Nella 368esima serata di Lodi Liberale è stato presentato il libro di Piero Gobetti “La rivoluzione liberale”, pubblicato da Edizioni Società Aperta, insieme a: Gerardo Nicolosi (Professore di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Siena), Luca Tedesco (Professore di Storia contemporanea all’Università degli Studi Roma Tre) e Francesco Tesio (Studioso di Piero Gobetti).
Il primo intervento a cura di Francesco Tesio è stato una carrellata di presentazione di volumi pubblicati dal Gobetti editore e imprenditore.

“La lotta ai dazi, la lotta al proibizionismo e tutte le categorie del liberismo sono sicuramente portate avanti da Gobetti sin dal primo momento: una visione anti-statalista, insieme alla libertarietà nell’ambito del contratto di lavoro e della scuola, sicuramente lo pone in una posizione di riguardo nel pensiero liberista. Rispetto a Einaudi riconosce a Marx la capacità di essere un pessimo economista, ma un ottimo costruttore di miti.”
Un liberale, liberista, che fu scambiato spesso per un mancato comunista
“Questo autore, nella sua vita pubblica, che inizia nel 1918, rivede nella vita le sue posizioni da ragazzo, segna un’accelerazione nella lotta politica liberale, che gli costa carissima, tra cui la chiusura delle sue attività. Non era antifascista, perché vedeva nel fascismo l’esito di una rivoluzione senza eroi, la fine di una sorta di percorso risorgimentale.
“Una classe politica che prenda coscienza della presenza del peso del popolo e del suo peso rispetto allo Stato, posizione che lo avvicina agli operai, non come socialista sindacalista, ma per una questione di equilibri di potere. In questo periodo in cui si occupa di anarchia, capisce, negli incontri nelle fabbriche occupate, che ci sono molte persone responsabili e capaci tra coloro che occupano, mentre alcune élite, secondo Gobetti, possono essere sostituite da una sorta di aristocrazia operaia, che è molto diversa dal socialismo e dal comunismo che nasce nel 1921 e che prende piede in seguito. Ad ogni modo, questi operai non sono dei comunisti programmatici, ma si parla di aristocrazie operaie.”
Luca Tedesco si è soffermato in particolare sulla concezione della vita sociale e sulle dinamiche sociali interne che sono due situazioni in cui le persone possono avere un ruolo attivo o passivo nei confronti dello Stato. Ovvero, se le forze in campo si sono espresse, il ruolo è attivo, se non si sono espresse, è passivo. Il Gobetti parla di benefici per alcuni settori, come l’industria pesante e siderurgica, i quadri e dirigenti del Nord, l’aristocrazia operaia, la grande proprietà cerealicola. Queste sono categorie dedite al protezionismo, in Italia, con politiche di favore e di legislazione favorevole, specialmente negli appalti pubblici, nei confronti delle cooperative rosse operaie, che furono uno dei primi obiettivi da colpire, per Gobetti. Questa battaglia parrebbe gratuita, ma non è così: in Europa e in Italia, sono iniziati nel sistema dell’epoca dei comuni, l’autonomia, la responsabilità, contro l’interventismo statale e i movimenti di rivendicazione del beruf, della morale del lavoro nascente. Autonomia, sacrificio, risparmio, responsabilità personale, proprietà, fatti che sono in comune con il pensiero liberale.
“La Riforma protestante ha attecchito in tutta Europa, tranne che in Italia, dove anche le affinità si spengono con il decrescere dello spirito del periodo dei comuni. Gobetti non aveva intenzione di patrocinare uno scisma, ma di proporre un modello laico, solidale nelle libertà, per primo quella economica, la morale liberistica del capitalismo.”
Gobetti, ha detto Tesio, ha avuto molte intuizioni importanti in ambito economico, ma in Italia a farla da padrone erano comunque le aristocrazie operaie, a prescindere dalla questione parlamentare, perché rivendicavano dal loro canto il ruolo, ma erano anche d’altro canto, riconosciute, in taluni casi. La questione delle imprese, in Italia, ha sempre avuto delle dinamiche molto diverse rispetto al liberismo tradizionale. Radicate nel locale, legate alla questione operaia, sono state un modello diverso. Del resto, anche la borghesia italiana, ha avuto molti rappresentanti in alcune città, come Torino, ma solo qui. Dove le industrie moderne si sono specializzate al punto da diventare il trait d’union nazionale. Milano, invece, si perfezionò nell’ambito commerciale.
MC












