sono rimasti l’accordo del ‘47 tra De Gasperi e Togliatti sul recepimento nella Costituzione dei Patti Lateranensi, il primo Concordato tra Stato e Chiesa voluto da Mussolini, e il durissimo confronto del ‘49 sul Patto Atlantico, in cui il Pci si spinse all’ostruzionismo, sapendo che si trattava di una battaglia persa. Anche se ci vollero 27 anni, fino al ‘76, prima che Berlinguer riconoscesse, in una famosa intervista, di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato; e altri otto, fino all’84, per far sì che la regola del compromesso venisse messa per la prima volta in discussione, nello scontro sul taglio della scala mobile con Craxi. Fu una delle rare occasioni in cui II leader comunista non si rassegnò alla sconfitta parlamentare e volle promuovere un referendum popolare, una prova d’appello tra gli elettori, contro il cosiddetto “decreto di San Valentino”.

Può sembrare incredibile – ma non lo è – che la regola fondante della Prima Repubblica sia sopravvissuta anche nella Seconda, in cui tutto, o quasi tutto, è stato travolto dall’incompiuta “rivoluzione” italiana, dai verdetti dei sondaggi e dall’idea, meglio sarebbe dire dalla finzione, che non tocchi più ai governi e ai partiti decidere, ma alla “gente”. Anche in questo caso, basta un semplice esercizio: Berlusconi, per dire dell’uomo simbolo del ventennio e dell’epoca nuova, è stato più potente quando era al governo o all’opposizione? Non ci sono dubbi: si vede anche adesso che, ridotto com’è ridotto, ha in mano le chiavi della riforma su cui Renzi ha messo la faccia. Tutto ciò dimostra il grande potere dell’opposizione, fondato sulla Costituzione e sul principi cardine della non-decisione, è trasmigrato intatto dai primi anni eroici del post-fascismo, della nascente democrazia e della fragile Repubblica italiana, alla maturità e alla crisi del sistema partitocratico, e alla gran confusione dell’infinita transizione italiana.

Sebbene possa fare impressione che al posto di Berlusconi, o di D’Alema, Veltroni, Fassino, insomma dei leader di schieramenti maggioritari oggi ci siano Vendola e i suoi sette senatori e Grillo con i suoi cinquantaquattro, la regola invalicabile vale anche per loro. E in quest’ambito, suona ovviamente da conferma che per oltre un trentennio siano andati falliti tutti i tentativi di cambiare la Costituzione (anche se in verità se ne parla addirittura dal 1969): perché da qualsiasi parte la si prenda, e perfino se si aggira il problema della Carta, ripiegando sulla legge elettorale j la questione rimane la stessa: per consentire ai governi di governare, realizzando il programma votato dagli elettori, come avviene in tutte le normali democrazie, non c’è altra strada che ridurre le garanzie eccezionali – lo strapotere appunto – che in Italia sono ancora cocesse alle minoranze.
Il bersaglio grosso

(Federico Geremicca, La Stampa) La riforma del bicameralismo, che proprio Giorgio Napolitano ha definito una “anomalia”, e che si tenta di correggere da anni, è solo lo schermo, il paravento, dietro il quale è in corso uno scontro senza quartiere che ha ben altra posta in palio. Appare sempre più evidente, infatti, che la resistenza che infuria nelle aule parlamentari non è semplicemente al progetto di trasformazione del Senato, quanto una guerra al “renzismo” tout court. Nel mirino ci sono, dichiaratamente, un modo di intendere la politica, una filosofia di governo e metodi per realizzarla (la velocità, la fermezza) che – secondo gli oppositori del premier – è sempre più urgente fermare. Prima che sia troppo tardi. Se dopo la vendita delle auto blu, il tetto agli stipendi dei manager, gli 80 euro e l’annunciata riforma della Pubblica amministrazione (che nell’insieme hanno portato al Pd di Renzi il 40% alle elezioni europee) il governo riuscisse anche nella riforma del Senato, questo dimostrerebbe semplicemente che molte delle cose annunciate per anni e mai realizzate, si potevano invece fare: e ciò è insopportabile per un sistema politico che ha paradossalmente fatto del “mal comune” della inefficienza un punto di forza unificante (“mezzo gaudio”).

Quasi 8mila emendamenti – tanti sono quelli depositati al Senato – non testimoniano della volontà di migliorare e arricchire la riforma in discussione: rappresentano, al contrario, l’inevitabile il ricorso al contingentamento dei tempi della discussione. E forse era proprio questo l’obiettivo delle opposizioni, così da poter poi gridare al golpe. Inoltre, caricare di tanta drammaticità la prima delle quattro letture cui dovrà esser sottoposta la riforma, è incomprensibile: a maggior ragione dopo l’annuncio del ministro Boschi che il testo sarà comunque proposto all’approvazione dei cittadini attraverso un referendum. Né è più convincente l’obiezione, autorevolmente esposta, secondo la quale in materia di riforme – quella del Parlamento, quella della forma di governo e quella elettorale – ci sarebbe ancora molto da riflettere e approfondire.

Approfondiamo. La prima Commissione che si occupò di tale materia fu presieduta dal liberale Aldo Bozzi e vide la luce nel 1983: cioè 31 anni fa. Dieci anni dopo, tra il ’93 e il ‘94, ci provarono Ciriaco De Mita e Nilde lotti. Nel 1997 si cimentò – fallendo anch’egli – Massimo D’Alema. In qualche archivio della Camera dei Deputati giacciono piramidi di proposte, schemi, raffronti con i sistemi in vigore negli altri Paesi e articolati di legge: che siano necessari ulteriori approfondimenti non vogliamo crederlo, per il rispetto che portiamo all’intelligenza dei nostri parlamentari e dei cittadini. Bisogna semplicemente impedire che si decida: perché per il premier questo rappresenterebbe un successo troppo importante, oltre che la conferma che, volendo, si può. Poi, certo, sullo sfondo si muovono obiettivi minori e dinamiche non sempre controllabili: la richiesta di rassicurazioni sulla legge elettorale, la guerra in diversi partiti tra falchi e colombe, lo scontro interno al Pd animato dagli “sconfitti” dal premier. Ma è Matteo Renzi il bersaglio grosso, colui che ha buttato un sasso nello stagno capace con i suoi cerchi concentrici di smuovere le acque e mettere in discussione privilegi non più difendibili.

Diffidenza e fiducia

(Giovanni Belardelli, Corriere) E’ una caratteristica tutta italiana il modo in cui, di preferenza, le azioni degli altri vengono spiegate in riferimento a qualche interesse inconfessabile, in cui più di frequente si ricorre alle spiegazioni dietrologiche e complottistiche per dar conto di ogni cosa. Naturalmente, questa predisposizione nazionale alla diffidenza è costantemente alimentata dati vari casi riferiti dalle cronache (spesso quelle giudiziarie) in cui pubblici funzionari si sono fatti guidare dal perseguimento di loro interessi personali illegittimi. Da questo punto di vista poche cose hanno alimentato e alimentano la cultura della diffidenza come l’esempio negativo fornito da certi politici, magistrati, ufficiali della Guardia di Finanza, professori universitari ecc. Per quanto possa trattarsi di casi limitati, confermano l’impressione che chiunque abbia una sfera di potere o di influenza lo usi solo e soltanto per fare i propri interessi. Per le democrazie, invece, la fiducia come atteggiamento che permea i rapporti sociali, è una risorsa indispensabile. Lo notava anni fa un sociologo polacco, Piotr Sztompka (La fiducia nelle società post-comuniste) osservando appunto come uno dei problemi delle società che avevano conosciuto il comunismo consistesse proprio nella mancanza di quella risorsa. Nello stesso testo (in cui, tra l’altro, notava qualche somiglianza tra i Paesi ex comunisti e l’Italia) abbozzava i possibili rimedi. Come spesso avviene in questi casi, il rischio è di compilare un elenco di buone intenzioni e di propositi che non si sa bene chi dovrebbe seguire e perché. È forse più semplice dire invece cos’è che bisognerebbe non fare: bisognerebbe ad esempio che cessassero certi comportamenti dì strenua difesa di privilegi di categoria, come quelli dei dipendenti della Camera o dei sindacati minoritari che hanno rischiato di far chiudere l’Opera di Roma (ma l’elenco potrebbe essere lungo); privilegi di categoria che, ben poco difendibili fin dall’inizio, rischiano di ridurre ulteriormente le poche riserve di fiducia negli altri che ancora esistono in un Paese provato da anni di crisi economica.

Grandi numeri

(Danilo Taino, Corriere) La gran parte degli esperti europei e americani sostiene che il treno dell’alleanza definitiva dell’Occidente passa questa volta e non passerà più. E porta dati per sostenere che i negoziati in corso per creare la partnership transatlantica Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), sono il passaggio fondamentale per realizzarla. Di base, le economie europea e americana pesano circa il 45% dei 75mila miliardi di dollari dell’economia globale, esattamente per 17.400 miliardi quella dell’Unione Europea e per 16.800 miliardi quella degli Stati Uniti (secondo Banca mondiale, 2013). Tra loro, ogni anno, scambiano mille miliardi di dollari di merci e servizi; gli americani hanno investimenti diretti in Europa per 2.240 miliardi mentre gli europei detengono asset in America per 1.648 miliardi. È però una situazione destinata a non durare (secondo la teoria): i tassi di crescita dei Paesi emergenti sono più alti e tra una decina d’anni non solo Usa e Ue sommate saranno ben lontane dal peso che hanno adesso, ma senza un patto leonino oggi, i loro interessi potrebbero, se non divergere, perdere coesione. La partnership transatlantica, insomma, dovrebbe porre le basi per dare al mondo una governance aperta e ispirata alla non discriminazione.

Al di sopra dei propri mezzi

(Paolo Savona, Corriere) Condivido pienamente con Michele Salvati la preoccupazione per cui <per tornare a crescere… molte istituzioni e rapporti cui ci siamo assuefatti dovranno essere radicalmente riformati. Nella politica, nella pubblica amministrazione, nell’istruzione, nella giustizia, nel Mezzogiorno, nella legislazione del lavoro, nell’impresa, e si può continuare>. Franco Modigliani suggeriva di pubblicare ogni giorno la lista delle cose da fare finché non venissero fatte. Non condivido invece la premessa di Salvati che gli italiani <per troppo tempo hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi> e che <il debito ne è la conseguenza>. È pur vero che si riferisce alle difficoltà che incontrerebbe un politico nel dire queste cose al Paese e che il debito di cui parla è quello pubblico, ma la verità è un’altra: il settore che ha vissuto al di sopra delle proprie risorse è quello pubblico; non è invece vero né per le famiglie, né per le imprese. Le statistiche parlano chiaro. Famiglie e imprese hanno sempre risparmiato e accumulato ricchezza in misura anche elevata e continuano ancora a farlo nella condizione di crisi di crescita in cui viviamo e da cui stentiamo a uscire. Per loro merito il Paese, salvo brevi periodi, ha sempre vissuto al di sotto delle proprie risorse e tuttora vive, come testimoniano i saldi positivi di parte corrente della bilancia estera della storia passata e attuali. L’unico settore che si è invece costantemente espanso, vivendo al di sopra delle proprie risorse, è quello pubblico. E ha continuato a farlo, anzi ha accelerato il processo dall’inizio della crisi, anche avvalendosi dei vincoli fiscali europei per aumentare i prelievi tributari senza riuscire a ridurre l’indebitamento pubblico. La verità che fa male è questa: il peso del settore pubblico è insopportabile per i bilanci delle famiglie e delle imprese e l’economia di conseguenza non cresce. I colleghi che commentano gli andamenti economici su questo quotidiano lo hanno ripetuto fino alla noia, ma i Governi che si sono susseguiti l’hanno ignorato, compreso, e mi dispiace non poco, quello attuale, che aggira l’ostacolo chiamando la redistribuzione del reddito e della ricchezza a favore dei meno abbienti <una gigantesca riduzione delle tasse> solo perché, nelle intenzioni, intende attuarla a pressione fiscale immutata, tesi ancora tutta da dimostrare. L’attuazione della delega fiscale confermerà i veri contenuti di questa insana politica. Salvati e altri potrebbero obiettare che gli italiani, con il voto, l’hanno voluto; se così fosse, questa interpretazione tocca il ruolo che una sana politica deve svolgere per tutelare gli interessi di lungo periodo del Paese e non quelli di breve dei partiti al Governo.

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