L’Oms ancora al servizio di Pechino: sdoganata la tesi cinese del virus arrivato nei prodotti surgelati

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Concluso il tour guidato degli esperti Oms a Wuhan. Un successone per la propaganda del regime cinese: origine del virus è animale, ma non sanno indicare né quale né come. Approfondiranno. Origine da laboratorio improbabile: non approfondiranno, non ci saranno nuovi studi. Ma intanto sdoganano la teoria cospirazionista di Pechino del virus arrivato nei prodotti surgelati: “ha stato il Capitan Findus” sarebbe possibile, ma la fuga da laboratorio no. E Pechino ci prova: indagine in Cina chiusa, ora cercare l’origine del virus in altri Paesi…

Premessa, o meglio, confessiamo di avere un (pre)giudizio: non c’è modo e non c’è ragione di credere all’Oms dopo i ritardi, i fallimenti e la sudditanza verso Pechino già dimostrati, e documentati, nelle prime cruciali settimane dell’epidemia da coronavirus in Cina. Se anche l’Oms avesse oggi recuperato autonomia e indipendenza di giudizio nei suoi rapporti con le autorità cinesi – e non le ha recuperate, a giudicare dalla totale mancanza di trasparenza sui compromessi e le “regole d’ingaggio” della recente missione a Wuhan – il regime di Pechino avrebbe comunque avuto oltre un anno di tempo per cancellare qualsiasi prova e inquinare la “scena del crimine”. Quindi, anche una missione di scienziati in buona fede, semplicemente non potrebbe arrivare a conclusioni scomode per il Partito Comunista Cinese.

Seconda premessa: è bene chiarire che non si è trattato di una missione solo dell’Oms, ma di una missione congiunta Oms-Cina, da cui scaturirà un rapporto congiunto. I 17 esperti dell’organizzazione infatti non si sono potuti muovere autonomamente, ma hanno partecipato ad un tour guidato dal regime, affiancati da 17 esperti cinesi guidati dal dottor Liang Wannian, che durante la conferenza stampa finale ha presentato le conclusioni dell’indagine insieme (ma intervenendo per primo) al capo delegazione dell’Oms, Peter Ben Embarek.

Com’era prevedibile, quindi, il team Oms che si è recato lo scorso mese in Cina, a Wuhan, per indagare sulle origini del virus, ha sposato tutte le versioni più favorevoli a Pechino. E la vera notizia non è, come leggeremo e sentiremo, che ritiene “estremamente improbabile” l’origine da un laboratorio del coronavirus che ha causato la pandemia. Questo obiettivo minimo, per Pechino, lo davamo per acquisito. Non ci aspettavamo però che il team Oms arrivasse a tanto da sdoganare la tesi cinese della trasmissione del virus attraverso i prodotti surgelati, funzionale a Pechino per allontanare da sé il sospetto e volgerlo su altri Paesi (tra cui l’Italia, come vedremo).

Dunque, l’Oms si è lasciata ancora una volta strumentalizzare dalla Cina, il cui scopo è alzare una cortina fumogena, come si direbbe a Roma “buttarla in caciara”: il virus è di origine animale, ma può essere arrivato da ovunque, e per questo è necessario condurre indagini in altri Paesi. Insomma, Pechino ottiene dall’Oms una solida base per insistere perché ora le indagini si dirigano altrove, al di fuori della Cina.

Ovviamente non c’è nulla di conclusivo, si parla di ipotesi probabili o improbabili. “Abbiamo drasticamente cambiato il quadro? No. Abbiamo aggiunto dettagli significativi? Assolutamente”, ha detto Embarek. Ma intanto, pur non essendoci certezze, il discrimine probabile/improbabile ha effetti molto concreti, quasi definitivi, non solo com’è ovvio a livello di comunicazione: sulle ipotesi dichiarate probabili o possibili ci saranno approfondimenti, si concentreranno gli studi dell’Oms, mentre quelle ritenute improbabili verranno abbandonate. Pensate ad una indagine criminale che venisse aperta ad un anno dal delitto commesso, un detective che arrivi dopo un anno sulla scena del crimine, inevitabilmente alterata, e che formuli diverse ipotesi, ma così, su due piedi, abbandoni del tutto la pista ritenuta meno probabile…

Ma vediamo nello specifico come tutte le conclusioni ricalchino il disegno di Pechino.

Non ci sono prove che il virus circolasse in maniera massiccia a Wuhan, o nella provincia dello Hubei, prima del dicembre 2019. Primo punto a favore di Pechino, che vede confermata la sua versione ufficiale rispetto sia a ricostruzioni giornalistiche che a studi scientifici che retrodatano la comparsa del virus nel Paese.

Riguardo l’origine, quattro le ipotesi prese in considerazione: trasmissione diretta all’uomo, trasmissione attraverso una specie intermedia, trasmissione attraverso prodotti alimentari surgelati; fuga da laboratorio.

L’ipotesi ritenuta “più probabile”, ha spiegato Embarek, è che il nuovo coronavirus sia arrivato all’uomo passando attraverso una specie intermedia. Peccato però che su quale possa essere questa specie animale, dopo un anno gli scienziati non abbiano ancora trovato indizi.

E sembra logico ritenere, dopo un anno, che se fossero emerse prove di un passaggio attraverso una specie intermedia, sia pure solo per smentire le accuse nei suoi confronti Pechino le avrebbe diffuse con la massima pubblicità e la massima celerità possibili. Che gli stessi cinesi abbiano invece preferito puntare sull’ipotesi alternativa della catena del freddo, fa ritenere improbabile proprio l’ipotesi della specie intermedia.

Eppure, nonostante dalle decine di migliaia di campioni prelevati da animali in varie province della Cina (tra cui 50 mila da almeno 30 specie diverse di animali selvatici del mercato di Wuhan) non siano emersi coronavirus corrispondenti a quello responsabile del Covid-19, nemmeno in pipistrelli e pangolini, l’Oms continua a considerare l’ipotesi del passaggio attraverso una specie intermedia la più probabile. Al contrario, nonostante sia verosimile che dopo un anno le autorità cinesi abbiano eliminato tutte le prove di una eventuale fuga da laboratorio, questa ipotesi viene ritenuta improbabile e scartata, mentre viene ritenuta possibile persino l’ipotesi spinta da Pechino, cioè quella della trasmissione attraverso prodotti surgelati. “Sappiamo che il virus può sopravvivere nei cibi surgelati, ma al momento non sappiamo ancora se da questi cibi può trasmettersi all’uomo. A questo proposito servono maggiori ricerche”, ha spiegato Embarek definendola comunque una ipotesi “possibile”.

Ragion per cui il cinese Liang ha avuto buon gioco a insistere che ora le indagini non debbano essere “vincolate ad alcuna località”. Un approccio sposato esplicitamente nel rapporto congiunto con l’Oms, in cui si raccomanda di cercare prove di circolazione del virus prima del dicembre 2019 ovunque emergano: “Può essere emerso attraverso un percorso complesso, un percorso che può aver richiesto molto tempo e aver attraversato i confini”, ha spiegato Embarek.

Rispondendo ad una domanda riguardo gli studi che hanno ipotizzato la circolazione del virus in altri Paesi, tra cui l’Italia, prima del dicembre 2019, la virologa olandese Marion Koopmans, membro del team Oms, ha premesso che non ci sono prove chiare in questo senso, ma citando la letteratura specifica e i database disponibili, e facendo espressamente riferimento all’Italia, dove casi di contagio vengono fatti risalire da alcuni studi addirittura a “fine novembre” 2019, ha aggiunto che “questo tipo di informazioni sono parte di quelle che abbiamo raccolto, controllato e incluso nelle nostre raccomandazioni per il prossimo passo. Quello che vogliamo dire è che dovremmo cercare prove per una precedente circolazione ovunque ci siano indicazioni, e questo tipo di indicazioni possono arrivare da questo tipo di letteratura”.

Non è nemmeno certo che quello del mercato di Huanan sia stato il primo focolaio. Anzi, ci sono stati anche contagi non legati a questo mercato, ma ad altri mercati di Wuhan, e non legati ad alcun mercato. “Non è stato il primo luogo dove è stata individuata l’infezione”, ha detto il dottor Liang, sostenendo che il primo caso accertato è dell’8 dicembre e non aveva collegamenti, mentre è del 12 dicembre il primo caso legato al mercato. Altro punto a favore di Pechino, perché indebolisce il nesso tra il mercato di Huanan, il luogo della prima importante diffusione del virus, e il vicinissimo (e segretissimo) Istituto di Virologia di Wuhan, sede degli studi di Shi Zhengli, numero due dell’istituto, soprannominata “Batwoman” per le sue ricerche sui coronavirus dei pipistrelli che abitano le profonde e sperdute caverne dello Yunnan.

Come dicevamo, “estremamente improbabile” invece viene ritenuta l’ipotesi della fuga da laboratorio, quindi su questa non ci saranno studi futuri, ha spiegato Embarek. Ma perché? Perché gli incidenti di laboratorio sono considerati “eventi molto rari”. In tal caso, dovrebbe essere un virus esistente o già noto, ma gli esperti dell’Oms hanno appurato che in nessuno dei laboratori di Wuhan era presente il virus del Covid (già, ma oltre un anno dopo…). E comunque hanno trovato i laboratori in buone condizioni e nel pieno rispetto delle norme (sempre dopo oltre un anno dall’ipotetico incidente), affermazione contraddetta da informazioni di intelligence Usa. “Abbiamo esaminato l’Istituto di Virologia di Wuhan ed è molto improbabile che qualcosa possa sfuggire da un posto simile”, ha sostenuto Embarek.

Forse anche perché, come riportato dal Wall Street Journal, uno dei membri del team Oms, lo zoologo britannico Peter Daszak, che indaga sulle origini del virus anche per The Lancet, ha legami professionali di lunga data con l’Istituto di Virologia di Wuhan, avendo collaborato in particolare proprio con la “Batwoman” Shi Zhengli sui virus dei pipistrelli.

Un’altra ipotesi favorevole a Pechino e sdoganata dal team Oms è che i pipistrelli portatori del virus responsabile della pandemia potrebbero non essere cinesi, ma di altri Paesi.

Guarda caso, se unite tutti i puntini di questa conferenza stampa, vi accorgerete che il combinato disposto tra ipotesi probabili (origine animale, ma nessuna prova nelle decine di migliaia di campioni prelevati da decine di specie animali in ben 31 province cinesi), ipotesi possibili (prodotti surgelati), ipotesi estremamente improbabili (fuga da laboratorio), ed esclusione di focolai a Wuhan prima di dicembre 2019 (mentre secondo alcuni studi stava circolando già altrove), porta l’origine del virus fuori dalla Cina, proprio come vorrebbe far credere il regime di Pechino. “Il lavoro in Cina è terminato, ora bisognerà cercare risposte altrove”, ha concluso infatti il dottor Liang.

Di Federico Punzi in ATLANTICO QUOTIDIANO QUI

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