Il film “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo”, diretto da Simone Manetti, si erge come un documento imprescindibile su una delle pagine più oscure e dolorose della storia recente italiana e internazionale. Presentato in un contesto processuale che si snoda tra omertà, depistaggi e la ricerca disperata di giustizia da parte dei genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, l’opera evita il sensazionalismo e si attiene rigorosamente ai fatti. La scelta di rappresentare la vicenda attraverso le sole parole di chi ha vissuto il dramma – dai familiari ai politici e funzionari dei servizi segreti – conferisce al racconto una potenza emotiva senza necessità di artifici retorici.
La questione controversa dell’omicidio di Giulio Regeni è ben nota: un ricercatore italiano sequestrato e brutalmente torturato dai servizi segreti egiziani nel 2016. Minniti, l’allora Ministro degli Interni, sintetizza perfettamente la tragica realtà del contesto autocratico egiziano, dove la ricerca e il legittimo lavoro di studio possono essere considerati una minaccia. Il film si muove lungo due binari: da un lato, la determinazione e l’umanità dei genitori nel cercare verità; dall’altro, il processo che si svolge in assenza degli accusati, i cui nomi riecheggiano come un’ombra inquietante.
L’approccio scelto da Manetti è tanto sobrio quanto incisivo. Non si limita a raccontare la storia personale di Regeni, ma si colloca nel più ampio contesto politico egiziano post-rivoluzioni, mettendo in luce le speranze disattese della primavera araba e il consolidamento di un regime oppressivo. Utilizzando materiali d’archivio, il film riesce a ricreare l’atmosfera di quell’epoca, mostrando come il sogno di libertà sia rapidamente svanito, dando spazio a un clima di paura e repressione.
L’intervento del Testimone Gamma, con dettagli sulla rete di spionaggio che ha condotto alla cattura di Regeni, aggiunge una dimensione di angoscia e urgenza alla narrazione. La scelta di incorporare testimonianze e riprese in bassa definizione, che rendono tangibile la miseria e la complessità della situazione, è particolarmente efficace nel rievocare le frustrazioni di tanti egiziani, così come il retroscena di chi, lontano da quel contesto, ha cercato di comprendere la reale realtà sociale.
Il film non solo denuncia una violazione grave dei diritti umani, ma evidenzia anche la complicità delle istituzioni italiane, pronte a tergiversare tra promesse di giustizia e opportunismi economici. I politici italiani coinvolti, le loro promesse spezzate e il loro silenzio assordante sono messi in discussione, invitando lo spettatore a riflettere sulle dinamiche di potere che influenzano le relazioni diplomatiche.











