La bellezza della lotta. Tra Einaudi e Croce

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Il liberale Nico Valerio ha sintetizzato, nel suo sito, “Salon Voltaire”, gli interventi svolti da Corrado Ocone e di Enzo Di Nuoscio in occasione di un recente incontro organizzato dal Partito Radicale, per ricordare Luigi Einaudi.
Sollecitato ad intervenire, ho preferito non fare precisazioni, o commenti, su Einaudi, lasciando questo compito a chi ne abbia studiato il pensiero in modo più approfondito di quanto abbia fatto io. Mi sono limitato a fare qualche precisazione su Croce, chiamato in causa sia da Ocone, sia poi da Valerio.

Caro Valerio,

penso si debba osservare una certa cautela prima di definirsi “crociani”. Al riguardo, si possono distinguere queste situazioni:

a) persone che hanno letto con attenzione qualche libro importante di Benedetto Croce;
b) persone che sono attratte intellettualmente dalla personalità di Croce ed hanno condotto uno studio sistematico sulla sua vastissima produzione;
c) persone che, dopo aver molto letto e meditato Croce, traendo utili insegnamenti anche da testi meno citati (ad esempio, molto si può imparare dagli scritti raccolti nei volumi delle cinque serie delle “Conversazioni critiche”), presumono di avere compreso il suo punto di vista;
d) persone che condividono sia l’atteggiamento mentale di Croce, sia le caratteristiche fondamentali della sua filosofia.

Soltanto quanti si trovano nella situazione di cui alla lettera d), possono definirsi “crociani”. Tra i “crociani”, ci sono i meri ripetitori che valgono poco, così come valgono poco i meri ripetitori di qualunque altro grande pensatore.

Poiché non voglio parlare di altri studiosi, parlo di me stesso. Non c’è personalità della cultura italiana che stimi più di Benedetto Croce. Ho letto abbastanza per sentirmi in diritto di scrivere qualcosa su di lui; ma non ho letto tutto. Non mi definisco “crociano”, perché non condivido interamente l’impostazione del suo pensiero. Ad esempio, io non ritengo che l’espressione “Spirito” si esaurisca nel “pensiero umano”, sul piano dell’immanenza. Per me c’è qualcosa di più. In Hegel era evidente che questo “Spirito” conservasse qualche carattere dell’ Heiliger Geist, lo Spirito Santo della Trinità cristiana. C’era anche un soffio divino che penetrava il pensiero umano, cosicché i singoli esseri umani erano strumenti per la sua manifestazione. Per quanto riguarda Croce, egli, com’è noto, voleva stare soltanto sul piano dell’immanenza, cioè della storia umana, era infastidito dai residui mistici e teologici, e sembrava chiudere nettamente alla dimensione della Trascendenza. Tuttavia, più volte mi sono divertito a verificare quante concessioni Croce facesse a parole di chiara derivazione religiosa, nel suo linguaggio scritto. Erano soltanto concessioni “poetiche”? Penso di no.

Cito per tutti questo brano del “Perché non possiamo non dirci cristiani”: «E il Dio cristiano è ancora il nostro, e le nostre affinate filosofie lo chiamano Spirito, che sempre ci supera e sempre è noi stessi» (il saggio crociano fu pubblicato nel 1942 nella rivista La Critica; poi raccolto nei “Discorsi di varia filosofia”, Laterza, 1945, vol. I, p. 23).

La posizione di Croce nei confronti del sentimento religioso può essere così riassunta. Meglio un sincero credente, che «volgari razionalisti e intellettualisti», «cosiddetti liberi pensatori» e «simile genia, frequentatrice di logge massoniche» (si veda “Filosofia della Pratica”, Laterza, 1973, pp. 307-308). In altre parole, meglio un genuino sentimento religioso, che incredulità e scetticismo. Soltanto un pensiero filosofico che rispettasse gli elementi di verità contenuti nelle rivelazioni religiose, ma li superasse per affermare che la dignità degli esseri umani sta nella loro libertà, rappresentava una posizione spiritualmente più elevata rispetto alla religione tradizionale. Non qualunque filosofia era più avanzata della religione; ma soltanto quella particolare filosofia che si basasse sul principio e sul metodo della libertà. La medesima filosofia doveva abituare gli individui al difficile esercizio della libertà. Questa, infatti, non si risolve nel ricercare il proprio comodo; non è una questione di gusti. Una libertà intesa come licenza può essere una via di degradazione, non di elevazione. La meta è quella di utilizzare la propria libertà per cercare e trovare quanto realizza esigenze di Bene, di Bellezza, di Verità.

Veniamo alla verità. Vero è contrario di falso. Nella logica, nella Scienza, nella ricerca storica, tutti noi perseguiamo il vero, non il falso. Al di là delle interpretazioni, la Storia ha una sua base di fatti dimostrati e attestati da documenti. E’ vero che Benedetto Croce sia nato a Pescasseroli il 25 febbraio 1866. Per quanto riguarda le verità scientifiche, queste, come ha insegnato Popper, sono falsificabili. Ma reggono fino a che non si dimostri il contrario. Il fatto che un dato veleno sia letale per l’organismo umano non è un’opinione. E un dato scientifico; ed è meglio che chi ne dubita non faccia esperimenti al riguardo.

Nel settimanale Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, Croce pubblicò un articolo, titolato “L’uomo vive nella verità”. La Verità è «non mai riconoscibile nel suo tutto»; ma l’essere umano cerca e si sforza di trovare «le verità particolari», nella sua vita operosa. Quell’articolo si concludeva: «Non andare in cerca della verità, né del bene né del bello, né della gioia, in qualcosa che sia lontano da voi, distaccato e inconseguibile, e in effetto inesistente, ma unicamente in quel che voi fate e farete, nel vostro lavoro, nel cui fondo c’è l’Universale, di cui l’uomo vive» (lo scritto è raccolto in “Terze pagine sparse”, Laterza, 1955, vol. I, p. 14).

Il pensiero di Croce non può essere dispensato in pillole. Leggerlo oggi può richiedere uno sforzo, perché il linguaggio è molto diverso da quello corrente. Ma ne vale la pena e il risultato sarà comunque un arricchimento spirituale.

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