Raffaella Carrà, un omaggio a ruota libera

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Raffaella Carrà mi ricorda la spensieratezza degli Anni ’80.

Quelli in cui si faceva ancora una televisione scanzonata.

Criticata dai bacchettoni della sinistra e della destra, che altrimenti, se non dicevano quelle cose, non li avrebbe notati nessuno.

Quella dell’intrattenimento puro e che non guardava all’audience.

Spesso basata sull’improvvisazione.

La televisione di quel grandissimo genio di Gianni Boncompagni (oltre che di Renzo Arbore).

Raffaella Carrà ha affascinato molti di noi, che negli Anni ’80 eravamo bambini e che, se – come me – avevamo la fissa per le bionde, eravamo innamorati o di lei, oppure di Cicciolina o di Gloria Guida.

Peraltro donne che non esistono più, perché quelle di oggi, nello spettacolo, sono tutte plastificate. Un po’ come la televisione di oggi.

Una donna che cantava la libertà sessuale, come molte della sua generazione. Donne toste, mai bigotte e allo stesso tempo mai volgari.

Mi ricordo anche quando la Carrà ritornò nella TV italiana, dopo tanti anni, nel 1997, con una fiction simpatica – “Mamma per caso” – dove recitava anche un Maurizio Crozza alle prime armi (con la moglie, Carla Signoris) e alcune delle ragazze che avevano fatto “Non è la Rai” (del già citato Boncompagni).

Poi scopro due cose che non sapevo e che un po’ mi hanno anche commosso.

La prima che Raffaella Carrà aveva dichiarato la sua fede comunista alla stampa spagnola. Cosa che non mi risulta essere mai trapelata in Italia, visto il monolitismo democristiano dei media nostrani.

Lei così dichiarò, in una intervista nella Spagna che altrettanto l’aveva amata: “Mi considero una persona di sinistra a modo mio. Mi sono sempre sentita in colpa. Per tutta la vita sono stata dalla parte dei lavoratori, delle persone che lottano, perché io stessa ho lavorato tantissimo. Mi sono sempre preoccupata per i diritti del lavoro di chi mi sta accanto. Ma allo stesso tempo, il successo, ha fatto sì che abbia avuto una vita comoda. In teoria, dovrei stare dalla parte dei ricchi, di tutti i fortunati a cui non importa nulla degli altri. Questa è la destra. Ma no. Ho sempre creduto che fosse fondamentale pagare le tasse e sono felice di pagarle. Ho sempre votato comunista”.

E poi che fu cresciuta dalla madre e dalla nonna, dopo che, nel 1945, la madre aveva divorziato dal padre eccessivamente “playboy”. Una esperienza che un po’ mi ricorda la mia. E che, come a lei, mi fa venire l’orticaria quando sento dire assurdità del tipo “un bambino ha necessità di un padre e di una madre”. Sì, vabé, lasciamo stare….

Sino alla fine Raffaella Carrà ha voluto essere ricordata per come era.

Non stravolta dalla malattia. Una malattia di cui non ha mai detto nulla al suo pubblico, né a chi la conosceva più a fondo.

Dovremmo sempre essere ricordati tutti così.

Sorridenti e spensierati.

Perché nessuno di noi è la sua malattia.

E, prima di morire, aveva chiesto solo una bara di legno grezzo e un’urna per le ceneri.

Estrema dignità di una persona semplice che rimarrà nel cuore.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

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