Indignados

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di SARO FRENI

Il corteo degli indignati nostrani, lo sappiamo, è finito com’è finito, cioè nel peggiore dei modi. Violenze, devastazioni, botte con i celerini, cariche. Le immagini diffuse nelle scorse settimane ne hanno fanno testimonianza, e tanto basta.
A due settimane dall’evento, tuttavia, si può tentare qualche riflessione.

Come da copione, si è assistito al solito carosello di accuse, recriminazioni, sospetti, dietrologie, censure solenni e cavillosi distinguo. Vecchie storie, soltanto un po’ riverniciate di novità e cosmopolitismo, visto che il movimento anti-sistema degli indignati era cosa forestiera, quindi da importare a tutti i costi, secondo un costume di ridicolo appecoronamento verso ogni moda che da noi, in particolare, tocca picchi inavvicinabili. Mica – volete mettere? – i soliti pensionati della CGIL, i soliti fricchettoni, i soliti gitaroli reclutati in massa, a spese del sindacato, pranzo a sacco incluso. No: roba nuova, moderna, internazionale, verso cui si esercitava – prima degli ultimi incresciosi sviluppi – la benevolenza dei grandi giornali; e che aveva persino ottenuto l’autorevolissima benedizione del plutocrate massimo Mario Draghi, papà buono e indulgente verso figlioli in vena di marachelle.
Si potrebbe parlare molto, avendone la voglia e il tempo, di questi esponenti della più sussiegosa tecnocrazia che avallano umori protestatari, nell’incauta speranza di ottenere qualche vantaggio dallo sfascio e dal disordine.

Si dirà: qualcuno si è infiltrato per gettare discredito sul movimento. Sarà. La storia d’Italia è così torbida che tutto è possibile. E poi, via, aggiungono altri, l’intento è nobile: la giustizia sociale, la redistribuzione della ricchezza, la lotta alle sperequazioni. Chi può obiettare qualcosa, senza apparire irrimediabilmente cinico, retrivo, conservatore; o, peggio, al soldo di sporchi interessi?
La violenza di pochi, si sostiene, non può cancellare la bontà dei princìpi.
Giustissimo, per carità.
Taluni, come sempre, hanno voluto spiegare l’empito di rabbia, anche violenta, con la frustrazione delle giovani generazioni, defraudate del loro futuro da una classe dirigente miope e ladrona.
Per contro, gli osservatori più maliziosi, in genere di parte filo-governativa, sostengono – a ogni piè sospinto – che i manifestanti, in questo genere di cortei, non siano poveri padri di famiglia sul lastrico, ma vecchie lenze dell’attivismo, sempre le stesse, indignate per professione e arrabbiate per vocazione. Di norma, quasi per statuto, gli avversari delle manifestazioni citano a sostegno delle loro tesi, la poesia di Pasolini su Valle Giulia. Poliziotti figli di proletari e contestatori rampolli viziati.
Queste sono le due posizioni prevalenti.

Se la prima opinione sfuma facilmente nella demagogia, la seconda puzza di qualunquismo.
In entrambe le asserzioni, naturalmente, c’è un po’ di verità. Chi manifesta pacificamente esercita un suo diritto costituzionale e appaga un bisogno primario di partecipazione, che è il lievito di ogni democrazia. L’elogio benpensante delle maggioranze silenziose è un artificio retorico troppo abusato per non apparire conformista e retrò.
Tuttavia, l’idea che far baccano – e, ancor di più, spaccare le vetrine e bastonare i poliziotti – sia una forma di ragionevole compensazione dei torti subiti a causa del sistema, contiene un salto logico che può essere difficilmente ignorato.

Qui, però, ci interessa svolgere un’altra considerazione. Ed è questa. La politica può – deve – osservare i fenomeni di mobilitazione dal basso, senza mielosa compiacenza ma anche senza sciocche chiusure. Ma non può – non deve – mettersi al seguito, con irresponsabile leggerezza, di ogni avventurismo, per il timore di non esserci, di essere scavalcata, di bucare l’evento. Altrimenti, tradisce il suo ruolo, che è quello di interpretare le esigenze della cittadinanza, alla luce di una certa visione dell’interesse generale, attraverso gli strumenti che sono forniti ad un ceto dirigente dalla cultura, dalla responsabilità, dall’esperienza e dalla conoscenza dei problemi.

Questo vale per tutti.

Vale per la sinistra barricadera, che vive nell’eterna mitologia della rivolta sociale, senza possedere più gli strumenti teorici per sostenerla.

Vale per i giornali anti-berlusconiani, che – al netto delle loro giuste ragioni – cavalcano indiscriminatamente ogni protesta, pur di disarcionare l’odiato nemico (senza considerare che il dissenso espresso dagli indignati trascende gli angusti limiti della polemica italiana e intende mettere in discussione il sistema in toto, ossia il capitalismo disumanizzante, la speculazione, i governanti avidi e corrotti, il culto per mammona, tutta la baracca di Wall Street, e compagnia bella).

Vale, infine, per la destra finiana in crisi d’identità, che non sa che pesci pigliare, e allora vive di pretestuose evocazioni futuriste e di un inconcludente movimentismo senza esercito.

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