A proposito di liberalismo

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VINCENZO OLITA

Il dibattito avviato da Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera, a proposito della mancata egemonia della cultura liberale e proseguito con le puntualizzazioni di Galli della Loggia, invoglia ad ulteriori considerazioni, tali da implementare quanto più la risposta al quesito posto, che è quanto mai vero, necessario e centrale nel dibattito politico.

Intanto c’è da dire che la cultura liberale è sempre stata una tradizione minoritaria in Italia, mai un fenomeno di massa. Guido De Ruggiero, nella sua monumentale Storia del liberalismo europeo, documentò ampiamente la debolezza della tradizione italiana, dovuta soprattutto a motivi storici derivanti dal frazionamento politico e dalla contestuale fragilità dell’apparato statale che hanno ostacolato la formazione di una solida coscienza civile. Molte responsabilità, però, vanno imputate agli stessi liberali, che hanno mostrato una scarsa capacità nel rendere fruibile la comprensione dell’intera esperienza del liberalismo.

Lo provano i tanti luoghi comuni e gli stereotipi che continuano a circolare; è la conferma che, nonostante di liberalismo si parli tanto, lo si conosce poco e lo si pratica ancor meno.
Come mai ? Innanzitutto perché quello che esso davvero rappresenta non è di agevole comprensione; il liberalismo, infatti, indica ad un tempo cose, integrabili, ma assai diverse: una filosofia, una teoria politica, una dottrina, una pratica ed anche un progetto, ma senza essere un’ideologia chiusa, compiuta, sistematica, infatti trova la sua essenza proprio nel razionalismo critico.

Unici punti fermi sono l’esaltazione del governo rappresentativo e la difesa dei diritti individuali. Per i classici, Constant,Tocqueville, Mill e per tutta la tradizione liberale, nessuna società può considerarsi veramente libera se non è governata da almeno due principi correlati: il primo, che nessun potere, ma soltanto i diritti possono essere considerati assoluti, e il secondo, che ci sono delle frontiere entro le quali gli uomini devono essere considerati inviolabili.

In definitiva è l’individuo, se si vuole la persona, – con l’importanza che attribuisce al suo senso di responsabilità – a rappresentare il valore fondamentale del liberalismo, nella convinzione che soltanto da profonde regole morali e da istituzioni salde può derivare la condivisione di un’idea liberale. Su questi presupposti, allora, non vi è contrasto, né contraddizione se accanto alla prestigiosa tradizione “austriaca” dei Menger e dei Mises di Hayek e di Popper collochiamo Einaudi ed Ernesto Rossi, Dahrendorf e Nicola Matteucci, tutti rappresentanti di un liberalismo concreto, rivolto all’uomo in quanto nucleo di valori, improntato alla continua ricerca.

Volutamente mi sono prolungato su alcuni aspetti cardini del liberalismo, perché occorre fare chiarezza, anche semantica, tra destra politica e liberalismo. Certo, ha ragione Galli della Loggia quando individua nella mancanza di etica pubblica, di una certa destra politica, un corposo fattore di criticità; ma allora, se il liberalismo trova il suo fondamento proprio nella responsabilità e nell’etica individuale, perché parlare di un liberalismo all’italiana diverso da quello anglosassone ? Non basta una debole ed estemporanea affermazione di un capo partito, per un’ipotetica rivoluzione liberale, a dare diritto di cittadinanza al liberalismo in quella parte politica. E poi, perché confondere lo statalismo con il necessario senso dello stato, che non significa il suo capillare intervento? Ha ancora ragione Galli della Loggia quando afferma che la destra politica non comprende quasi nulla del liberalismo, da parte mia aggiungo che si richiama al termine liberale solo perché crede che sia antitetico a quello di sinistra.
Ma se dobbiamo collocare i puntini sulle i allora occorre chiarire, e lo faccio con Dahrendorf, che “la società liberale, non è prerogativa di alcun partito politico.
E’ un obiettivo di significato più ampio, e più globale.”

Preconcette, invece, a me paiono, le osservazioni di Mucchetti: sostenere che l’intellettualità liberista aveva eletto Renzi a proprio campione significa fare un torto all’interessato, ma ancor più a chi valuta il termine liberismo foriero di grossi equivoci.

Non a caso Mucchetti, nella sua analisi, non parla mai di liberalismo ma solo di liberisti e liberali che, se non fosse stato per il socialismo, forse, ancor oggi, ci avrebbero fatto lavorare quindici ore al giorno, che per anni hanno ingenuamente creduto ad una fantomatica rivoluzione liberale e che hanno favorito solo il capitalismo finanziario e così via.

Se questa è la visione e la convinzione che si ha del liberalismo, credo che si possa essere d’accordo con Mucchetti sulle ragioni del fallimento della destra politica in Italia e sulla delusione provata per la sconfitta di Renzi.

Ma parlare di liberalismo è un’altra storia.

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