Diritti umani e libertà. L’occidente coi remi in barca, lo stato dell’arte di democrazia e sicurezza in Europa in Lodi Liberale

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DEMOCRAZIA E SICUREZZA. Società occidentali e violenza collettiva“, è il libro pubblicato da Le edizioni del Mulino, presentato nella serata 152esima di Lodi Liberale da Angelo Panebianco (Curatore del libro e Professore di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Bologna), Francesco Niccolò Moro (Coautore del libro e Professore di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Bologna) e Chiara Ruffa (Coautrice del libro e Professore di War Studies presso la Swedish Defence University di Uppsala).

Nella dinamica dell’associazione Lodi Liberale è stato il turno di un tema molto particolare e raramente trattato, cioè del rapporto tra le società occidentali e le forze che garantiscono la sicurezza, siano esse esercito o in generale forze armate, che fanno fronte ai problemi collettivi come la protezione dei confini, la guerra, le migrazioni, la pandemia e altre questioni secondarie.

Uso della forza e sicurezza: “Ottenere protezione dalla politica e proteggersi da quella stessa politica da cui si invoca la protezione” è il paradosso di uno Stato che mantiene ordine e sicurezza all’interno dei propri confini e protegge anche dalle ingerenze esterne.

“Ogni organizzazione che ha la leva di questo tipo di potere – ha detto Lorenzo Maggi, presidente dell’associazione – tende fisiologicamente ad esondare: questo difficile equilibrio è importante da analizzare.”

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Sono gli stessi governanti talvolta ad alimentare la paura: in questa reciproca paura si allevia la tensione dove ci sia la convinzione della loro stessa legittimità.

“Il libro nasce dalla costituzione di un gruppo (collettaneo) costituitosi all’interno della casa editrice Il Mulino, in cui, dopo una lunga discussione, partendo dall’idea che le democrazie europee hanno preso in mano la questione della sicurezza che era molto sentito. La lunga pace del post 1945 ha portato governi e repubbliche a dare per scontata la sicurezza, come se fosse qualcosa di necessario e di inevitabile, ma questa è una posizione pericolosa nel mondo che cambia”.

L’EUROPA E LA SUA PROGRESSIONE VERSO LE DEMOCRAZIE

In questo libro, che parla della realtà europea e non tocca molto le altre realtà, affronta le dinamiche delle nazioni europee a partire dalla Rivoluzione Francese, dall’avvento della democrazia, si collocano sia le principali questioni inerenti la paura che rende necessaria l’organizzazione della sicurezza, che in seconda battuta le organizzazioni della sicurezza in sé, ha detto il Professor Panebianco.

L’opinione pubblica nelle democrazie è spesso portata a sottovalutare i rischi per la sicurezza del Paese. Questo è tanto più vero nel caso delle democrazie europee, in virtù della “lunga pace” che fu propria del periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale alla fine della guerra fredda. Esaurito il confronto fra Stati Uniti e Unione Sovietica e finita la politica dei blocchi, le minacce alla sicurezza sono diventate più diffuse. Con la ripresa della competizione fra le grandi potenze, le guerre civili che insanguinano certi Paesi extra occidentali e i cui effetti investono le nostre democrazie, e non ultimo con le azioni dei gruppi terroristici, i rischi oggi si sono moltiplicati. Tra l’altro non bisogna dimenticare che le democrazie sono solite risolvere pacificamente i conflitti interni e ciò può renderle impreparate quando si trovano a fare i conti con esplosioni di violenza collettiva o con minacce esterne. Un quadro dunque complesso e articolato su cui questo volume, che raccoglie studi maturati in ambiti e con competenze diversi, vuole fare chiarezza.

L’unico saggio che non tratta dell’uso della forza è quello che parla del multipolarismo e degli investimenti esteri. Il libro si chiude con un saggio che parla della cyberguerra e l’appendice che lo attualizza in argomento normativo.

LE DEMOCRAZIE E LE TENSIONI INTERNAZIONALI

“Le democrazie cercano di tutelare i diritti delle persone, le situazioni di insicurezza creano delle minacce agli individui, in primis, ma anche agli assetti in sé. Vivendo in un regime autoritario, di fronte all’aumento della tensione internazionale, cambia ben poco, al contrario nelle libere nazioni.” Il professor Panebianco ha spiegato che l’ago della bilancia è sempre in tenzione tra il poter fare e il dover fare, pomendo davanti a questioni ineludibili in fatto di libertà e di decisione.

I RAPPORTI CIVILO-MILITARI

“Il rapporto tra potere militare e potere civile è importante non solo nei periodi di guerra, ma anche nei periodi di pace, ad esempio vediamo quello che è capitato durante la pandemia.” Il Presidente Maggi ha introdotto la prof.ssa Ruffa che ha presentato la parte che non vediamo del potere politico o militare, cioè le Relazioni Civilo-militari dove si vede una dinamica di controllo della società civile e di controllo del potere della sicurezza che si integrano (o fagocitano) a vicenda.

CHE TIPO DI ORGANIZZAZIONE SONO LE FORZE ARMATE NELLE DEMOCRAZIE

“Le forze armate hanno un ruolo, una organizzazione amministrativa, un potere. Non in tutta Europa le forze armate hanno lo stesso ruolo e la stessa organizzazione. Hanno però, in comune, il monopolio legittimo della violenza (forza ndr)”. La prof.ssa Ruffa ha spiegato come, nei secoli, il rapporto tra civili e militari ha avuto dinamiche legate ai fatti storici che la nazione di appartenenza ha superato.

LA POLITICA CONTROLLA L’ESERCITO?

“Peter Feaver ha messo insieme, nel 2009, un libro in cui spiega come possono essere regolate le diverse mansioni e le diverse esigenze operative nazionali e internazionali, in contemporanea alla subordinazione al potere politico dettato dal Governo. Le norme esistono, sono diverse per ogni stato europeo, ma in nessun caso si ha la completa autonomia delle forze militari, come fondamento delle democrazie occidentali, ovvero non c’è coincidenza tra potere civile e potere militare”.

UN PERIODO IN CUI SI PERCEPISCE IL SENSO DI VUOTO PNEUMATICO ANTI LIBERTARIO

Vuoi la pandemia, vuoi l’effetto migratorio di massa, vuoi la conseguenza del terrorismo: esiste una norma generale che regolamenta il rapporto tra potere civile e potere militare, dipende dalla storia, dalla memoria, dalle tradizioni di lunga data.

“La capacità dei militari di mantenere una certa autonomia in materia di sicurezza e di difesa e la possibilità della società civile di controllare i militari, individua uno spettro che va dalla Civilian Supremacy alla Professional Supremacy. – Ha detto Ruffa – Un esempio si può fare con il confronto tra politici ed esperti in pandemia, l’esempio Danimarca e Svezia, che illustra la differenza di reazione di fronte all’expertise da parte del potere politico. Tra i due modelli a confronto ci sono le scelte intermedie, in questa logica ci si aspetta una conversazione in cui chi decide è chi ha l’ultima parola.” Un classico esempio di Supremazia civilistica è la Germania, di Supremazia tecnocratica è Israele.

EQUILIBRI CHE PARLANO DEL MODELLO SOCIALE

“Studiare come cambiano gli equilibri aiuta a capire se ci si trova in un punto di erosione democratica oppure no. Esempi ne abbiamo da prendere dai fatti geopolitici.”

LA SICUREZZA INTERNAZIONALE

Il professor Moro ha parlato della visione liberale, che porta i suoi valori al di fuori di un contesto, trasformatasi in Hybris 30 anni dopo il successo post Guerra Fredda. Possono esistere dei modelli politici da mettere in atto fuori dai contesti attuali? A livello internazionale, secondo Moro, la visione non è molto ottimistica.

“Guerre civili, guerre intra-statali, la guerra in Vietnam, sono fatti in cui le democrazie occidentali hanno avuto una risposta, un ruolo, esercitato attraverso diverse dinamiche di intervento.”

Se le guerre civili sono all’apice della classifica delle guerre che comportano la perdita di vite, anche recentemente abbiamo avuto diverse dimostrazioni, nei Balcani, nell’Africa subSahariana, nella Libia, in Siria, in Iraq, in Afghanistan, le democrazie occidentali non sono rimaste ferme su se stesse.

L’idea che le Nazioni Unite potessero intervenire per portare la pace a modello delle democrazie occidentali, portando diritti umani, rispetto per le minoranze, partecipazione, si chiude negli anni ’90. Il peace keeping liberale è stato assimilato ad alcuni casi, legati anche all’Europa, Kossovo e Balcani.

Il decennio successivo invece vede un sostanziale stagnamento del progetto liberale originario, quando gli interventi si concentrano in Medioriente, tanto da mettere in discussione il modello di cosiddetta democrazia esportata nei paesi arabi.

“Il problema centrale di Afghanistan e Iraq è di aver avuto ripercussioni molto forti sulla possibilità di intervento all’estero, per gli occidentali. Nel terzo e più recente periodo il fenomeno si è reso ancor più complesso, nel contesto delle Guerre civili, in Siria e in Libia. Ad esempio.”

INTERVENTI MILITARI ALL’ESTERO

Gli interventi di peace-enforcing, sono simili a vere operazioni di guerra, finalizzate al rispetto degli accordi di pace. Sono preliminari alle operazioni di peace-keeping di prima generazione e sono quelle che attirano di solito l’attenzione dei media perché sono particolarmente invasive. Si distinguono quando si attivano in peace-making, ‘guerra alla guerra’, ingenerando un equilibrio di forze che non premi l’aggressore. Un esempio è quanto avvenuto in Bosnia nel 1995.

Quando un’operazione ha successo si parla di fase di peace-building dove si collocano quegli interventi che, dopo un conflitto, mirano a incoraggiare la ricomposizione politica e alla stabilizzazione.

ASCESA DELLA CINA E DEI PAESI EX INTEGRALISTI

“L’ordine internazionale complessivo non è più liberale, nel senso che si poteva dare negli anni ’90. Basti pensare a come si presenta la Cina, che sviluppa una politica assolutamente opposta al concetto liberale. Inoltre la competizione e il continuo incalzare per il successo, non consente di uscire molto dalle proprie nazioni, che sono in sfida continua, per esportare i propri modelli.” Il professor Moro ha inoltre aggiunto che, oltre all’ascesa della Cina, nel mondo, si sono ampliate le prospettive di attori differenti che hanno una forte capacità di influenza in alcuni contesti, come la Turchia, Arabia Saudita e la ex Unione Sovietica.

Il mondo sta cambiando e la possibilità di incidere dell’occidente, in questo momento, è molto poca.

Il fallimento delle operazioni all’estero ha determinato l’attuale poca fiducia nel modello che si è diffusa nell’opinione pubblica: si tratta di una visione, secondo Moro, molto sentita anche negli USA e non solo in EUROPA.

A cura di Martina Cecco

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