Autunno di attesa e di tensione

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di Giovanni Radini

Un disagevole fermo immagine. È questa la sensazione che si percepisce di fronte al contesto internazionale. Il 2008 si era aperto all’insegna dell’ottimismo, ispirato dai buoni propositi emersi dal summit di Annapolis per la pace in Medio Oriente, nel novembre 2007. Poi, lentamente, le preoccupazioni si sono fatte largo, incalzate dagli eventi. Usciamo da un’estate in cui – per molti inaspettatamente, ma per i più fatalisti era una questione di tempi – la Russia ha svelato nuovi muscoli. Mosca, sottolineando che per lei la guerra fredda altro non è stato che un primo round perso, è tornata sulla ribalta della diplomazia, con l’intenzione rinvigorita di fare da protagonista, non come semplice potenza regionale – ruolo che le andava stretto e che, in effetti, le rendeva merito – bensì come superpotenza, capace di competere con tutto l’Occidente in termini di forza economica, diplomatica e strategica.

In questo senso, Washington è stata presa in contropiede. La fisiologica euforia delle presidenziali, i successi della “dottrina Petraeus” in Iraq, controbilanciati dall’acutizzarsi della crisi in Afghanistan (e Pakistan), ma anche la buona volontà di giungere a un risultato concreto nel processo di pace israelo-plaestinese. Nodi, tutti questi, che hanno fatto da elemento di distrazione, permettendo al crescente imperialismo del Cremlino di svilupparsi senza che il Dipartimento di Stato se ne accorgesse per tempo. Gli Stati Uniti, nella loro incorreggibile ingenuità, si sono trovati davanti a una crisi che nessuno aveva previsto. E che hanno cercato di gestire, anche in questo caso commettendo errori passati, senza alcuna proiezione.

Nello stesso contesto, l’Europa ha compiuto l’ennesimo sforzo per partorire una politica estera congiunta. Quella che ne è uscita è stata, però, una catena di dichiarazioni di intenti, in cui la proposta francese dei “6 punti”, per la riappacificazione del Caucaso e l’invio di una forza di pace delle Nazioni Unite, ha fatto da traino. Meglio di niente. Certo è che, a guadagnarci effettivamente, è stata più l’immagine di Sarkozy che la diplomazia dell’Unione.

La Cina, dal canto suo, sta vivendo l’onda lunga del post-Olimpiadi, in cui si fa il bilancio dei successi, ma dalla quale emergono anche le spese impreviste che l’evento ha provocato. Spese finanziarie e soprattutto politiche. Una volta che si saranno calmate le acque, infatti, sarà ben difficile procrastinare nuovamente il nodo “diritti umani”.

Ma se c’è un’area che meglio rappresenta il senso di attesa questa è il Medio Oriente. Vuoi perché il governo israeliano di Olmert è alla fine della sua non proprio fulgida esperienza, vuoi perché in seno alla Lega Araba ciascun governo dimostra tentennamenti e incertezze – il caso della Siria è evidente – e vuoi, infine, l’“incognita Iran”, resta il fatto che nulla si sta muovendo. Il che ci porta a guardare la situazione con gli occhi di chi teme l’evolversi delle incognite.

Infine, forse in modo ancor più inatteso e sorprendente, giungono le prove di forza di un’America Latina che la diplomazia internazionale ha spesso emarginato. Il muso duro osteggiato da Morales e da Chavez nei confronti degli Usa nasce dalla sicurezza – che in realtà è più una chimera – che tutti gli avversari di Washington possano trovare nella Russia un valido e nuovo garante della loro linea politica. Un discorso simile è probabile che lo stiano facendo a Teheran. Ma resta da chiedersi quanto il Cremlino voglia e possa permettersi di porsi alla guida del mondo anti-Usa.

In un’affrettata analisi degli eventi, alle nuove domande si è cercato di rispondere con antichi concetti di una geopolitica spesso troppo accademica. Lo scoppio di una guerra fredda appare storicamente irricevibile. Mancano i presupposti per la creazione di un bipolarismo politico ed economico. Il mercato globale non permette divisioni, ma solo intrecci, siano essi vantaggiosi, complessi, oppure spuri. Nel 1989, inoltre, è venuto meno il confronto ideologico. Il comunismo, che dall’Urss avrebbe dovuto propagarsi in tutto il mondo sconfiggendo il sistema capitalistico, è fallito. L’eventualità che sia sostituito da una qualsiasi onda religiosa – oltranzista o fondamentalista – è debole. Più probabile, al contrario, è l’ulteriore affermazione di quel villaggio globale nel settore economico e di quel multipolarismo in ambito diplomatico di cui si parla ormai da tempo. Il primo caratterizzato dalle sue cicliche crisi finanziarie – l’ultima è quella di cui siamo testimoni in questi giorni – il secondo fatto dai protagonisti, in fondo in fondo, di sempre, gli stessi che hanno scritto la storia del Novecento. E forse solo impercettibilmente cambiati nel tempo.
Di fronte a uno scenario simile, in attesa che venga scelto il prossimo inquilino della Casa Bianca, assistiamo all’evolversi della situazione mondiale con lo sguardo benevolo di chi, realisticamente, non si attende grandi cose, ma che – tutto sommato – le auspica.

***

Torniamo a parlare di politica estera, quindi. Con la serenità e l’entusiasmo di chi ha fondato questo giornale. Torniamo a osservare il mondo con le lenti disincantate del liberalismo. Torniamo a scrivere dedicando questo nuovo impegno a Giuliano.

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