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L’esercito europeo nell’era Trump: perché la difesa comune torna al centro del dibattito

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Nel corso di una serata organizzata da Lodi Liberale dedicata al volume “L’esercito europeo. Difesa e pace nell’era Trump“, si sono confrontati tre autorevoli protagonisti del dibattito strategico italiano: il professor Federico Fabbrini, docente di Diritto dell’Unione Europea alla Dublin City University e autore del libro; Lorenzo Guerini, già Ministro della Difesa; e il generale Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa. L’incontro, moderato da Lorenzo Maggi, ha affrontato una questione che fino a pochi anni fa sembrava relegata agli specialisti: la necessità di una vera difesa europea.

La riflessione parte da un contesto radicalmente cambiato. Da un lato la guerra in Ucraina ha riportato il conflitto armato nel continente europeo; dall’altro la presidenza di Donald Trump ha rimesso in discussione il rapporto tra Stati Uniti ed Europa e il tradizionale ombrello della NATO. Per Fabbrini questa nuova realtà impone una scelta strategica: «Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale l’Europa affronta nel campo della difesa una sfida drammatica».

Secondo il giurista, il modello attuale mostra limiti sempre più evidenti. La NATO resta un’alleanza fondamentale, ma continua a dipendere in larga misura dagli Stati Uniti. Per questo Fabbrini sostiene che sia arrivato il momento di recuperare il progetto della Comunità Europea di Difesa (CED), concepito negli anni Cinquanta ma mai entrato in vigore. «È arrivato il momento di ridare vita alla Comunità Europea della Difesa», afferma, indicando in quella struttura la base per la costruzione di un vero esercito europeo.

Il generale Camporini ha condiviso la necessità di una maggiore integrazione europea, pur con un approccio pragmatico. A suo giudizio il punto centrale è che l’Europa non controlla pienamente il proprio destino strategico. Una delle frasi più significative del suo intervento riassume efficacemente il problema: «Oggi non c’è nessun Paese europeo che ha una vera sovranità completa». Per l’ex Capo di Stato Maggiore, la risposta consiste nel condividere le capacità nazionali e creare meccanismi di comando e coordinamento realmente efficaci.

Camporini ha inoltre richiamato l’attenzione sulle nuove forme di conflitto. La guerra contemporanea non si combatte soltanto con carri armati e missili, ma anche attraverso cybersicurezza, infrastrutture digitali e disinformazione. «La guerra ibrida è in atto adesso», ha avvertito, sottolineando come attacchi informatici e manipolazione dell’informazione possano incidere direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini europei.

Anche Lorenzo Guerini ha insistito sulla dimensione politica della crisi. A suo giudizio il problema non è soltanto militare, ma riguarda la tenuta delle relazioni transatlantiche e delle democrazie liberali. «La crisi dell’Alleanza Atlantica è una crisi politica, non tecnica o militare», ha spiegato, evidenziando come le dichiarazioni provenienti dagli Stati Uniti abbiano alimentato dubbi sulla credibilità futura delle garanzie di sicurezza offerte dalla NATO.

Nel dibattito è emerso inoltre il ruolo dell’Ucraina. Fabbrini ha sostenuto che Kiev potrebbe rappresentare un elemento fondamentale di un futuro sistema di difesa europeo, grazie all’esperienza maturata sul campo nella guerra moderna. Una posizione condivisa, con sfumature diverse, anche dagli altri relatori.

L’incontro si è chiuso con una constatazione comune: la sicurezza europea non può più essere considerata un tema marginale. Se per decenni gli europei hanno potuto affidarsi alla protezione americana, oggi sono chiamati a interrogarsi sulla propria capacità di difendere interessi, valori e confini. Come ha concluso Fabbrini, serve «il coraggio di proporre un’Europa della difesa» capace di trasformare una fase di crisi in un nuovo progetto politico per il continente.

Martina Cecco

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