Spostamento del baricentro penale

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di ENRICO GAGLIARDI

L’ordinamento giuridico ed in particolare l’ambito penale trova la sua stessa ragione di esistenza
nell’impedire che il singolo cittadino, avendo subito un torto piuttosto che un danno ingiusto, si faccia giustizia in maniera autonoma, evitando dunque di chiedere tutela a quello che invece è l’unico soggetto istituzionalmente delegato ed autorizzato all’amministrazione della giustizia: il giudice nelle sua varie declinazioni (penale, civile, amministrativo).

Troppo spesso però, nel nostro paese qualcuno dimentica un concetto così basilare.

Nei giorni scorsi la vicenda di quel ragazzo romano che, in seguito ad una lite, per futili motivi ha aggredito e colpito con un pugno alla stazione della metro Anagnina un’infermiera rumena causandone, di fatto, la morte pochi giorni dopo in ospedale ci dice molto su quanto, a seguire gli umori della piazza, si corra il rischio di generare pericolosi cortocircuiti. Non è questa la sede per discutere di quel deprecabile gesto che, come è giusto, dovrà essere punito con fermezza e decisione. Sulla vicenda concreta dunque ragioneranno gli avvocati delle parti ed il giudice in sede processuale.

Quello che invece va segnalata è la reazione veemente che si è scatenata all’indomani dell’episodio su giornali e televisioni. Alessio Burtone, questo è il nome dell’aggressore, inizialmente nelle more del procedimento penale, era stato destinatario di un provvedimento di custodia cautelare in forma domiciliare. Quando poi le condizioni della povera donna sono peggiorate fino a condurre la stessa alla morte, la Procura di Roma ha chiesto, ed ottenuto, la misura cautelare in carcere. Il Gip che alle prime battute aveva optato per le forma domiciliare, in seguito al decesso di Maricica Hahaianu ha accolto la richiesta dell’accusa, trasferendo dunque Alessio Burtone dalla propria casa al carcere di Regina Coeli.

La decisione del giudice è apparsa subito strana proprio alla luce delle disposizioni del codice di procedura penale. Un provvedimento di custodia cautelare infatti può essere disposto quando ricorrano una tra le seguenti condizioni: 1) pericolo di fuga del soggetto; 2) pericolo di reiterazione del reato; 3) pericolo di inquinamento delle prove. Nessuna di queste motivazioni pare sufficiente a giustificare l’esecuzione di una tale misura nella sua forma più pesante, quella carceraria.

In altri termini, nessuno sta discutendo la legittimità di un tale provvedimento; quello che invece sorprende è per quale motivo il presunto omicida sia stato trasferito dalla propria abitazione in un istituto di pena.

Bisogna infatti tenere presente che la custodia cautelare trova la sua espansione anche nella forma domiciliare (in una declinazione senza dubbio più morbida della forma carceraria) ma che comunque può garantire ed assicurare in alcuni casi (e quello di Burtone sembra uno di questi) i medesimi risultati.

Il sospetto, fermo restando sempre il massimo rispetto per il lavoro della magistratura, è che ancora una volta il Gip abbia ceduto alle pressione di certa opinione pubblica che vede nel carcere (anche prima del processo) l’unico modo per placare la propria vena giustizialista.

Questo fattore rappresenta un rischio spesso troppo sottovalutato: negli ultimi anni infatti si è assistito ad un progressivo “arretramento” della fase della tutela processuale penale. In altri termini, il luogo centrale del momento giurisdizionale non è più, come dovrebbe essere, il dibattimento bensì le fasi preliminari. Sempre di più si assiste allo svuotamento di senso dell’istituto della custodia cautelare che non è più utilizzata, come dice il termine stesso, in funzione cautelare ma rappresenta, di fatto, un vero e proprio acconto sulla pena. Ai mezzi di comunicazione interessa poco il vero momento nel quale si attua la giurisdizione penale, quello del dibattimento per intenderci. Tutti sono incollati alla fase delle indagini che per stessa semantica rappresentano comunque un momento ancora molto fluido, incerto dove il soggetto indagato (nemmeno ancora imputato) è persona presunta innocente. Un pesantissimo vulnus alle nostre garanzie dunque che non può lasciare tranquilli.

Dispiace dirlo ma spesso e volentieri questa sete di giustizia sommaria prima che partire dalla gente comune, arriva da alcuni politici che invece di mantenere calmi gli animi, eccitano le coscienze alimentando irresponsabilmente un meccanismo molto pericoloso. I solti noti (i politici ospiti nelle consuete trasmissioni sono più o meno sempre gli stessi) infatti, rimbalzando da una tribuna all’altra, invocano pene esemplari e misure quantomeno strampalate (l’ultima è l’applicazione dell’articolo 41bis dell’ordinamento penitenziario agli imputati per reati contro i minori) sollecitando il plauso delle gente comune che in buona fede è inorridita da alcuni atti di violenza ovviamente inaccettabili. Dispiace davvero che questi parlamentari non riescano a pesare le parole anche e soprattutto in considerazione della responsabilità che hanno se non altro per il ruolo istituzionale che hanno il privilegio e l’onore di ricoprire. È evidente allora che se i primi ad alzare i forconi sono proprio quelli che dovrebbero invece usare una certa cautela, diventa impossibile uscire da questo imbuto. La televisione e certi giornali ovviamente non danno un mano in tal senso.

Un discorso di questo tipo purtroppo suscita le solite pretestuose obiezioni, quelle cioè di essere eccessivamente garantisti verso “i mostri” che si macchiano di reati orribili.

Il problema è che nessuno intende giustificare questo genere di illeciti penali ed anzi si ritiene che i processi debbano essere rapidi proprio per accertare, sempre nel rispetto delle garanzie fondamentali di tutti, la colpevolezza di questi personaggi; nel processo però, non prima, non nella fase sbagliata.

Il garantismo è una delle maggiori conquiste della nostra civiltà giuridica ed ad esso bisogna pagare ogni singolo giorno un impegnativo obolo che comporta, tra le altre cose, anche quello di offrire la più vasta gamma di diritti fondamentali anche a coloro i quali suscitano in noi la peggiore riprovazione sociale.

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