Tra scuola e politica, meglio la felicità

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di MARTINA CECCO

Il momento dell’esame di maturità rappresenta per gli studenti il tempo di dimostrare di essere adulti, di essere cresciuti e di essere pronti ad affrontare una esperienza (lavorativa o universitaria) che li renderà autonomi nel loro percorso di crescita, affermati sia come studenti universitari, che eventualmente come lavoratori, ma in ogni caso “persone mature” e cresciute.

Molto spesso si sente dire anche da persone che poi nella vita di esami ne hanno superati proprio tanti, che l’esame della maturità rimane comunque un ricordo importante, uno di quei ricordi che in ogni caso segnano per sempre, sia che vada a gonfie vele, sia che invece lo si superi sul filo del rasoio.

Non per niente qualcuno della maturità ne ha fatto anche un film, il famosissimo “Notte prima degli esami” una commedia, che riassume gli stati d’animo e i pensieri dell’adolescente che sta per affrontare per la prima volta nella propria vita qualcosa di veramente importante.

Ecco allora che, una volta di fronte al foglio bianco, il ragazzo sceglie di che cosa parlare: le prove di esame della maturità sono delle prove miste, che mettono alla prova un po’ tutte le facoltà del giovane, non testa solo la preparazione teorica, che dipende più che altro da come sono stati affrontati gli anni di corso, ma testa anche la flessibilità, le abilità di interpretazione, la capacità di adattarsi a un contesto, la maturità nel rimanere se stessi dando però il massimo.

Quale migliore prova, se non quella della elaborazione testuale, per capire se e quanto il ragazzo ha raccolto dalla esperienza di studio? Ed ecco che è evidente che qualcosa nella nostra scuola non funziona a dovere; niente da dire sul fatto che il giovane ha il pieno diritto di scegliere a quale traccia affidarsi per cavarsela al meglio, ma è alquanto insolito, o meglio così banalmente ovvio, che il ragazzo preferisca affidarsi a se stesso e alle proprie forze interiori per offrire prova di quanto ha ottenuto dagli anni di studio.

“Primo Levi” e l’analisi di testo; “Il piacere e i piaceri”, un saggio breve o un articolo di giornale, “Il ruolo dei giovani nella politica. Parlano i leader”, “Siamo soli?”, la traccia sulla “Ricerca della felicità”; il tema storico; il tema di argomento generale: non è deludente che sia proprio la traccia sulla “Ricerca della felicità” quella più ambita?Intendo dire, senza troppo girarci intorno, non è forse annichilente che uno studente, dopo cinque anni di studio, in cui sempre ha vissuto esperienze che lo legano a un contesto, in cui sempre ha saputo quanto certe tematiche siano importanti, non è banale che scelga di parlare di qualcosa su cui avrebbe potuto anche scrivere anche un intero trattato solo leggendo dei libri e pensando a se stesso?

Di certo il tema è dei più difficili: nemmeno uno studioso di letteratura si permetterebbe mai di andare a parlare di come gli autori sviluppano il concetto di “felicità” senza avere sotto il naso almeno i testi editi in forma originale e in forma critica di questi poeti, letterati, scrittori che della felicità, dell’amore, della solitudine, della morte, hanno fatto dei cavalli di battaglia scrivendo pagine su pagine di mirabili poesie, racconti, romanzi; figuriamoci come potrebbe un ragazzo restituire anni di studio in un elaborato, così, su due piedi, in un momento difficile come quello della prova di maturità.

Eppure i giovani hanno pensato bene che la traccia fosse la più semplice, o meglio a loro è piaciuta di più, la hanno trovata più adatta alla loro situazione, commettendo un ingenuo ma legittimo errore, cimentandosi nello scrivere dei testi e sviluppando delle argomentazioni del tutto improbabili, che vanno dal banale al rifatto, anche per gli eccellenti, insomma producendo qualcosa per sentito dire, nella convinzione fallace che sia invece proprio quello che più li riguarda.

E’ strano come la scuola non riesca a fare da collante tra il ragazzo, le nozioni e la realtà. E questo tema mal scelto dimostra come sia proprio un problema grave, quello della scuola moderna, che non riesce a entrare in profondità, non è in grado di andare oltre la superficie emotiva del ragazzo, non riesce a coinvolgerlo dandogli la chiave di lettura della sua stessa esistenza.

Se gli obiettivi della scuola sono quelli di insegnare nozioni, formare e preparare alla vita, di certo, se sul nozionismo ci sono leciti dubbi ma testate certezze, i ragazzi hanno sentito tutto e sono stati interrogati su tutto, (chissà se poi tra qualche anno si ricorderanno ciò che hanno imparato .. ma tant’è), se sul concetto di formare si apre un baratro che obbliga a fare i conti con la politica, con la amministrazione e con le risorse umane e economiche della scuola contemporanea, sul concetto di preparare alla vita non ci dovrebbero essere dei dubbi, la scuola superiore deve preparare alla vita.

Ma la scelta della traccia sulla felicità conferma che a chiusura del ciclo .. è come se fosse il primo giorno: qualcosa, ben poco, nulla, perché la felicità rappresenta le aspettative, rappresenta il futuro, è un punto di partenza quello di pensare alla felicità.

Chi pensa alla felicità non sta facendo sintesi di se stesso, sta facendo progetti, sta pensando a quello che sarà dopo, sta fuggendo alla prova di maturità dedicandosi all’appagamento diretto delle proprie necessità, sviluppando un tema, da 10 o da 5 che tuttavia già dall’averlo scelto dimostra certo una forte sensibilità, una propensione all’introspezione, all’analisi testuale, al dialogo, ma non alla analisi e alla sintesi: insomma dimostra una buona parte di immaturità o nella migliore delle ipotesi una maturità fortemente insicura. Questo dimostra che qualcosa nella scuola italiana non sta andando per il verso giusto.

Di Martina Cecco

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