Peppino Basile, un uomo scomodo

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di Elia Banelli

Nella velocità insaziabile delle notizie, molte storie di cronaca cadono presto nel dimenticatoio.

Quanti ricordano la storia di Peppino Basile?

Nella notte del 14 giugno 2008 venne trovato ad Ugento, un piccolo comune del Salento, il cadavere di un uomo ammazzato con ben 40 coltellate.

I media si affrettarono a liquidare il caso come “omicidio passionale”.

Quell’uomo si chiamava Peppino Basile, 62 anni, ed era un semplice consigliere comunale dell’Italia dei Valori.

Coniugato ma con vita da single, non viveva con la moglie, amava le donne e la buona cucina. Ma le modalità dell’omicidio lasciano un ombra di mistero sul reale movente.

Solo una questione di eros?

In realtà c’è molto di più se la Procura della Repubblica di Lecce ha aperto due fascicoli che collegano il luogo del delitto, Ugento, con una delle tante battaglie di Basile contro la discarica di Contrada Burgesi: 40 ettari di cave di tufo tra distese di uliveti pronte a diventare la prossima pattumiera d’Italia.

Dopo diverse interrogazioni presentate nell’aula consiliare, nel marzo-aprile 2008, due mesi prima dell’omicidio, si scopre che la discarica abusiva non era mai stata bonificata, mentre i fondi dell’appalto nel 2005 erano già finiti nelle tasche delle ditte.

Ma erano tante le battaglie sul territorio condotte da Peppino Basile.
Contro il parco della Marina di Ugento, non un area precisa ma pezzi di terra sparsi a macchia di leopardo, “fatti apposta per favorire gli amici con interessi nelle aree svincolate mentre chi è dentro rimane bloccato per la vita”, denunciava Basile all’amministrazione comunale.

Sempre un paio di mesi prima dell’omicidio, il sindaco Ozza rilascia a cinque imprenditori campani amici di un suo assessore, il permesso per la costruzione di un albergo a 5 stelle in un’area vincolata.

Basile va su tutte le furie e ottiene il sequestro della zona e il blocco dei lavori, costringendo il comune a risarcire i proprietari.

La lista delle battaglie continua: contro l’abuso edilizio al villaggio turistico Orex, per la concessione della “Pineta comunale” e tante altre a difesa di un territorio dilaniato dal mix di malaffare, politica e potere del cemento.
Un vero rompicastole, Pebbino Basile, molto più concreto di tanti ambientalisti da salotto.

Ex costruttore edile (i paradossi della vita), cresciuto nel Movimento Sociale, nel 2004 entrò nelle liste di Di Pietro, convinto dall’ex pretore d’assalto Carlo Madaro, esponente salentino dell’Idv.

Quattro anni di martellamento al comune di Ugento che gli costarono inquetanti scritte sui muri del paese: “Peppino devi morire”, “Peppino sei nulla”, insieme ad una testa di asino mozzata davanti alla porta di casa.
Fino a quella tragica notte tra il 14 e il 15 giugno 2008.

Basile rientra nel suo villino dopo una cena con Silvio Fersino, un amico.
Quella stessa sera aveva visitato un centro di stoccaggio di rifiuti di proprietà del Comune di Ugento, costato 5 miliardi e 300 milioni di lire, che ora versa in stato di abbandono e degrado.

E’ circa l’una quando qualcuno lo chiama.

Ci siti? Ci bbuliti?”, “Chi siete, che volete?” Torna in giardino, a un passo fuori dal cancelletto, quando una lama liscia di almeno 10 cm lo colpisce quaranta volte. Ne bastano diciannove per provocarne la morte.

A Roma come ad Ugento c’è molto fretta. Si chiude il caso come semplice “omicidio passionale“.

Eppure la storia non è chiara.

Il 16 febbraio doveva andare in onda la seconda puntata di Chi l’ha Visto? dedicata alla sua scomparsa, con nuove rilevanti elementi a supporto delle indagini di tre coraggiosi magistrati che ipotizzano che le battaglie di legalità di Peppino sarebbero il reale movente dell’omicidio. La puntata non è andata in onda, senza spiegazioni, e qualcuno ipotizza la censura dopo una telefonata di un importante politico nazionale vicino all’amministrazione di Ugento.

Basile sembra scomodo anche da morto.

Lui diceva di sè: “sono il guardiano della politica e faccio opposizione a prescindere“.

Alcuni testimoni quella notte hanno sentito le sue ultime parole, “cì siti, cì bbulite?“, e dopo un urlo lacerante.

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