Il viaggio politico dei liberisti radicali in Italia tra ottocento e novecento in Lodi Liberale

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Nella 186esima serata di Lodi Liberale è stato presentato il libro di Luca Tedesco “La proposta anti protezionista. I liberisti in Italia dalla crisi di fine Ottocento al fascismo”, pubblicato da Le Monnier, insieme all’autore (Professore di Storia Contemporanea presso l’Università di Roma Tre), Roberto RIcciuti (Professore di Politica Economica presso l’Università di Verona) e Alberto Giordano (Professore di Analisi del Linguaggio Politico presso l’Università di Genova).

Il lavoro intende ricostruire i fili dell’agitazione in favore del libero scambio tra la crisi politico-economica di fine Ottocento e il tramonto del regime liberale. Tale campagna avrebbe dovuto inserirsi, per il movimento liberista, in una più ampia, volta alla democratizzazione delle istituzioni. Nonostante, peraltro, la comunanza di premesse culturali e intendimenti politici, non mancarono all’interno del mondo liberista linee di frattura e dissonanze. Se difatti il montante clima nazionalista di inizio Novecento avrebbe enfatizzato nell’azione di gran parte dei liberisti i nessi tra liberoscambismo e antimilitarismo, la tematica tributaria registrò notevoli frizioni interne. Nel dopoguerra, infine, il virulento antistatalismo di alcuni esponenti del milieu liberista avrebbe individuato nel governo guidato da Mussolini l’ultima chance per salvare lo Stato liberale.

Una riduzione dell’intervento dello Stato nell’economia

“Questo libro prende in esame una serie di fatti legati a personalità che hanno avuto un ruolo politico non molto riconosciuto nello Stato, ma che sono stati autori che in qualche modo potremmo definire sconfitti nel ruolo, ma vincitori nella loro battaglia politica! Esperti economisti, teorici del pensiero politico e della storia del pensiero politico, hanno lasciato in eredità una grande mole di materiali che aiutano a capire come è nata la coscienza economico politica in Italia.”

La serata è stata introdotta dal presidente di Lodi Liberale Lorenzo Maggi, che ha spiegato come mai il pensiero liberista, in Italia, è riuscito a fare politica anche fuori dalle sedi consuete: una forza che ha avuto a che fare con molte correnti radicali, di vario genere, di cui sono parte uomini che non possono essere dimenticati nel panorama politico nazionale, a maggior ragione non possono essere sconosciuti a chi gravita intorno l’associazione di Lodi Liberale.

L’economia delle élite in Italia e il protezionismo

“Gli storici economici datano al 1887 il momento del cambiamento ufficiale della politica commerciale del Regno d’Italia in direzione protezionistica, su alcune produzioni, tra loro peraltro molto diversificate: la siderurgia, la produzione cerealicola del mezzogiorno, l’industria tessile del nord, gli zuccherifici. Tramite il protezionismo reciproco i diversi settori produttivi hanno determinato grandi cambiamenti economici.” Il professor Roberto Ricciuti ha evidenziato che in questo periodo la componente della popolazione italiana chiamata in causa per le decisioni politiche era, elettoralmente parlando, molto ridotta.

La nascita dell’industria italiana

“E’ da qui che parte lo sviluppo industriale italiano, molto tardi rispetto alla Gran Bretagna, alla Mitteleuropa: il nostro paese era prevalentemente agricolo, con pochi insediamenti industriali, che doveva fare un grande salto per lo sviluppo”. “Dal 1861 si inizia un enorme programma di costruzione di infrastrutture, ad esempio ferroviarie, per creare un paese e un mercato unitario. Questo fu un investimento della destra storica. Da qui il problema per cui senza l’aiuto dello Stato, senza i sussidi, moltissime industrie nacquero protette e non vissero la sferzata della selezione, accumulando inefficienza nel tempo.”

La discriminante politica nel protezionismo italiano, il caso dei trivellatori di Stato

“Contestualmente si costruisce il primo alto forno di Ilva a Terni. Gli altri settori, però, che non usufruivano dei vantaggi da parte dell’ente pubblico, partivano svantaggiati, nonché si trovavano in competizione con i settori pari europei, ad esempio il caso del settore meccanico, che non riusciva ad ottenere la protezione.”

L’enorme investimento di Stato per chi trivellava il terreno alla ricerca di gas e di materie prime, è uno degli esempi lampanti di benefici discutibili, che denunciava lo stesso Einaudi. “Un paese non può produrre qualsiasi bene, motivo per cui conviene specializzarsi nel settore dove si ha un vantaggio relativo comparato, per esportare, importando quel che risulta essere troppo oneroso da produrre da sé” questa idea politica diventa un cavallo di battaglia, che cerca alleati per diminuire la pressione delle tasse su specifiche categorie di persone, ad esempio la tassa dei cereali sui meno abbienti, etc..

“Accanto a questo il problema dei dazi e della fiscalità: qual è il ruolo dello Stato e su chi deve cadere il peso del finanziamento a interi settori produttivi? “ La tassazione, ha detto Roberto Ricciuti, è uno dei punti centrali di una politica economica.

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Individuo, istituzioni e politica

“Il libro tratta di intellettuali di grande spessore, che erano anche dei pensatori politici, anche se non tutti dello stesso valore, importanti per lo sviluppo della cultura e del pensiero liberale in Italia. Uno dei tanti meriti di questo libro è di poter essere letto da persone che hanno un back ground anche molto diverso, parliamo di un libro che fa arrivare il messaggio a lettrici e lettori di ogni tipo.”

Il professor Alberto Giordano ha messo in luce uno dei limiti dell’economia italiana attuale: quello di non saper chi prendere come modello economico e politico. Se dopo la guerra il modello da seguire era quello della Gran Bretagna, in seguito, il modello principale o almeno dominante, è stato quello tedesco.

Per uno Stato liberale e democratico

“Le dimensioni dello Stato hanno a che fare con le funzioni da attribuirgli? Quale forma è migliore per lo Stato?” Questi sono due punti su cui lavorare perché una politica liberale non è compatibile con qualsiasi tipo di stato e di politica. Per di più, nel libro, si parla di quali possono essere i punti di riferimento per l’Italia. Per un paese liberale possono essere presi come esempio i paesi scandinavi, la Francia, ma non la Germania, ad esempio.

Antonio de Viti de Marco è stato un economista determinante per quanto riguarda la proiezione di un modello alternativo sia a quello assente, che a quello protettivo, rispetto alle attività dell’economia, ovvero uno stato che sa mettere delle regole, che sa produrre servizi pubblici, che utilizza la finanza pubblica stabilendo quali sono i mezzi migliori per i fini più adatti.

Le sconfitte politiche dei liberisti radicali sono – in un contesto italiano- un merito

“Sul piano politico la storia dei liberisti radicali italiani ha molte sconfitte, sono liberisti radicali per il loro duplice profilo: cercarono dalla fine dell’800 un’interlocuzione con la sinistra politica di allora. Opponendosi al protezionismo che limitava l’allocazione delle risorse e le performance, si opponevano anche alla politica del rapporto governati e governanti del liberalismo classico, che era il modello inglese. Inoltre respingevano il modello di ascendenza germanica dove, la centralità amministrativa, aveva la meglio rispetto alle libertà individuali: lo Stato persona sarebbe diventato l’unico intestatario dei diritti.”

Governanti e governati a cavallo del secolo

La proposta di democratizzazione del quadro politico italiano, necessitava allora di una interlocuzione con le forze di estrema sinistra di allora, che erano interessate ad aprire un varco nella gestione troppo reazionaria, che faceva emergere i moti delle classi meno abbienti come esito naturale di un modo sbagliato di vedere la politica.

L’autore, Luca Tedesco, è intervenuto per illustrare i diversi punti di vista relativamente allo Stato minimo, che legano il filo socialismo, l’anti giolittismo e il filo fascismo in un arco di tempo che va dalla fine dell’800 agli anni ’20 del novecento.

La lotta allo Stato monopolistico: come conquistava Mussolini i liberali e i liberisti?

I Liberisti radicali inizialmente ebbero una certa fascinazione legata alla propaganda fascista di Benito Mussolini, perché toccavano alcune delle loro corde sensibili, come ad esempio nel primo discorso alla Camera di Mussolini del 1921: egli parlava di uno Stato come semplice espressione ridotta alla polizia interna, alla giustizia, alla politica estera. Tutte le altre attività non erano più deputate allo Stato, ma non erano nemmeno quel che si intende come Stato minimo, perché – nonostante Mussolini parlasse di uno Stato elefantiaco ed enorme . non parlava di libertà politica, parlava della non opportunità da parte dello Stato di avere voce in capitolo nelle questioni economiche.

Il fascino per la propaganda fascista viene via via meno a partire dall’omicidio Matteotti e in seguito alle svariate dimostrazioni concrete di aver intenzione di aprire a una dittatura censoria e corporativista.

MC

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