11 settembre. Fra commemorazione, rabbia e sfide elettorali: l’America ferita a morte

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AUSILIA GUERRERA

11 settembre 2001. Una data, un attacco, una ferita inflitta al cuore dell’America, che rappresenta una frattura incolmabile e radicale con il passato. Essa segna la fine di un’epoca: della grandeur americana, che è quanto dire della sua inviolabilità. Oggi, a undici anni di distanza, è la cesura nella politica americana e nel contendere fra Barack Obama e l’aspirante alla Casa Bianca, il candidato Repubblicano, Mitt Romney. Il duello degli scheletri negli armadi è cominciato e nessuno resisterà alla vera tentazione di ogni campagna, che è quella di scavare nei sepolcri degli altri. Ma non in quello di casa propria.

Una ricorrenza, un’elegia nella quale la retorica della politica cessa, per confrontarsi con un fatto di sangue tragico, e per il quale le pose da mattatori non possono e non devono far breccia nel cuore e negli intenti degli elettori, e devono lasciare, necessariamente, spazio ed il passo ai sentimenti, che vibrano sotto l’epidermide, lasciando la pelle accapponata, oltre a quel risultato, più o meno celebrato dal mondo intero, della (presunta) morte di Osama Bin Laden, in tasca ad Obama; fra i “trofei”, che la sua amministrazione esibisce e sventola in questa seconda corsa (dal non lontano 2008) alla Casa Bianca. Ma bando ad ogni speculazione politico-elettorale… Il cordoglio unanime, cementa in un unicum et necessarium sentimento e spirito la nazione a stelle e strisce.

La democrazia per antonomasia – gli U.S.A. – quale momento migliore ha per stagliarsi fiera, agli occhi del mondo, quale paladina dell’uguaglianza – che non è omologazione – i cui antagonisti, Obama e Romney, sono pronti, in un simile frangente, a imbracciare il vessillo della pace, per incarnare la democrazia americana nella sua quintessenza, di discussione e apertura verso chi porta identità diverse, contrapponendosi, ancora una volta in più, idealmente e moralmente, verso chi è foriero dell’integralismo omicida e blasfemo, che ha sventrato nel suo cuore la civiltà americana. Lasciandone, pur tuttavia, ossimoricamente, solide le fondamenta, per quanto visibilmente strutturalmente sradicate da sotto terra, con una violenza senza pari e senza precedenti nella storia dell’umanità; inaugurando l’epoca degli allarmismi e di un terrore mondiale, che ha scosso tutto l’occidente, detronizzandolo, nei fatti, in quanto leadership mondiale, per l’ovvia ricaduta nel sistema economico-bancario e finanziario. Narrare la parabola delle Torri – così come la cura delle parole – non basta a riferire ciò che si sente; né a riferire delle persone imbarcate sugli aeri abbattuti mortalmente nello schianto sulle Torri Gemelle. Inferno di cristallo. Impossibile ripensare senza struggimento alle torri di cristallo di New York, che si specchiavano – la numero 1 e la numero 2 – nude, taglienti, compatte le une nelle altre, e il cui splendore era fatto di puro e infrangibile presente. Senza futuro.

Scena da inferno dantesco: la vita e la morte: visibile, nello schianto del secondo Boeing, ai nostri occhi di telespettatori inermi, e udibile, nelle chiamate telefoniche, nelle ultime parole delle vittime dalle Torri Gemelle, cancellate dalla faccia della terra; voci dall’inferno… in un dossier di duemila pagine sono 286 le ore di registrazioni di racconti della tragedia che ha cambiato il mondo. Oltre ad aver sfigurato per sempre la skyline di New York. L’America ha imparato a conviverci con la memoria di Ground Zero, con gli omaggi agli eroi delle Torri, i vigili del fuoco, e con il dramma privato dei familiari delle vittime, attanagliati nell’intimità di un dolore che non passerà mai.

È la tragedia dell’uomo-massa, strumento di coloro che comandano, di coloro che promettono, di coloro che spaventano. L’elenco del numero delle persone morte nell’attentato terroristico alle Twin-Towers, non basta a dirci nulla di personale di quegli esseri umani, che, nella lugubre rievocazione, sono solo “numero” e massa; attenendoci ad essi, sembrerebbe venir meno, in tal modo, uno dei principi della democrazia, secondo cui la democrazia è fondata sugli individui e non sulla massa. Naturalmente concetto quanto mai astruso per i kamikaze-massa-poltiglia-dis-umana – rispetto all’umanità di Manahattan – credendo che solo questo resta di un sogno, di uomo, perché direttamente proporzionale al grado di civiltà e di sviluppo e presenza della democrazia. Dimostrando, ancora una volta, che la democrazia – qualunque siano i suoi rappresentati – è la sola forma politica che rispetta la dignità umana.

Ecco perché il modello occidentale è in sé e per sé vincente, intramontabile all’appuntamento con la storia dell’umanità, insopprimibile nelle sfide più atroci, grazie al potere della cultura, con la quale si può sempre ricostruirsi una vita e rinascere dalle proprie ceneri, come la fenice. Così gli Stati Uniti d’America. L’anniversario dell’11 settembre 2001, rende, per questo motivo, quella data ancora più simbolica. Impossibile da cancellare. Perché è accaduto che l’America, non si è mai rassegnata, non ha abdicato mai al suo ruolo di eroe che non cede.

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