Ripensare libera(L)mente

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di DOMENICO BILOTTI

Il dibattito sullo stato dell’arte, in termini di politica legislativa, sull’attuazione dei diritti umani ha prodotto un certo (proficuo) consenso sul concetto di (tutela della) persona. Personalismo cristiano e personalismo nella peculiare riflessione della dottrina cattolica.

La persona a fondamento dell’ordinamento giuridico-liberale, la persona come ineliminabile destinatario delle garanzie poste, a suo presidio, nel diritto internazionale. È bene chiarire un punto: l’apparente consenso sulle forme di un discorso (bisognerebbe però chiedersi se v’è realmente consenso o schermatura delle opzioni altre o sovraesposizione di quelle, comunque, dominanti) non esclude una radicale re-impostazione dei contenuti, anche per il tramite di una vivace ripresa di istituti e istituzioni, troppo spesso accantonati.

I lemmi “comunità” e “individuo” sono precisamente funzionali a questo iter. La dimensione del comunitarismo come giustapposizione di tante culture comunitarie è, a un tempo, caricaturale e sconveniente. Finché, nello spazio delle comunità, ci si chiede soltanto a quale (delle varie) comunità spetti l’auctoritas decisionale (o, sarebbe meglio dire: potestas?), si dimentica che la comunità è centro di molteplici relazioni, produttive e cooperative, e che se ciascuna legislatura può privilegiare una o più comunità, da cui ha tratto il consenso elettorale, nessuna legislazione può prescindere da un’analisi delle comunità destinatarie delle norme e dei loro componenti, anch’essi a maggior ragione e a diverso titolo destinatari di disposizioni.

Il termine “individuo” non è meno sottovalutato: esso è assunto ora alla stregua di una pretesa egoistica, ora di un’attitudine nichilista. Feticcio del liberismo proprietario ed egocentrico, di taluni patriottismi supero mistici, di distorsioni interpretative del messaggio anarchico. Invece, esso riesce a proporsi come baluardo dell’intangibilità fisica dell’habeas corpus, come soggetto attivo di spazi d’autonomia negoziale, come deliberante, per una decisione politica che gli sia stata posta, proposta, imposta…

Non si tratta, insomma, di un guscio vuoto, per quanto di nobili origini, in tempi in cui si parla di privacy o di garanzie processuali, ma il modello accusatorio è quasi ineditamente messo di continuo sotto stress, si esalta l’idea dell’autoimprenditorialità, ma il lavoro autonomo è costantemente slittato nel campo d’una non dichiarata parasubordinazione, troppe sinistre si esaltano nel decrittare la trama del capitalismo cognitivo, senza, però, studiarne la peculiare combinazione di innesto creativo e controllo disciplinare.

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