Si distingua il Liberalismo dal giacobinismo

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di Pietro Paganini e Raffaello Morelli

Commemorando il 25 Aprile, il Presidente Silvio Berlusconi ha compiuto un grave errore concettuale, restando, nonostante lo sforzo, lontano dal Liberalismo. Ha costruito il discorso intorno alla lotta per la Libertà, dal Risorgimento alla Resistenza, alla Costituzione, ma ha usato come sintesi la frase “ce lo imponeva e ce lo impone la nostra religione della libertà”. Questa frase riduce la Libertà a categoria della religione, religiosa o giacobina. E così contraddice i fondamenti del Liberalismo, perché rompe l’essenziale collegamento tra Libertà ed Individuo Cittadino.

Per i Liberali, la Libertà non può essere una religione che sovrasta i cittadini. A differenza di ogni dogmatismo di qualsiasi Chiesa, la Libertà di ognuno non è finita, non è riducibile a verità assoluta, è strettamente collegata al mondo. Relativamente a ciascun Individuo, la Libertà è frutto dell’esercizio del proprio senso critico. Ci sono tante Libertà quanti sono gli individui che la perseguono. Non esiste una libertà assoluta applicabile in modo conforme. Perciò la Libertà di religione non va confusa con la religione della Libertà. E non a caso. Per i Liberali costruire la Libertà del Cittadino significa, nel quadro di un fisiologico conflitto democratico, dare alla convivenza regole istituzionali per il dispiegarsi delle diversità individuali. Berlusconi insiste su un concetto opposto nel proporre di trasformare la Festa della Liberazione in festa della Libertà. Egli vuole “togliere a questa ricorrenza il carattere di contrapposizione che la cultura rivoluzionaria le ha dato e che ancora “divide” piuttosto che “unire” “. Ma Libertà non unisce, rappresenta il diritto di ciascuno di essere diverso come gli altri cittadini. Sono le regole di affidarsi alla Libertà di ciascuno che potenziano la convivenza rendendola più libera. Berlusconi adotta lo stesso conformismo massificante di quei marxisti che per decenni volevano trasformare il 25 aprile nella festa della propria verità. Le società libere sono naturalmente percorse dalla divisione dei differenti apporti individuali. Né è possibile che la pietà e il riconoscimento della buonafede per chi voleva la Repubblica di Salò, consenta di equiparare i gravi errori politico culturali del loro essersi battuti contro la libertà del cittadino con le mancanze commesse da chi si è battuto per la libertà.

Tutto ciò non è frutto di una mera svista descrittiva. Citando i leader politici di allora, capaci di incanalare verso un unico obiettivo le profonde divaricazioni di partenza, Berlusconi ha omesso, ancora una volta, di citare i Liberali. Che viceversa dettero contributi importantissimi. Pensiamo a Benedetto Croce, che costituì per venti anni l’indiscusso punto di riferimento politico, culturale e morale dell’opposizione al fascismo, e ai due primi Presidenti della Repubblica, Enrico De Nicola e Luigi Einaudi. Certo Croce fece battaglie scomode per Berlusconi, tipo l’opposizione all’Assemblea Costituente contro l’art.7, voluto da DC e PCI. Ma omettendo di citare i Liberali, Berlusconi rafforza l’idea che i due partiti chiesa, facendo da soli la Costituzione, siano un ineluttabile destino. Un’idea che non ha riscontri nelle democrazie mondiali e che ovviamente contrasta il principio della Libertà del Cittadino. Se vuol essere Liberale e respingere il dirigismo alla Rousseau, la Libertà politica non deve mai imporre la Libertà di uno o di alcuni a quella di tutti gli altri. Solo con questa accezione Liberale, coesistono fattivamente la Libertà da qualcosa e la Libertà di fare.

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