Free knowledge, we’re doing it right

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di LUCA MARTINELLI

Un anno fa, la Rete diventava lo strumento più efficace di condizionamento della politica, attraverso il crollo delle finte democrazie tunisina ed egiziana, raggiungendo l’acme di una evoluzione silenziosamente iniziata alcuni anni fa.

Oggi, la politica tenta di ripristinare il proprio primato sulla Rete, purtroppo anche in Occidente. E lo fa tentando di innalzare il livello di scontro sulla pirateria online. Detta così, sembra quasi una cosa buona, se non dovuta: l’appropriazione di un’opera altrui, senza che l’autore originale venga giustamente retribuito per lo sforzo creativo, è giustamente considerata reato da almeno due secoli in quasi tutti gli ordinamenti giudiziari del mondo.

Ciò che, però, sta sollevando forti dubbi sono stati ancora una volta i metodi con cui si intende reprimere il fenomeno del file sharing illegale. La polemica si è incentrata recentemente su due progetti di legge del Congresso degli Stati Uniti, lo Stop Online Piracy Act e il Preventing Real Online Threats to Economic Creativity and Theft of Intellectual Property Act, a cui a sua volta si è ispirato il nostrano emendamento Fava.

Tutti e tre i provvedimenti (quasi tutti neutralizzati) prevedevano misure piuttosto chiare e nette contro i trasgressori: il sito che viola il copyright avrebbe dovuto essere completamente oscurato su tutto il territorio statunitense, i motori di ricerca avrebbero dovuto rimuovere qualsiasi link diretto al sito (o a porzioni dello stesso) dai risultati delle ricerche, i fornitori di pubblicità avrebbero dovuto interrompere ogni rapporto e i sistemi di pagamento online avrebbero dovuto chiudere tutti i conti riferibili ad esso.

Si potrebbe far notare che mancava giusto la richiesta della sedia elettrica per i proprietari del sito, ma c’è ben poco da scherzare: i provvedimenti erano, infatti, tanto stupidamente dettagliati nelle misure, quanto malamente scritti nella definizione delle fattispecie a cui queste misure avrebbero dovuto applicarsi. Sarebbe bastato, infatti, un semplice link a un sito oscurato per violazione di copyright per poter essere considerati “complici” dei trasgressori.

In altre parole, i titolari dei diritti lesi avrebbero potuto rifarsi non solo contro il sito trasgressore (come è avvenuto fino ad oggi e come il buon senso detterebbe), ma anche contro Google (per averlo indicizzato), PayPal (casomai l’autore avesse aperto anche un conto per eventuali donazioni) e i fornitori di online advertisement (ancora una volta Google, ma anche Yahoo! o MSN).

Al momento, i provvedimenti sono stati abrogati (emendamento Fava) oppure parcheggiati in un binario morto (SOPA e PIPA). Il pericolo è passato? Purtroppo no: nel silenzio totale dei mass-media, è stato infatti firmato l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), che porta a livello sovranazionale larga parte delle misure contenute dai provvedimenti nazionali. I firmatari dell’accordo sono Australia, Canada, Corea del Sud, Giappone, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore e Stati Uniti (dal 1º ottobre 2011), a cui si sono aggiunti il 25 gennaio scorso l’Unione Europea e 22 Paesi UE (fra cui l’Italia). I restanti 5 (Cipro, Estonia, Germania, Paesi Bassi e Slovacchia) aderiranno nelle prossime settimane.

Il trattato, in buona sostanza, da un lato equipara felpe e scarpe contraffatte a mp3 ed e-book distribuiti illegalmente (e non c’è bisogno di spiegare quanto idiota sia una equiparazione del genere); dall’altro, permette a qualsiasi tenutario di un diritto d’autore di richiedere ed ottenere non solo il blocco del sito, ma la consegna dei dati personali del presunto – sottolineo: presunto – violatore. Inoltre, in totale spregio del principio di responsabilità personale, intere piattaforme dovrebbero controllare 24/7 i propri contenuti per essere sicuri di non ospitare materiale “pirata” oppure, più semplicemente, limitare sempre più la possibilità per gli utenti di poter partecipare.

A questo punto, è bene ricordare due cose, che i “difensori senza se e senza ma” del diritto d’autore tendono di tanto in tanto a dimenticare. La prima: il settore è già regolamentato in maniera molto rigida dal Digital Millennium Copyright Act (DMCA), che prevede peraltro il carcere per chi cerca di aggirare i metodi di tutela del diritto d’autore.

La seconda: quasi tutte le piattaforme che usiamo giornalmente (da Google a Twitter, da Facebook a YouTube, a Wikipedia) hanno sede negli USA, dunque sono costrette ad applicare quanto previsto dal DMCA. Succede così che certi link vengano “nascosti” dalle ricerche di Google (che avvisa di averlo fatto in ossequio a quanto previsto dal DMCA), che YouTube rimuova i video e chiuda i canali di chi si appropria indebitamente di contenuti altrui per violazione dei termini d’uso, e così via. Insomma, per farla breve, le norme ci sono e, checché se ne dica, vengono già applicate.

Ci sarebbe poi molto da dire sulla questione copyright in generale, ma sul tema rimandiamo, per il momento a questo articolo di Michele Boldrin – e più in generale al suo ultimo libro, scritto col collega David Levine, Abolire la proprietà intellettuale. Quello che ci interessa adesso è impedire che l’Occidente diventi come i Paesi autoritari, che pure l’Occidente critica.

John Dvorak parla di come Iran, Cina e simili siano sempre più terrorizzati da Internet, al punto di pensare di creare delle Internet “nazionali”, isolate dal resto del mondo. Un’idea difficilmente realizzabile, di sicuro, ma state pur certi che ci proveranno a farla. Anche perché una forma molto blanda di “censura nazionale” già esiste perfino qui, nascosta agli occhi di tutti noi. Provate ad accedere a The Pirate Bay, tanto per fare un esempio…

Esiste un equilibrio fra libertà d’espressione e tutela del diritto d’autore, molto difficile da recuperare se violato. Perché questo equilibrio però venga mantenuto, serve anche la nostra vigilanza.

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