La crisi e la guerra mondiale, previsti con gli occhi di Haléry

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Lunedì 5 giugno, nella 224esima serata di Lodi Liberale, è stato presentato il libro di Élie HalévyL’era delle tirannie“, pubblicato da Ideazione Editrice, insieme a Gaetano Quagliariello (Professore di Storia contemporanea presso la LUISS Guido Carli di Roma), Giovanni Orsina (Professore di Storia contemporanea presso la LUISS Guido Carli di Roma) e Eugenio Capozzi (Professore di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Napoli “Suor Orsola Benincasa”) .

“Oggi è il 300esimo anniversario della nascita di Adam Smith e le nostre università in Italia non ne hanno parlato.” Il presidente di Lodi Liberale Lorenzo Maggi ha parlato di questo pensatore e ha introdotto la serata presentando i relatori e la pubblicazione in oggetto, che è disponibile in Italia dal 1998. In qualche modo in questa pubblicazione si riflette sulle tirannie ovvero su quello che attualmente viene definito totalitarismo: comunismo, fascismo e nazismo sono argomento di un libro che poi fa risalire al socialismo la radice della deriva del pensiero politico.

“Questa casa editrice fino al 1994 era concepita per produrre una rivista, termina nel 2007 la sua attività, dopo aver dato molto al pensiero liberale e al pensiero conservatore italiano. Di questa casa editrice abbiamo presentato parecchie pubblicazioni” ha detto Maggi.

GLI ANNI TRENTA AVREBBERO CAMBIATO LA MISURA DELLA LIBERTA’ DEGLI INDIVIDUI, LO STATO E LA NAZIONE SI SAREBBERO SCONTRATI ANDANDO INCONTRO A SOCIALISMI DI STATO

“Halévy era un filosofo inizialmente e si dedicava allo studio di Bentham inizialmente, dedicò in seguito una grande attenzione alla storia del popolo inglese, in particolare relativamente alla religione e agli aspetti culturali che dimostravano in sé la diversità della Gran Bretagna rispetto al continente, specularmente all’operazione che ha fatto anche Tocqueville sull’America.” Gaetano Quagliarello ha parlato di come la Gran Bretagna ha coltivato la sua eredità storica arrivando egemone nel XIX secolo come la potenza di riferimento.

“In questo senso noi possiamo iscrivere Halévy all’interno di quel partito minoritario della cultura francese che possiamo definire anglofona, il partito degli estimatori del mondo anglosassone in Francia. In questo universo minoritario ci appare come uno snodo, un punto di passaggio tra i liberali classici – dottrinari – e invece gli anti totalitari – democratici – del ventesimo secolo. Una figura di passaggio.”

“Quest’opera postuma è stata curata dai suoi amici e dai suoi allievi che hanno in questo modo pubblicato i suoi scritti inediti. Lo scritto che dà il nome al volume è uno schema interpretativo, che conteneva una riflessione che si era fortemente sedimentata. Il volume contiene una parte filosofica dedicata a Saint Simon e una parte di scritti in cui parla della guerra inglese, infine l’ultima parte parla del conflitto e delle sue conseguenze, che in questo modo sinteticamente viene definita!”

LA CENTRALITA’ DELLO STATO FIGURA ANCHE NEGLI SCRITTI OPERAI, ENTRA IN COLLISIONE CON IL PARLAMENTARISMO CLASSICO

“In primo luogo si parla delle cause del conflitto mondiale, che secondo l’interpretazione della storiografia sono state cause fondamentalmente legate alla dimensione ideale. A quel tempo le maggiori interpretazioni erano legate a spiegazioni economiche di tipo marxista, legate al contesto internazionale e al fenomeno del cosiddetto imperialismo. Halévy invece spiega che l’ordine passato si disgrega e il principio nazionale viene visto come libertà per il popolo contro la logica di potenza: esso si scontra con il fulcro dell’ordine mondiale che era stato fissato nel Congresso di Vienna del 1814. Contestualmente si diffonde il movimento socialista.”

“Il socialismo, in particolare in Unione Sovietica, ci sarebbe stata una nazionalizzazione; nel resto d’Europa allo stesso modo si sarebbero – secondo Halévy – avvicinati sia Stato che Nazione, andando a erodere i principi di libertà nel continente.” Il professor Quagliariello ha comunque messo in evidenza come i paesi legati a una tradizione parlamentare, liberal democratica diremmo oggi, in qualche modo avevano poche possibilità di farcela.” La sua era un’analisi molto eurocentrica, che aveva però una poca considerazione del ruolo degli Stati Uniti.

“Halévy è stato un intellettuale europeo, studiarlo mette in luce le connessioni tra gli intellettuali europei, anche di area liberale, in quel periodo. E’ evidente che quella riflessione è stata portata avanti grazie a una fitta rete di contatti che contribuisce molto alla conoscenza di tre contesti nazionali, quello inglese, quello francese, quello italiano.”

Il Novecento secolo di grandi illusioni, le masse che irrompono nel gioco democratico, il trionfo e il tramonto delle ideologie, lo Stato onnipotente, l’incanto, l’ebrezza e il sangue di due guerre globali. Il Novecento, anche e soprattutto, come era delle tirannie. Élie Halévy fu uno degli interpreti più lucidi di questo secolo, di cui ha saputo cogliere (con intuito quasi profetico) sviluppi e contraddizioni. Il libro, mai pubblicato in Italia, è una raccolta postuma di saggi scritti in epoche differenti. Alcuni si presentano come analisi formalizzate e scientificamente ponderate, altri come sintesi complessive che concludono una fase di studi, altri ancora come frammenti brillanti o tratteggi impressionistici. Tutti, insieme, offrono un panorama completo sulla genesi delle malattie del secolo, sull’evoluzione dei partiti socialisti, sempre più attratti dall’illusione statalista e totalitaria, su ciò che si preparavano ad essere il fascismo in Italia e il nazismo in Germania. E con uno sguardo, attento, alle ragioni d’oltremanica, all’empirismo politico inglese. L’era delle tirannie può anche essere letto come un’autobiografia intellettuale, che ripercorre l’itinerario di studio e di analisi di uno dei massimi interpreti dell’evo contemporaneo, restituendo all’analisi di Halévy il suo ritmo e le sue pulsioni interne. Emerge la sua eccezionale capacità di cogliere in tempo reale le dinamiche che il corso della storia avrebbe poi confermato: l’emergere di minoranze attive organizzate in partito, disponibili ad ogni violenza e animate dalla fede di poter forgiare l’uomo nuovo. Minoranze che avrebbero, poi, conquistato lo Stato, strumento micidiale al servizio dei loro fini.

Élie Halévy (1870 – 1937) è uno dei più grandi storici del Novecento. Tutta la sua esistenza è stata spesa nella ricostruzione della storia dell’Inghilterra contemporanea e nell’analisi del socialismo. Da questa tensione intellettuale è derivata una monumentale Storia del popolo inglese e moltissimi saggi dedicati alla storia del socialismo.

TENERE UNITI I FENOMENI STORICI E FAR CAPIRE LE COSE

“La vera frattura, secondo la teoria che si presenta in questa pubblicazione, è tra la libertà e la non libertà: questo – ha detto il professor Giovanni Orsina – è il tema centrale. Qui troviamo un pensiero che non è solamente teorico e filosofico, ma è nutrito di studi storici, con uno schema di interpretazione che parte dalla storia delle idee, si alimenta di storia concreta e si allontana in questo modo dall’astrattezza, anche se questa storia filosofica è un intreccio, con una impostazione francese particolare.”

SE LA VISIONE LIBERALE SI FOSSILIZZA SU MODUS OPERANDI SEMPRE IDENTICI, PERDE IL SENSO

“Da questa pubblicazione esce una visione della libertà molto delicata nella sua costruzione verso una società libera, va letto con attenzione perché la visione non è banale, come viene vista ora, ovvero unilateralizzata. Sbilanciando il sistema si è costituito un danno per la libertà stessa. Halévy invece non si lascia trasportare in nessuna direzione.” Il professor Orsina ha parlato mettendo in luce diverse sfaccettature del mondo liberale e del mercato, cercando di mettere a fuoco alcuni punti deboli del mercato, tra cui anche la burocratizzazione, l’organizzazione del mercato che diventa standard.

 

“L’accento che Halévy pone sulla deriva statalista è il frutto della prima guerra mondiale, nonché la torsione radicale delle ideologie del primo dopoguerra, che portano la cultura europea a mettere in circolo una serie di riflessioni che non smettono di fruttificare.” Il professor Eugenio Capozzi ha messo in evidenza l’anticipo sui tempi dell’autore, che analizza il socialismo come una forma che si realizza in Unione sovietica con il comunismo bolscevico. In questo modo si evidenzia uno iato incolmabile che – nella cultura marxista – non è stato considerato, ma è stato visto in chiave diversa.

LA TRACCIA RELIGIOSA NELLE IDEOLOGIE

“Nella prima guerra mondiale Halévy vede un arrivo da oriente di una pressione sull’Europa, con la destabilizzazione dell’Impero russo e conseguentemente dell’Impero Austroungarico. Egli non fa il passo successivo, che invece avevano fatto Nietzsche e Dostoevskij, Freud o Fromm, Croce. “

LA CONSAPEVOLEZZA DI UNA CRISI IN ARRIVO NELLA CIVILTA’ EUROPEA DELL’800

Nel 1838 Halévy inizia a parlare della torsione radicale delle ideologie, che porta alle tirannie, vedendone anche l’aspetto religioso: non ci vede però l’elemento tragico, per cui non può essere visto come il vero iniziatore dello studio sui totalitarismi, perché rimane distante.

Durante la serata è intervenuto anche il professor Stefano Magni, giornalista e storico amico di Lodi Liberale.

“A partire dalla Cina siamo attualmente di fronte a un grandissimo potere manipolatorio subdolo da parte dei nemici del liberalismo. Che questo sia accaduto anche in passato è confermato da quello che succede con il conflitto odierno. In passato era molto più difficile rispondere in modo esplicito a queste manipolazioni.” Il professor Quagliariello ha spiegato come la debolezza dell’occidente sia la sua ricchezza, cioè il concetto di libertà.

“La crisi dell’occidente è legata al modello utopistico della modernità: il problema della secolarizzazione e della fine del concetto di trascendenza verso una visione immanente, appartiene anche al liberalismo e alla liberaldemocrazia, che hanno dovuto cercare di controllarlo perché in questo modo l’uomo era in contraddizione con se stesso. A partire dagli anni ’60 e poi più rapidamente dopo l’89, come in tutti i processi di evoluzione rapida, si sono estremizzati gli opposti e poi a pagare il prezzo sono state le tradizioni che avevano garantito e aperto la porta per la libertà. Per uscirne bisogna andare avanti, costruendo intorno a sé con ottimismo, che è un modo per tenere calme le persone. Allora in questo modo nel ‘900 alla fine il processo utopistico ha generato diversissimi cardini, che hanno manifestato la ribellione contro un modello liberale radicale che ha cercato di estremizzare, allontanandosi dalla media delle persone, che non sono solo fatte di principi sulla libertà.” Il professor Orsina ha quindi proposto una visione diversa: probabilmente la crisi dell’occidente è legata alla poca duttilità dei modelli utopistici che hanno messo il soggetto individuale contro un’idea di ordine, al contempo le forze del nemico hanno cercato di far leva sulle debolezze. In questo senso la Cina e la Russia, nemici piuttosto corposi, si pongono in maniera subdola rispetto all’occidente.

“Nel libro si dice che nella cultura europea e nell’Europa delle idee ci sono i germi delle tirannie, a livello di psicologia sociale, che non si lascia scalfire nemmeno con la fine dell’imperialismo russo, che ha perfezionato il comunismo germanico declinandolo a suo favore.” Il professor Capozzi ha quindi spiegato come mai, oggi, le società occidentali hanno un grado di controllo, sorveglianza, potere più o meno esplicito, che è in concorrenza con la Cina. Non è facile tenere l’Europa al centro della propria storia, perché dalla fine della guerra fredda in poi, l’Occidente si è fatto la guerra intestina.

Martina Cecco

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