“Il PLI è nato fuori tempo massimo?” Ne parlano a Lodi Liberale con la “Storia del Partito Liberale Italiano nella Prima Repubblica”

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Nella 190esima serata di Lodi Liberale di LUNEDÌ 26 settembre è stato presentato il libro di Pierluigi BarrottaStoria del Partito Liberale Italiano nella Prima Repubblica“, pubblicato da Rubbettino Editore, insieme all’autore (Professore di Filosofia della scienza all’Università di Pisa), Gerardo Nicolosi (Professore di Storia contemporanea all’Università di Siena) e Domenico Bruni (Professore di Storia contemporanea alla Luiss Guido Carli di Roma).

In una situazione del tutto diversa ma ai massimi livelli di prelevamento fiscale: il libro – che ha avuto diverse presentazioni in giro per l’Italia – riporta una testimonianza chiara, netta e diretta della grande famiglia del Partito Liberale.

IL PARTITO LIBERALE ED IL FASCISMO

“Un libro che ha il merito di colmare un vuoto: ad oggi non esisteva una storia complessiva del Partito Liberale della Prima Repubblica, esisteva un testo che ormai ha fatto il suo tempo. Si impone all’attenzione perché ha un buon punto storico e capitalizza una serie di aspetti, che specialmente si sono riscoperti a partire dagli anni duemila.” Gerardo Nicolosi ha detto che mancava una ricostruzione puntuale della storia del partito. L’autore dimostra molta indipendenza, autonomia di giudizio: in qualche caso il protagonista è impietoso quando cita i limiti del PLI, che evidentemente esistono.

“Il PLI negli anni della Nuova Italia viene visto come il simbolo del vecchio che ha fallito: i liberali sono visti come i primi responsabili del crollo del sistema risorgimentale; grava per di più la colpa di un fiancheggiamento al fascismo, perché i liberali pensavano di servirsi del fascismo per tamponare la violenza massimalista, pensavano di costituzionalizzare il fascismo, ma non fu così.”

IL PASSAGGIO ALLA DEMOCRAZIA CRISTIANA

“Il libro parla del cattolicesimo politico, dei rapporti di Croce con la Chiesa, con DeGasperi, con i liberali che aprono la porta del governo alla Democrazia Cristiana di DeGasperi, che molti vedono come un momento di passaggio di testimone dalla parte liberale alla parte democratica; in merito c’è un bel volume curato da Federico Mazzei, dove si trovano i carteggi crociani. Il partito liberale dunque si riduce enormemente, arriva all’anticamera della politica economica con Einaudi.” In seguito, spiega Nicolosi, l’importanza del partito liberale scema. Seguono il periodo Malagodi e il periodo Zanone (molto più giolittiano rispetto a Malagodi). Il PLI in questo frangente torna in posizione di Governo.

Dopo il 1990 il PLI inizia a chiedersi come gestire la nascita delle nuove Leghe, che hanno, nelle città principali del nord est, il 20%, in Lombardia, la sede. Quel voto non poteva essere sottovalutato perché era il segno lampante di una sofferenza. In realtà è terminato il percorso con il travolgimento anche del PLI, che non è stato risparmiato da questo destino.

NON SOLO LA STORIA DI UN PARTITO CHE ARRIVA A DIVENTARE DI MINORANZA

“Il libro colma una lacuna storiografica. Parla del PLI, naturalmente, ma per di più della cultura politica liberale, che non può essere racchiusa solamente nel partito.” Domenico Maria Bruni parla della storia del PLI nei termini di minoranza, riduzione, sconfitta, scissione di scissione, che tuttavia ha avuto una enorme capacità di incidere, con un effetto che va ben oltre la sua esigua capacità numerica.

“Il libro affronta la posizione del PLI rispetto al Referendum Costituzionale, che è un problema, perché il partito liberale parte dal momento dello Statuto Albertino e della Monarchia Costituzionale di Cavour, quindi anche dopo che il Referendum viene ratificato l’anima monarchica di una parte del partito rimane e è un elemento che mette in difficoltà la classe dirigente e si ripercuote nei rapporti con i partiti monarchici e con i partiti di destra.

IL RAPPORTO CON I SOCIALISTI OLTRE IL CATTOLICESIMO LIBERALE

“Chi ha una visione politica definita decide con chi si allea, come punto di partenza: la formula centrista non è quindi sufficiente.” Secondo Domenico Maria Bruni il centrismo per taluni è il massimo punto di arrivo, per altri il punto di partenza dell’azione di governo. Lo scivolamento a sinistra del partito liberale e il suo rapporto con le forze del socialismo sono fatti, attestati storicamente.

Il Partito liberale fu sempre geloso custode della tradizione laica risorgimentale. Ad esempio, in quasi totale solitudine non volle votare a favore del nuovo Concordato firmato da Craxi nel 1984.

DISTANZE DI CULTURA POLITICA DIVIDONO LE STRADE DEL PARTITO LIBERALE

“Nella sua ultima fase, negli anni ’80, nel PLI non abbiamo una stagione fiorente come quella reaganiana o thatcheriana. Da una parte vi è il problema della variabile istituzionale, che consente cose che il Governo italiano non è in grado di fare. Dall’altra invece la diversità della classe dirigente del partito liberale italiano, rispetto ai liberali americano o inglesi.” Il concetto di liberale italiano è inoltre diverso rispetto a quello inglese o americano: c’è una distanza di cultura politica probabilmente.

 

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LA LOTTA POLITICA E LE DOTTRINE

“L’evoluzione del sistema partito in Italia ha creato difficoltà al partito liberale, ma l’autore descrive benissimo come fare ad adattare le dottrine alle necessità del momento, come anche la lotta politica, che ha vita propria. Secondo l’autore lo Statista sviluppa idee sulla base della dottrina e le mette in pratica.” Il presidente di Lodi Liberale, Lorenzo Maggi, ha cercato di mettere il punto sul fatto che la politica dovrebbe essere parallela alle dottrine.

LA STORIA DI UN PARTITO LA CUI FORZA DELLE IDEE SUPERÒ LA FORZA DEL SUO CONSENSO

“La particolarità del PLI è la sua vivacità, che per di più dipende dalla vivacità del suo segretario”.

L’autore ha ricordato che le piccole dimensioni del Partito Liberale sono state la sua forza. Dopo la guerra molti hanno sparato sul PLI, descrivendolo come un partito al servizio degli interessi delle classi più arretrate, demonizzandolo. Croce ricordava che la sua posizione di liberale era anche di conservatore, perché era intenzionato a non lasciare spazio alle ambiguità.

“La sinistra liberale era anticomunista tanto quanto quella di destra, basta leggere gli articoli di Panunzio; tuttavia aveva una strategia molto diversa, ovvero di costituire una terza forza, entro cui doveva essere incluso il PSI ma non il PCI.” Queste due interpretazioni, dice l’autore, tornano e ritornano oscillando nel tempo. Al Governo il PLI scese a percentuali irrisorie e non riuscì più a risalire. Si sciolse nel 1994.

“In economia, il partito si schierò in difesa del mercato e della libertà di impresa. Carandini guardava con simpatia al piano Beveridge e all’economia keynesiana. Corbino era invece estimatore di Say e del laissez-faire. Infine Einaudi e la sinistra liberale, erano favorevoli ad una ulteriore e diversa prospettiva.”

MC

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