Fino a prova contraria. Tra gogna e impunità, l’Italia della giustizia sommaria

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Nel 67esimo evento di lunedì 4 marzo 2019 in cui abbiamo presentato il libro di Annalisa Chirico “Fino a prova contraria. Tra gogna e impunità, l’Italia della giustizia sommaria” insieme all’autrice, Ambrogio Ceron, Domenico Chiaro, Giorgio Bottani, Lorenzo Maggi e Alberto De Luigi.

Discutere in maniera seria e documentata su un argomento molto importante, con un libro dal titolo emblematico – ha detto Lorenzo Maggi – facendo presente che il giustizialismo è una questione imperante, che negli anni ha preso il posto del dibattito serio sulla giustizia e sulla legalità. A farne le spese sono i capisaldi dello Stato di diritto, visto che gli imputati, fino alla fine, sono innocenti.

Annalisa Chirico ha presentato il suo libro in Lodi Liberale spiegando che è parte di un movimento e di una battaglia per una Giustizia più giusta, in Italia: i tempi lunghi e l’inefficienza della macchina giudiziaria sono una vera e propria emergenza, secondo l’autrice, che comportano una anticipazione della condanna nella fase delle indagini, cioè la giustizia sommaria.

“Meglio pochi giorni ma sicuri, piuttosto che lasciare in sospeso i processi” ovvero la giustizia formale, per dare l’impressione che tutto va bene.

FINO A PROVA CONTRARIA, L’ASSOCIAZIONE

“Fino a prova contraria coinvolge nelle sue attività anche i Magistrati, il mondo politico, che ha a che fare con uno dei poteri più forti, quello Giudiziario, che tocca nel vivo i diritti della persona e che ha effetto sulla libertà. Un potere che ha bisogno di essere fortemente legittimato. La Magistratura non gode del favore dei cittadini perché l’impressione è che non funzioni bene” secondo Annalisa Chirico la prima delle più vistose anomalie è che tra diversi uffici, anche vicini tra loro, vi siano performances molto diverse, come anche tra i diversi Magistrati vi sono modi differenti di lavorare.

“Il punto di vista di Fino a prova contraria si confronta con il potere giudiziario, fa i conti con le risorse della Giustizia”.

“Il libro riflette anche sul concetto di pena, che non è affatto la soluzione a tutti i mali del mondo e la panacea di ogni male; essa è anche una falsa illusione. Manca il confronto politico. Le tempistiche troppo lunghe fanno cadere il concetto di pena: a 20 anni da un fatto non si ottiene risultato sulla persona, non si ottiene giustizia.”

“Fino a prova contraria – Until proven guilty” è un movimento politico con un obiettivo preciso: cambiare la giustizia per cambiare l’Italia. Oggi il Paese sembra intrappolato in una palude anti-crescita: una giustizia troppo lenta, una burocrazia asfissiante e un carico fiscale senza eguali. Se la giustizia acquista efficienza e trasparenza, l’Italia ha tutte le potenzialità per scalare le classifiche internazionali sulla competitività. Ha detto Annalisa Chirico.

Secondo il Magistrato Ambrogio Ceron, presidente dell’ordine, molti degli argomenti sono nell’insieme condivisibili, anche se espressi attraverso una serie di slogan che sono appoggiati da alcuni casi scuola insieme a testimonianze che fanno vedere la Magistratura come inadeguata e politicizzata. In realtà la maggior parte dei magistrati lavora silenziosamente, ma il libro educa alla sfiducia nella Magistratura insieme a una lettura parziale dei fatti, che da giudizio passa a pregiudizio.

LA VOLONTA’ DEL POPOLO VIENE CONFUSA CON LA VOLONTA’ DELLA CLASSE POLITICA

“Non posso acconsentire che alcuni equivoci divengano assiomi.” Ambrogio Ceron ritiene che non sia possibile dare una lettura della volontà e delle idee del popolo senza aver presente la complessità del popolo. Non c’è un allineamento, in realtà, su queste posizioni. Non esistono volontà uniche e omogenee.

Secondo il Magistrato il ruolo della democrazia non è di spianare la strada a qualcosa o a qualcuno, la volontà del popolo non è facilmente interpretabile, per questo il sistema democratico mette insieme un sistema di bilanciamento tra i poteri, dividendo i tre poteri, mettendoli in continuo dialogo. Il consenso popolare non è la fonte della legittimazione dei magistrati, che invece è nella Costituzione.

IL GARANTISMO A TARGHE ALTERNE

“Il metro di valutazione della Magistratura non è la volontà popolare, ma la persuasività della motivazione, che è garanzia per tutti. Infine un improprio processo di assimilazione tra i termini di Giustizia e di Giudice. Il rapporto tra i due concetti è continuo ma non sono sovrapponibili.” Secondo Ceron dunque in Italia le distorsioni non sono esattamente da far aderire ai Magistrati in sé.

“Qualsiasi decisione afferisce ai singoli e alla collettività, ma questo è quanto previsto dal sistema in tutto il mondo democratico e non dipende dai giudici. Questo vale per molti tipi di provvedimenti. Non esiste un atto che possa definirsi immune. Il Magistrato è il riflesso della legge non può che al limite darne una interpretazione volitiva, ma non allontanarsi dalla ratio.”

La magistratura, per restare ancora fedele al dovere costituzionale di fedeltà alla legge, altro non cerca, anche per evitare ondeggiamenti, incertezze ed ulteriori ingiusti rimproveri, che di poter disporre di dettati normativi coerenti, chiari, sicuramente intelligibili, nonché di testi negoziali nei quali la posizione di diritto e di obbligo delle parti non sia offuscata da una trama tormentata di sottili e complicate espressioni verbali, che nascondono premesse politiche tutt’altro che chiare anziché una precisa volontà che sostenga il precetto. Fin quando tutto questo non sarà assicurato dal nostro legislatore e dalle parti sociali in sede di contrattazione, sarà ineliminabile che il giudice di Pordenone ed il giudice di Ragusa, con gli abissi di cultura e dei substrati territoriali, sociali ed economici nei quali si trovano ad operare, cerchino di districarsi nella perigliosa giungla di queste regolamentazioni adoperando dei machete interpretativi tra loro dissimili o addirittura contraddittori.

Conferenza tenuta dal giudice Rosario Livatino il 7 aprile 1984 presso il Rotary Club di Canicattì.

Ambrogio Ceron ha fatto un breve riepilogo delle indagini di Mani Pulite per chiarire come sia volubile la posizione della politica di fronte alle indagini, quando e a seconda delle parti politiche sotto indagine.

LA REPUBBLICA GIUDIZIARIA TRA STAMPA, MAGISTRATURA E POLITICA

Domenico Chiaro, Procuratore della Repubblica di Lodi, ritiene che gli argomenti sostanziali del libro siano più argomento dei media, inerente una cinquantina di persone che hanno elaborato e strutturato casi giudiziari che sono effettivamente stati al centro di un contraddittorio, riguarda circa l’1 per cento dei Giudici e dei Magistrati italiani. Dei problemi inerenti il sistema giudiziario italiano è prima di tutto la generalizzazione. Anche della critica.

Secondo il Procuratore della Repubblica di Lodi, guardando dalla visione territoriale della sua giurisdizione, non trova che ci sia corrispondenza nelle varie critiche mosse al sistema.

“Se l’interesse è di fare autocritica all’interno probabilmente con un approccio di decostruzione non si arriva a nessun risultato!” La posizione di Domenico Chiaro è che la Magistratura debba sanzionarsi.

Secondo Annalisa Chirico la Magistratura ha un grande potere, rispetto alle altre parti sociali, per questo è stato scelto il lemma Repubblica Giudiziaria, per evidenziare che la politica non ha potere rispetto alla giustizia, laddove i poteri sono divisi.

Sempre l’autrice ritiene che il Magistrato che lavora sui casi delle persone in vista, ministri, presidenti, persone famose, danno l’impressione di essere accanite sui casi, molto più che non quando indagano su benemeriti sconosciuti.

Il peso, sempre secondo la Chirico, di talune inchieste, è stato talmente rilevante che, anche se i casi sono pochi, hanno assunto una grandissima ed esiziale importanza. Non si trattava dunque di una generalizzazione. Sempre la Chirico ritiene che a seconda della posizione politica ci siano delle azioni compiacenti che non si giustificano. Certamente i magistrati votano, ma è strano che a volte abbiano sottolineato la loro posizione politica.

IL PROGETTO COMUNE DEL DIRITTO E LA REPUBBLICA GIUDIZIARIA

Secondo Giorgio Bottani è molto difficile parlare di giustizia in modo serio. Egli ritiene che ci sia un GAP tra la stampa e il sistema giudiziario. Paragona il libro a un Bestiario Medievale, cioè un insieme di eccezioni.

Bottani specifica dunque che le anomalie esaminate non consentono di affermare che il sistema del diritto sia alla deriva, nemmeno che la Giustizia italiana sia a rischio.

Le situazioni esaminate urtano la sensibilità comune, ma non si può parlare comunque di Repubblica Giudiziaria.

 

A cura di Martina Cecco

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