Il Secondo Sesso

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 Donne non si nasce. Si diventa!

Questo 1 luglio 2022, ho avuto il piacere di conoscere la realtà dell’ Ass. Sibilla Arte, Associazione attiva nel Comune di Carassai, in provincia di Ascoli Piceno, che ha dato inizio agli eventi dell’estate carassanese, quest’anno all’insegna del decennio magico ’60-’70, con la presentazione “ Donne si diventa” di Simone de Beauvoir, un testo e un personaggio fondanti in quella che è stata definita recentemente “l’unica rivoluzione ancora in corso”.
La sottoscritta, dalle ore 21 in poi, nel giardino comunale di Carassai, subito dopo gli interessanti interventi della presidentessa dell’ Ass. Sibilla Arte, la dr.ssa Adriana Braga, e l’ attuale sindaco di Carassai, Gianfilippo Michetti, ha presentato la scrittrice e filosofa al pubblico carassanese, che comprendevano anche attivisti dell’ Associazione Archeoclub d’Italia Onlus, con sede a Carassai dal 1982. Illustrando la biografia e il pensiero filosofico dell’ autrice francese, ho “problematizzato” e illustrato diversi punti.

Tra cui:

  1. Qual è la radice della disuguaglianza tra uomini e donne?

Il punto di partenza radicale del saggio “Il Secondo Sesso” rimane pienamente valido 73 anni dopo la sua prima apparizione. Ci sono autori che semplicemente non hanno predecessori o successori: la loro originalità è assoluta. Simone de Beauvoir appartiene a quel gruppo perché il suo pensiero era un punto di fuga che le ha permesso di arrivare dove altri non erano mai stati. Nonostante siano molte le etichette appese al suo saggio Il secondo sesso —viene definito, a seconda dei casi, come esistenzialista, umanista, illuminato o costruttivista—, la verità è che a 73 anni dalla sua comparsa è un classico, un’opera brillantemente articolata attraverso la quale continuiamo a contemplare e interpretare il mondo. Questa è la sensazione che si prova leggendolo,  perché quel libro ha elevato le esperienze di vergogna e di colpa delle donne a una riflessione filosofica intelligente e sottile; Il secondo sesso articola una riflessione  sistematica sui significati sociali “dell’ essere donna” per i quali non vi erano nemmeno parole, nel  1949. Il suo coraggio è colossale, giacché molte femministe, del suo tempo, tacevano ancora sulle fantasie proiettate sul corpo delle donne e sull’importanza di esso nel suo asimmetrico posizionamento sociale. Tra l’altro, il contributo di questa geniale pensatrice, la più illustre residente del Quartiere Latino parigino, è stato quello di porre la riflessione sul corpo, al centro del femminismo: se tutta l’esistenza umana, diceva, è definita dalle sue “situazioni”, la corporalità della donna e i significati sociali attribuiti alla sua condizione e alla sua esistenza sono piani fondamentali nella definizione di “donna”. Questa semplice osservazione è stata rivoluzionaria 73 anni fa e continua ad esserlo ancora oggi, poiché le donne sono ancora rappresentate, nel mondo, come un corpo privo di soggettività, un tabù  o attraverso stereotipi che servono come scuse per legittimare la discriminazione sociale più evidente.

 

 

  1. Il personale è politico

“Il secondo sesso”  è femminista, ovviamente, ed è perché, se c’è qualcosa che definisce il femminismo, è la rivendicazione, in politica, di argomenti tabù o dimenticati, di capitale importanza per comprendere la situazione di disuguaglianza e subordinazione delle donne. La biologia, gli usi amorosi, l’iniziazione sessuale, le implicazioni per le donne del matrimonio o anche nella terza età… sono alcune delle questioni, dall’aspetto banale ma di indiscutibile trascendenza, che delineano accuratamente una nuova sensibilità politica messa in gioco,  con estremo brillantezza e audacia. Perché Simone de Beauvoir ha iniziato la sua opera magna da spazi filosofici praticamente disabitati e con argomenti che, fino ad ora, erano stati liquidati con un colpo di penna come estranei alla politica. Anticipò così, facendo della riflessione sul corpo un tema centrale, il famoso slogan “il personale è politico” del femminismo della Seconda Ondata, negli anni ’60. È interessante rivendicarlo oggi, quando è appesantito da tante incomprensioni che mettono sulla difensiva i difensori dell’ortodossia. Sembra quasi assurdo doverlo ricordare: nessuna femminista sarebbe favorevole a creare una linea che separi la vita pubblica dal bisogno di un intimo rifugio per proteggersi. Non è il femminismo, ma i social network, che stanno offuscando quei confini. La De Beauvoir iniziò il suo lavoro con argomenti che fino ad allora erano disprezzati e considerati apolitici.

“Il personale è politico” significa semplicemente che qualsiasi pratica sociale rischia di diventare un soggetto adatto per la riflessione, la discussione e l’espressione pubblica. La destabilizzazione della ferrea divisione tra pubblico e privato è servita ad aprire quegli spazi di libertà e di uguaglianza per le donne, ma il nostro pensiero continua a essere plasmato da una vecchia presunzione ideologica che vede come un attacco tutto ciò che stravolge ciò che non avrebbe mai dovuto essere naturalizzato. Non c’era nulla di naturale nel fatto che il mondo privato, quello del bisogno e della cura, venisse declinato solo al femminile, e continui a essere un problema persistente persino nelle nostre società: ancora oggi, in Italia, dove c’è una certa consapevolezza femminista , solo due uomini su 10 condividono le faccende domestiche con le loro partner, come rivelato un’indagine Istat nel 2016 (e parrebbe che la situazione sia soltanto peggiorata, soprattutto dopo la pandemia di Covid-19). Il problema è che questa divisione politica, che continua  a relegare solo alle donne la cura della sfera domestica, come se fosse il loro spazio naturale, promuoveva anche la loro invisibilità come soggetti sociali e politici. Questo comporta gravi conseguenze sociali che si pagano tutt’ ora (e a livello globale). Tutte le donne dotate di un minimo di “ambizione” che non sia soltanto quella di diventare sposa e madre (del resto si tratta anche un’ ambizione anacronistica e poco conveniente,  vista la totale instabilità dei matrimoni “moderni” e le sempre più scarse garanzie offerte alle donne dall’ istituzione del matrimonio) e un briciolo di autostima, nella peggiore delle ipotesi emigra all’ estero (nei pochi paesi ancora dotati di un buon welfare state e di una mentalità maschile più “paritaria” e “progressista”) e, le più sfortunate che  non sono riuscite ad emigrare, scelgono di restare nubili a vita o di ritardare il più possibile la procreazione, spesso ricorrendo, persino nella tarda maturità, alla PMA a pagamento (spendendo quasi un intero patrimonio), nei paesi dell’ Est o in Spagna.   Anche oggi, la presenza pubblica delle donne, il loro riconoscimento politico e il loro prestigio continuano ad essere minati alla radice, risultano ancora sostanzialmente inferiore a quella degli uomini a causa del carico domestico gravemente impari, soprattutto in paesi come l’  Italia e la Grecia e alcuni paesi dell’ ex Patto di Varsavia (Romania e Albania).

  1. L’ esilio femminile dalla sfera pubblica

Questa separazione tra i sessi, che il femminismo ha tanto messo in discussione,  si basa sulla frammentazione radicale dell’esperienza umana. Da un lato, gli uomini esercitavano la cittadinanza pubblica e, dall’altro, le donne governavano la sfera dei bisogni, degli affetti e dei desideri, nel mondo privato. Lo ha spiegato la celebre filosofa Carole Pateman nel saggio Il contratto sessuale. Questa finzione è mantenuta da una potente idea astratta del cittadino universale, “che non ha corpo perché è ragione spassionata”. Ma questo processo di disincarnazione degli uomini avviene parallelamente ad un altro, meno amichevole, che definisce essenzialmente le donne come corpi vulnerabili. Tutta la nostra tradizione si basa, infatti, su quell’illusione metafisica basata – nelle parole di Christine Battersby – sull’errore che “i soggetti sono indipendenti l’uno dall’altro e il loro cuore razionale rimane separato dal dolore e dalla sofferenza che i loro corpi vulnerabili generano ”. Quando Simone de Beauvoir ha detto che “la donna, come l’uomo, è il suo corpo”, ha dato una svolta radicale a quella tradizione, per parlarci del corpo vissuto e andare oltre la separazione cartesiana tra un soggetto che “pensa, e che allora esiste” pur abitando una sorta di contenitore passivo che non farebbe parte di se stesso. La De Beauvoir rivendica il corpo, e da lì inizia una fruttuosa produzione di letteratura femminista e quella che la politologa Seyla Benhabib ha accuratamente descritto come “l’apparizione del corpo nella sfera pubblica”. In realtà, quello che Simone de Beauvoir ha voluto dirci è che ci sono inevitabili dipendenze tra il nostro corpo e la nostra mente, e che se l’esperienza corporea determina il modo in cui affrontiamo il mondo, nel caso delle donne questo ha un effetto maggiore. Poiché sono i significati sociali dati a questo modo di relazionarci con il nostro corpo e la sua importanza, per svilupparci come persone che strutturano una società profondamente disuguale. Nelle sue stesse parole, mentre “l’uomo percepisce il proprio corpo come un rapporto diretto e normale con il mondo (…), le donne hanno le ovaie”. Fin dalla prima infanzia, le donne vivono il loro corpo come qualcosa da proteggere, sempre attente che i loro movimenti non contraddicano la femminilità che da loro  ci si aspetta. E questo è comune a tutte le donne, perché indipendentemente dalle loro opportunità e dalle loro possibilità di scelta, c’è “una base comune che sta alla base di ogni singola esistenza femminile nello stato attuale dell’educazione e del costume”. E così, da questo approccio strutturale, Simone de Beauvoir definisce il patriarcato, quel concetto che continua a generare tanta paura assurda. La parola “patriarcato” non implica niente di più (e niente di meno) che il riconoscimento che, sotto la pluralità delle loro vite, la diversità e la creatività di ogni donna, c’è un’unità che può essere identificata e raccontata in modo comprensibile e chiaro, una linea di esperienze condivise alla base di ogni vita particolare che ci rende un pò più diseguali rispetto agli uomini. Quel modo semplicissimo di definire il patriarcato è stato, infatti, un grande passo avanti in termini storici: fuggire dall’essenzialismo nel descrivere le donne, ma anche da quello sterile nominalismo che nega ogni differenza. Ecco perché Simone de Beauvoir ha sottolineato che dire  “siamo tutti esseri umani” è qualcosa di così vuoto che manca di rilevanza come punto di partenza per spiegare qualsiasi cosa.

Dov’è la radice di questa disuguaglianza? Perché le donne non sono libere come dovrebbero? Queste sono le domande da cui l’autrice parte, per scrivere l’opera culminante e seminale del pensiero femminista. Ma curiosamente, Il Secondo Sesso inizia a trarre la sua proposta da una strana osservazione: non sarebbe venuto in mente a un uomo di scrivere un libro sulla sua particolare situazione nel mondo, perché è ovvio che la sua esperienza rappresenti  l’esperienza universale di tutto il genere umano. Simone de Beauvoir definisce quindi la donna come alterità, come “quel secondo sesso” in una situazione di subordinazione rispetto al primo.

  1. La famosa frase “Non si nasce donna: lo si diventa” è una delle più rivoluzionarie.

Quasi nessuno si è mai interrogato, con tanta chiarezza, sull’evidente ingiustizia che “uomo” sia la parola che designa sia la parte maschile dell’umanità che l’intera umanità in genere. Intanto l’esperienza femminile è sempre stata declinata al singolare. La donna rappresenta la donna (o le donne), ma mai tutta l’umanità. Beauvoir ci ricorda: “Lui è il Soggetto, lui è l’Assoluto: lei è l’Alterità”. La differenza tra l’Assoluto e l’Alterità è definita ne Il secondo sesso a partire da un approccio esistenzialista centrato, come non potrebbe essere altrimenti, sulla libertà. Simone de Beauvoir ci mostra una mascolinità educata all’idea di un soggetto libero che si muove per il mondo con iniziativa e audacia, creando e raccontando la propria storia. Come nella leggendaria epopea dell’Odissea , Ulisse raggiunge quella trascendenza basata sul valore della separazione, dell’indipendenza e dell’autonomia di fronte a una Penelope rinchiusa in un destino che per lei è già scritto: la moglie che aspetta, che desidera servire e darsi a un attore forte invece che a se stessa. Ecco perché la donna è “immanenza”. Confinata a una natura particolare, esiste come oggetto più che come soggetto, come qualcuno con una natura biologica che la vincola, che la racchiude in quell’essenza inafferrabile che definisce le lenti attraverso le quali viene vista e valutata. “Mi piace che le donne siano donne, donne”, ha risposto una volta un politico spagnolo, e non era l’unico. Questo modello ideale si collega direttamente con le aspettative generate intorno alle donne, con i cliché sulla loro predisposizione a prendersi cura degli altri e compiacere, sul loro gusto per l’abbigliamento, sulla loro capacità di seduzione e sul loro sorriso… “. Ed è che la prima vocazione delle donne sarà sempre quella di compiacere, ci ha detto Simone de Beauvoir, che ridurrà sostanzialmente il mondo della loro autorealizzazione individuale. Imparerà allora a crescere desiderando un uomo, o un soggetto esterno a se stessa, ma non esercitando la sua libertà. La sua fiducia sarà quindi sempre più bassa e proverà dubbi, paure e insicurezze quando il suo successo contraddice ciò che ci si aspetta da lei come donna. Da lì deriva la famosa frase di Beauvoir: “Donne non si nasce, si diventa”. Con essa ha dato al femminismo, e a tutta l’umanità, una delle formulazioni più rivoluzionarie di tutti i tempi, al punto che tutto ciò che è venuto dopo è quasi una nota a piè di pagina del suo pensiero. Cosa intende Simone de Beauvoir con il suo famoso motto “Donna non si nasce, donne si diventa”? Il motto coniato da Simone de Beauvoir, è diventato il motto più famoso del femminismo e sottolinea che, sia le donne che gli uomini, sono modellati dalla società per svolgere determinati ruoli, alcuni mandati e vivere alcune esclusioni. L’ antropologa americana, Margaret Mead, ha notato una differenziazione dei ruoli di genere in base alle città di provenienza, alle nazioni, ai periodi storici vissuti, etc. Infatti, esistono luoghi in cui le donne svolgono lavori che da noi sono considerati “maschili”e viceversa. Perciò, nei ruoli “di genere” non c’è nulla di eterno, né di “naturale”. Sull’ altra sponda dei Pirenei potrebbe esserci una “verità” (sui ruoli di genere) diversa da qui: il ruolo degli uomini e delle donne non è assolutamente determinato in tutte le civiltà, ci sono ovunque grandi cambiamenti. Il motto della de Beauvoir evoca la differenza tra il termine “femminile” e il termine “donna”: si nasce biologicamente femminili e solo dopo si diventa donne. Sia le donne che gli uomini sono animali sociali plasmati dalla società, dalla cultura, dall'educazione, a cui hanno accesso e dalle istruzioni consce e inconsce che vengono loro imposte. Ovunque vivano, nel mondo, le donne sono discriminate, incasellate moralmente, socialmente, religiosamente e con restrizioni sull’ istruzione. La lotta per la libertà femminile è una lotta perpetua. Si potrebbe scrivere: “non si nasce donna libera, lo si diventa… a volte”. Il libro di Simone de Beauvoir è ancora valido e la frase è stata risignificata in diversi momenti storici e diversi contesti. Oggi si replica pensando che non si nasca gay, lesbica, travestito (e altro), ma che sono costruzioni culturali e sociali. La grande scommessa del femminismo è stata quella di evitare, che il “biologismo” (o “essenzialismo”), si trasformi in una gabbia il cui rinchiudere o predeterminare tutti gli esseri umani di sesso femminile: “la donna dà la vita”, la donna “genera” e questo costituisce un’ essenza del femminile. Questa naturalizzazione del femminile ha portato a una differenziazione discriminatoria nella sfera sociale, economica, politica e culturale, che tuttora persiste. Il dominio patriarcale ha trasformato l’ originario “potere generativo femminile” in una gabbia, in una prigione, in una sorta di “penitenza”, chiedendo l’ esclusione (o l’ emarginazione) delle donne, da ogni attività politica e produttiva, proprio in nome del “potere generativo” femminile. Il patriarcato così ha “punito” il potere che, nelle società pre-arcaiche, rendevano le donne più assimilabili alle divinità: la madre era l’ archetipo della prima grande divinità della storia umana, la Magna Mater. La cosa più grave è che questa “naturalizzazione” non pesa, allo stesso modo, sulle spalle degli uomini. Al contrario, gli uomini si dedicano allegramente al carrierismo, alla rincorsa del potere politico e del prestigio personale, addossando sulle donne l’ enorme carico lavorativo (non retribuito e privo di prestigio) della “cura” e della riproduzione della specie. Infatti, quando si afferma “Non si nasce donna, lo si diventa”, si rileva, da un lato, che quella donna; è una categoria sociale che si suppone si costituisca sulla base del dismorfismo sessuale e, dall’ altro, “donna” è colei che rispetta un insieme complesso di mandati, esclusioni o svalutazioni: si tratta di un corpo “in situazione”, i cui significati socioculturali lo designano “donna”.

  1. Perché il termine “uomo” designa l’intera umanità?

In quel momento nascere l’idea di genere come categoria analitica, come base per spiegare perché questa differenza tra uomini e donne non siano naturali ma accidentali. Compare allora la famosa distinzione sesso/genere, quella dicotomia tra determinismo biologico che, fin da Aristotele, affermava che “la femmina è femmina in virtù di una certa mancanza di qualità”, e l’altra faccia della medaglia: la costruzione del femminile, come fatto culturale, sottolineava l’importanza della tradizione nel condizionamento delle donne, costrette dalla consuetudine ad assumere ruoli ritenuti socialmente inferiori. Il femminismo di Beauvoir si affermò così come umanesimo, rivendicando per le donne l’energia e le capacità creative che storicamente erano state loro negate. Da allora tutto il femminismo contemporaneo è stato ed è un dialogo con il suo libro inaugurale: dal femminismo della differenza di Carol Gilligan all’implosione del pensiero queer promosso da Judith Butler , passando per il femminismo radicale di Kate Millet, il femminismo postcoloniale e multiculturale o il femminismo nero. Ci vorrebbe un lungo viaggio attraverso questa grande riflessione filosofica e politica, per comprendere l’evoluzione e la ricchezza di tutti gli approcci teorici che, con grande capacità critica, hanno tentato di liberare “il femminile” da un essenzialismo posticcio che lo ha inchiodato, mutilato e sacrificato in funzione dell’ ego maschile. Il femminismo della differenza seguirebbe le orme del costruttivismo di Beauvoir per sottolineare che l’istruzione è importante, ovviamente, ma che un’educazione basata sulla cura e sull’empatia non dovrebbe concentrarsi solo sulle ragazze, ma potrebbe essere utile per creare un mondo migliore, esteso a tutti gli esseri umani, indistintamente. Più tardi, il progetto di trasformare in positivo il significato storico della “cultura delle donne” sarebbe apparso di pari passo con proposte artistiche come quelle di Judy Chicago e del suo The Dinner Party, o negli scritti eversivi di Julia Kristeva e Luce Irigaray. Queste donne cercano di ribaltare gli insegnamenti di una Beauvoir già vista come la madre del pensiero femminista contemporaneo. Infine, quel dialogo per il quale Beauvoir aveva aperto le porte e che manteneva inalterata la distinzione sesso/genere sarebbe esploso con l’ ingresso del paradigma della corporalità, con Judith Butler. Se è vero che quando un autore è troppo potente può fungere da freno mentale, nel caso di Simone de Beauvoir, l’accoglienza del suo lavoro è stata piuttosto un gigantesco primo passo che ci ha sollevato verso la coscienza critica. Molte di quelle prime riflessioni sulla dignità umana, la creatività e l’autonomia delle donne sono ancora oggi considerate una vera miniera d’oro per il femminismo. “Il secondo sesso”  a 73 anni è ancora un brillante pozzo senza fondo pieno di domande che aprono al mondo delle donne, ma anche degli uomini, a nuove possibilità e orizzonti di libertà.

Maddalena Celano

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