Libertà + Gioventù = Futuro. Piccoli passi, avanti ed indietro, del Belpaese

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di LORENZO CASTELLANI

Che l’Italia non sia un Paese per giovani è oramai arcinoto, che l’immobilismo sociale regni sovrano e la meritocrazia sia spesso latitante anche. Fortunatamente il 2010 si apre con una buona notizia. Arrivano infatti le pagelle per i docenti universitari. Come stabilito dalla riforma Gelmini. L’obiettivo è quello di rendere trasparente, ”misurabile” e pubblico il lavoro che hanno svolto. Chiunque potrà sapere se un docente si impegna o se un altro, invece, tira i remi in barca. Qualità della didattica e della ricerca, finora oggetti misteriosi e inafferrabili, saranno documentati fin dai prossimi mesi. Una vera rivoluzione, nell’Italia che, con un ritardo storico, muove i primi passi sul difficile terreno della valutazione già percorso dalle private come la Luiss Guido Carli di Roma. Come verranno date le pagelle? Quali saranno i criteri di giudizio? «Le pubblicazioni scientifiche, gli insegnamenti tenuti nel corso dell’anno, il totale delle ore trascorse in cattedra, il numero degli esami registrati in qualità di titolari della materia, le tesi di laurea o di dottorato di cui si è stati relatori» costituiranno i parametri di base. Professori ordinari, associati e ricercatori saranno obbligati da quest’anno a inserire nella “anagrafe nazionale nominativa”, gestita dal ministero dell’Università, tutto ciò che li riguarda, in pratica tutto il lavoro svolto nell’anno che si è appena chiuso. Manca ora solo l’ultimo passo, ovvero il Decreto del Ministro, per avviare la legge.

Ma che cosa accade a chi non fa il proprio dovere? Che cosa rischia chi non fa ricerca o è latitante alle lezioni? Vedrà alleggerirsi la busta paga, per lui saranno dimezzati gli aumenti a partire dal 2011 (la data è stata decisa per permettere ai docenti di adeguarsi). In poche parole i baroni che trascurano didattica e ricerca perderanno il diritto ad avere in pieno gli scatti biennali, poiché la Gelmini ha legato le retribuzioni alla meritocrazia e alla qualità dei risultati. «Basta fondi a pioggia – ha detto di recente il ministro – i nuovi stipendi non prevedono progressioni automatiche, in cambio arrivano valutazione e merito». Dunque, la mancata effettuazione di pubblicazioni scientifiche nel biennio precedente comporta il dimezzamento dello scatto biennale. L’anagrafe non conterrà solo la ”carta d’identità” dei singoli professori, «ma anche la relazione fatta dal rettore al consiglio di amministrazione e al senato accademico sull’esercizio annuale dell’ateneo, un po’ come se fosse un’azienda» , ha spiegato Andrea Lenzi, Presidente del Consiglio Nazionale Universitario. Chi omettesse la pubblicazione e la trasmissione di tali dati avrebbe una penale, con la riduzione del finanziamento ordinario erogato dal ministero. Un sistema simile a quello che sta per partire in Italia è già stato sperimentato con successo in Francia. Anche negli altri Paesi dell’Ue, comunque, la valutazione dei risultati è molto più avanti rispetto alla nostra.

Un buon provvedimento dunque, ma non dimentichiamo che in Italia è ancora vigente il valore legale del titolo di studio che è sicuramente uno dei mali più profondi e radicati del nostro sistema scolastico. Sarebbe necessario eliminare prima questo problema e poi dedicarsi ad altre e pur sempre lodevoli soluzioni come le valutazioni dei professori universitari. In che cosa consiste il valore legale del titolo studio? In tutto il mondo, solo la legge italiana conferisce “valore legale”, cioè il potere di produrre effetti giuridici, ai titoli di studio che si adeguano agli standard nazionali normativamente previsti. In Italia il titolo di studio non è un semplice titolo accademico, che attesta il superamento di un corso di studi, bensì un vero e proprio certificato pubblico, rilasciato “in nome della Legge” dall’autorità accademica nell’esercizio di una potestà pubblica. Il valore legale del titolo di studio dichiara la certezza del possesso di una data preparazione. Tale certezza legale opera non solo nell’ordinamento didattico, consentendo il proseguimento degli studi, ma in tutto l’ordinamento giuridico nazionale, consentendo, ad esempio, la partecipazione a pubblici concorsi, scatti di carriera o l’esercizio di determinate professioni.

Il valore legale del titolo di studio crea una distorsione del mercato del lavoro (quello pubblico e le libere professioni) e soprattutto è la causa principale della bassa qualità generale dei nostri atenei che, sicuri del fatto che lo stato equipara il valore dei loro certificati a quello di ogni altra università, non hanno alcun incentivo per migliorare la qualità dell’ insegnamento e anzi proliferano come “diplomifici” senza valore effettivo, ma riconosciuti legalmente.
Qualsiasi riforma che voglia promuovere la meritocrazia non riuscirà a funzionare se prima non si abolisce il valore legale del titolo di studio, perché altrimenti l’interesse degli studenti sarà quello di andare nell’università più facile per ottenere un “pezzo di carta” sempre con lo stesso valore e professori e università non avranno nessun reale incentivo a migliorarsi per attrarre più studenti e più fondi.

Chiudiamo con una provocazione rintracciabile nelle riflessioni del Presidente Luigi Einaudi: “Sono vissuto per quasi mezzo secolo nella scuola; ed ho imparato che quei pezzi di carta che si chiamano diplomi di laurea, certificati di licenza valgono meno della carta su cui sono scritti. Per alcuni – vogliamo giungere al 10 per cento dei portatori di diplomi? – il giovane vale assai di più di quel che sta scritto sui pezzo di carta od, almeno, del pregio che l’opinione pubblica vi attribuisce; ma « legalmente » l’un pezzo di carta è simile ad ogni altro e la loro contemplazione non giova a chi deve fare una scelta tra coloro che offrono se stessi agli impieghi ed alle professioni”.

Piccoli passi in avanti verso la meritocrazia e la fine delle baronie? Così sembrerebbe, anche se il Governo farebbe un passo indietro notevole se venisse trasformato in legge il ddl già passato in Commissione Giustizia al Senato lo scorso novembre sulla riforma della professione forense. Un colpo basso verso i giovani laureati in Giurisprudenza e tristemente illiberale, quello messo a segno dalla maggioranza in questo caso. Il disegno di legge prevede l’esclusione dei giovani avvocati dalla figura di mediatore, vera e propria colonna portante dell’ultima riforma del processo civile. Basta? Ovviamente no. Vengono reintrodotte le tariffe “minime e vincolanti” per gli avvocati, ma nessun onorario per i praticanti. La pubblicità viene severamente regolamentata, l’esame di abilitazione più oneroso e l’impossibilità di costituire società di capitali per l’esercizio dell’attività viene convintamente ribadita.

L’Italia non è un paese per liberalizzatori, né per giovani meritevoli dicono. Come si vede, si alternano passi avanti a passi indietro. La compiuta realizzazione dello Stato liberale è ancora lontana. Ma forse è giunto il momento per la rivoluzione liberale che da troppo tempo parte del Paese si aspetta? Forse i tempi per le necessarie riforme liberali sono maturi? E quelli per rompere l’immobilismo sociale e il sistema delle caste? Lo saranno solo se l’iniziativa partirà dai giovani. I giovani sono la spinta ed il serbatoio del cambiamento. Perché un Paese senza giovani è un Paese senza futuro ed un Paese senza futuro è un Paese che si avvia definitivamente al tramonto. Non facciamo in modo che un’intera generazione venga lasciata nel nulla. Lontano da tutto e da tutti, a morire nella noia, nell’apatia, nei privilegi immeritati, nell’istruzione antimeritocratica, nei concorsi truccati, nella burocrazia, nella nullafacenza di certi posti fissi e certi impieghi statali. No, non possiamo permettercelo. Il rischio della catastrofe sarebbe decisamente troppo elevato.

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