Iran: settimana di passione. Risoluzione?

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di ANTONIO PICASSO

Per la crisi nucleare iraniana questa è stata una settimana di passione. Per chi è convinto che Teheran punti a un arsenale atomico, la speranza è che dai negoziati appena conclusi si arrivi a risultati capaci di contrastare le ambizioni del regime. Ieri il Presidente Usa Barack Obama, intervistato dalla Cbs, si è dichiarato sicuro delle mire belliciste iraniane e che per questo “aumenterà le pressioni” in sede internazionale per bloccare un progetto che rischia di destabilizzare un’area mediorientale-centroasiatica già fonte di crisi. La fermezza di Obama ha costituito l’ultimo atto di una sequenza di confronti produttivi che si sono avuti appunto di in questi ultimi cinque giorni. Il summit franco-statunitense a Washington, al quale ha preso parte il Presidente francese François Sarkozy, ne è stato l’inizio. Dal vertice è emersa una visione di intenti comune, tale per cui il cammino nucleare iraniano deve essere fermato il più in fretta possibile.

La Francia, a suo tempo, si era esposta con un’offerta a Teheran di importare una parte dell’uranio iraniano nelle proprie centrali nucleari e di arricchirlo al 20%, in modo che potesse essere utilizzato per esclusive finalità mediche. Si era trattato della “proposta di Vienna”, presentata congiuntamente da Parigi e Mosca, in occasione del vertice di novembre nella capitale austriaca presso la sede dell’Aiea, alla quale avevano preso parte anche i rappresentanti del “5+1” (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu affiancati dal rappresentante del Governo tedesco). La disponibilità francese non era stata accettata da Teheran. Ne era conseguita una presa di posizione totalmente contraria, impostata sulla fermezza, da parte del Governo di Parigi. Oggi quest’ultimo si è allineato a Washington e ha esplicitamente dato il suo nulla osta per una nuova risoluzione sanzionatoria da parte dell’Onu contro l’Iran.
Restando nell’ambito del Consiglio di Sicurezza, merita una sottolineatura il totale silenzio della Gran Bretagna.

Londra si sta dimostrando evanescente in merito alla questione. Da una parte non può permettersi di andare contro gli Usa. Dall’altra teme, senza ammetterlo, che le nuove sanzioni incidano negativamente sugli interessi della British Petroleum (Bp). Quest’ultima è stata sempre iperattiva nella regione, in particolare nel confinante Iraq. Secondo gli osservatori del settore però, tra il 2009 e quest’anno l’output della Bp ha subito una flessione dell’1%, proprio a causa dell’instabilità del quadrante mediorientale e che solo su una proiezione quinquennale se ne può prevedere un recupero. Il settore petrolifero britannico quindi – che resta comunque protetto grazie alle sue riserve del Mare del Nord – paga lo scotto dell’allineamento diplomatico del Governo Brown.

Il pieno consenso alle sanzioni è giunto anche dalla Russia. Mosca si è sentita dileggiata da Teheran quando quest’ultima ha rigettato la “proposta di Vienna”. Fino ad allora il Cremlino – sponsor politico nonché fornitore tecnico e materiale del nucleare iraniano – aveva spinto affinché venissero tenuti aperti i negoziati. Poi il cambio di rotta. È anche vero che stiamo attraversando una congiuntura positiva nelle relazioni bilaterali fra Mosca e Washington. Le due superpotenze nucleari stanno raggiungendo un nuovo accordo per un’ulteriore riduzione dei propri arsenali bellici. Si ipotizza la firma infatti di uno “Start III”. A questo vanno aggiunti la maggiore disponibilità degli Usa a rinunciare alle sue basi missilistiche in Europa orientale e la crescente necessità russa di una cooperazione internazionale per contrastare il terrorismo jihadista, soprattutto in Caucaso e Asia Centrale. Per il Cremlino quindi la rinuncia ad appoggiare Teheran val bene una nuova fase di distensione con l’Occidente.

Infine si arriva all’incognita cinese. Finora Pechino ha rappresentato un ostacolo invalicabile, il cui potenziale veto ha impedito alla diplomazia Usa di arrivare al Palazzo di Vetro e presentare una mozione sanzionatoria contro l’Iran. Stando però ai recenti scambi di opinione tra i rispettivi leader dei due Paesi – in particolare la telefonata fra Obama e il suo omologo cinese Hu Jintao – anche quest’ultimo nodo si starebbe sciogliendo. Un ottimismo, questo, che è stato sottolineato dal Ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner. Ieri una nota del Quay d’Orsay parlava apertamente della disponibilità di Pechino a “discutere una bozza di un testo per il varo delle sanzioni”. A questo è seguito tuttavia un raffreddamento degli animi da parte del Governo cinese, il quale né ha smentito Kouchner né gli ha dato ragione. La sua linea quindi resta all’insegna del riserbo. D’altra parte due elementi, completamente separati fra loro e altrettanto lontani dalla questione iraniana, potrebbero far ipotizzare che i calcoli attualmente in corso in Estremo Oriente propendano per un nulla osta alle sanzioni.

Prima di tutto la più che consolidata partnership economica Usa-Cina non merita di essere messa in discussione a causa di una crisi regionale com’è quella iraniana. Inoltre è sempre di ieri la notizia della fornitura dalla Russia alla Cina di 15 divisioni di sistemi missilistici di difesa terra-aria “S-300PMU-2 Favorit”. Guarda caso gli stessi vettori che Mosca aveva promesso a Teheran, ma che a quest’ultima non sono mai arrivati, proprio per il suo rifiuto della “proposta di Vienna”. Possibile quindi che il via libera cinese desiderato da Washington passi attraverso un contratto di armamenti made in Russia?

Pubblicato su liberal del 3 aprile 2010

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