Gaza: strumentalizzazioni, capri espiatori e responsabilità

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di ANTONIO PICASSO

Tra le organizzazioni coinvolte nello scontro di fronte a Gaza domenica notte, figurano nomi che hanno permesso al Governo israeliano e ad alcuni osservatori dell’opinione pubblica occidentale di poter avanzare i dubbi sul fatto che la flottiglia avesse intenzioni effettivamente umanitarie. La presenza di Ong quali l’Humanitarian Relief Foundation (Ihh), oppure il Free Gaza Movement e l’International Solidarity Movement (Ism) ha fatto sorgere il dubbio che l’operazione, invece di avere obiettivi di soccorso per la popolazione civile della Striscia, fosse stata impostata in modo volutamente provocatorio e mirasse a “soccorrere” le milizie palestinesi.

L’Ihh è un’organizzazione no profit, nata a Istanbul nel 1995 e lì ha sede tuttora. Ufficialmente le sue attività sono: l’intervento pacifico nei casi di conflitti e di disastri naturali a fianco delle popolazioni colpite da questi. È impegnata inoltre nei campi dello sviluppo economico, dei diritti umani e delle attività di emergenza. Il suo fondatore e attuale Presidente è l’avvocato Bülent Yidirim, il quale non nasconde i suoi diretti contatti con la leadership di Hamas, sia a Damasco con Khaled Meshal, sia a Gaza, dove spesso si è recato in visita a Ismail Hanyyeh. Proprio per questo motivo, l’Ihh ha suscitato le più accese critiche da parte degli analisti israeliani. In particolare l’Intelligence and Terrorism Information Center – uno dei centri di ricerca e formazione più quotati a livello internazionale nell’ambito della sicurezza – ha effettuato un recente studio sui legami tra l’Ong turca e il terrorismo di matrice islamica. Grazie a una partnership con un team di analisti danesi, sarebbe emerso che Yidirim vanterebbe conoscenze trasparenti, ma anche compromettenti in seno alla complicata costellazione delle realtà politiche e operative che rientrerebbero nella cosiddetta resistenza palestinese. Oltre ai legami con Hamas – che per Israele è già un motivo di messa al bando – l’Ihh sarebbe in contatto con il mondo jihadista salafita, attivo fra il cuore del Medio Oriente e il Nord Africa. Da qui si arriverebbe a rapporti con alcuni esponenti di al-Qaeda. L’Ihh quindi rientrerebbe, seppure in via tangenziale, nel network del terrorismo fondamentalista islamico. Tutto questo ha portato il Governo israeliano, nel 2008 – quando il Primo ministro era Ehud Olmert – a espellere i rappresentanti dell’Ihh dal territorio nazionale. Così è stato per l’Ong turca e per altro 38 organizzazioni pacifiste attive nel settore umanitario pro-palestinese, in quel periodo già impegnate a portare aiuti alla popolazione di Gaza.

Diverso è il caso di Free Gaza Movement e dell’Ism. La prima rappresenta l’anima delle iniziative di interventi a favore della Striscia per mezzo delle flottiglie, come quella di domenica. Il Free Gaza Movement è un soggetto dall’identità prettamente laica e internazionale, rispetto all’Ihh, che nasce in un “Paese-ponte” com’è la Turchia, fra l’Occidente e il mondo arabo. D’altra parte nemmeno l’Ong di Istanbul fa menzione di una sua qualsiasi caratterizzazione religiosa. L’obiettivo di Free Gaza Movement emerge dalla consapevolezza che la popolazione palestinese della Striscia non possa essere aiutata via terra. Di conseguenza, l’unica via di accesso è il mare. Non è un caso che nella sua governance appaiano personalità protagonista del pacifismo internazionale – quindi con una impostazione culturale politica – ma anche tecnici navali e uomini con una lunga esperienza di marinara. L’Ism infine è un movimento fondato nel 2001 da Adam Shapiro: attivista, amico di Yasser Arafat e che vanta esperienze di dimostrazioni contro la guerra in Iraq nel 2003 e per un intervento internazionale in favore dei popoli del Darfur, in Sudan. Secondo il Washington Post e il Daily Telegraph entrambe le organizzazioni possono essere riconducibili in qualche modo al jihadismo.

Il fatto che sulle navi attaccate dalla Marina israeliana ci fossero i rappresentanti di questi soggetti e la stessa sequenza degli eventi lascia in sospeso il dubbio se si sia trattato effettivamente di un intervento per un aiuto sincero in favore della popolazione di Gaza. Purtroppo nel conflitto israelo-palestinese anche la trasparenza delle Ong è vittima delle circostanze. Trasparenza intesa in termini di chi effettivamente promuova queste Ong, oppure da dove giungano le sovvenzioni in loro sostegno. Trasparenza nel senso di obiettività delle analisi da parti di coloro che le accusano di collusione con il terrorismo. Un soggetto che è davvero votato alla causa della popolazione e unicamente con obiettivi umanitari può essere vittima di fraintendimenti dalla parte avversa e altrettanto strumentalizzato dalle frange radicali che invece adottano la violenza come strumento politico. Ogni singola organizzazione umanitaria ha il dovere di dimostrarsi “pura” nelle sue attività. Israele, in quanto Stato costituito, è chiamato a comportarsi da tale e quindi a non generalizzare tutte le iniziative filo-palestinesi come promotrici di guerre.

Pubblicato su liberal del primo giugno 2010

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