La globalizzazione “cinese” è un pericolo enorme per l’Occidente

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Il mito di una Cina in crescita costante e destinata a soppiantare nel giro di un decennio gli Stati Uniti come prima potenza mondiale comincia a incrinarsi. Ben pochi l’avevano previsto. Eppure non era difficile capire che il colosso asiatico non poteva continuare all’infinito la sua corsa all’industrializzazione, lasciando immutate la struttura produttiva e le condizioni del mercato del lavoro che l’hanno caratterizzato dopo la svolta decisa da Deng Xiaoping nei tardi anni ’70 del secolo scorso.

La Cina è riuscita a ottenere grandi risultati mantenendo da un lato un sistema politico che si richiama ancora al comunismo, e sposando dall’altro i principi del mercato tipici dell’Occidente, ma pur sempre sotto la supervisione del Partito unico. Da tale commistione è nato una sorta di ircocervo difficile da focalizzare. Il Partito Comunista mantiene un dominio ferreo sulla società ma invita i cittadini (o, almeno, quelli che possono farlo) ad arricchirsi. Non esiste libertà di stampa, i media sono controllatissimi e l’istruzione è tuttora basata sul marxismo-leninismo nella versione maoista.

Ovviamente, in simili condizioni, la libertà sindacale è una chimera. I lavoratori non possono protestare e, se lo fanno, vengono puniti con una durezza da noi inimmaginabile. La leadership cinese, quando i media occidentali fanno notare tale situazione, rispondono che nel loro Paese i lavoratori sono tutelati da un sistema di welfare che rende inutile la crescita dei salari e il miglioramento delle condizioni nelle fabbriche.

Ora però i nodi vengono al pettine. I milioni di giovani cinesi che ogni anno vanno a studiare nelle università europee, americane e australiane tornano in patria raccontando le esperienze vissute in un mondo del tutto diverso. Inoltre la censura del regime, per quanto ferrea sia, non riesce a isolare totalmente una nazione così grande e popolata da un miliardo e 350 milioni di persone.

L’esistenza di tanti intellettuali dissidenti era già nota, e si aveva pure notizia di rivolte operaie e contadine spesso represse nel sangue. Ma a questo punto la dinamica dell’occidentalizzazione ha assunto un ritmo sempre più serrato. Ha fatto scalpore il caso della Foxconn, un’azienda che, pur basata a Taiwan, possiede nella Repubblica Popolare numerosi stabilimenti dove è concentrata la maggior parte della produzione della Apple e di altre marche dell’alta tecnologia occidentale.

Proprio nella Foxconn si sono registrati numerosi suicidi dovuti a condizioni lavorative che noi non esiteremmo a definire disumane. Le autorità hanno quindi deciso di favorire la nascita di sindacati indipendenti, che in quel contesto significa non legati al Partito. Sul loro reale grado di indipendenza poco si sa, giacché le notizie filtrano con estrema difficoltà e quasi sempre utilizzando fonti di Hong Kong.

In ogni caso si tratterebbe di una novità assai importante, per quanto i dubbi al riguardo siano davvero enormi. Se ai lavoratori viene concesso di scegliere liberamente i propri rappresentanti può iniziare un periodo nuovo, con la fine del monopolio del regime in materia. Gli interrogativi sono, ovviamente, tanti, come sempre accade quando le notizie giungono filtrate attraverso canali non ufficiali o addirittura clandestini.

Ciò che più interesssa dal nostro punto di vista è tuttavia un altro fatto. La Cina, come del resto gli altri Paesi emergenti, ha costruito la sua fortuna su costi del lavoro che risultano risibili in confronto a quelli occidentali. Di qui il ben noto fenomeno della delocalizzazione delle attività manifatturiere che tanti danni ha causato alle nazioni occidentali, Italia inclusa. Le novità che si manifestano all’orizzonte potrebbero costringere il Dragone a modificare un modello di sviluppo essenzialmente basato sul bassissimo costo della manodopera e sull’ordine sociale garantito dal monopartitismo.

Non è chiaro fino a che punto l’attuale leadership cinese sia in grado di – e voglia – avventurarsi in questo nuovo corso. L’ulteriore crisi generata dalla pandemia potrebbe anche indurre mutamenti nel senso opposto. Comunque è un dato di fatto che alcune aziende occidentali stanno già rilocalizzando, a volte in patria, aziende che prima erano state trasferite sul suolo cinese. La presenza italiana in Cina è indubbiamente minore di quella americana, ma vale lo stesso principio. Se i Paesi occidentali riusciranno in futuro a recuperare almeno parte delle loro attività manifatturiere, la globalizzazione potrebbe assumere un senso meno negativo, e meno “cinese”, di quello che oggi stiamo sperimentando.

Di Michele Marsonet in ATLANTICO QUOTIDIANO QUI

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