Rimedi per frenare l’ingerenza dei partiti politici nella giustizia e nell’amministrazione, sulle orme di Marco Minghetti

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113° serata di Lodi Liberale per parlare di: “I partiti politici e la loro ingerenza nella giustizia e nell’amministrazione” il libro di Marco Minghetti pubblicato da Società Libera, insieme a Carlo Guarnieri (Professore di Sistemi Giudiziari Comparati presso l’Università di Bologna), Raffaella Gherardi (Professore di Storia delle Dottrine Politiche presso l’Università di Bologna) e Stefano Bruno Galli (Professore di Storia delle Dottrine Politiche presso l’Università degli Studi di Milano).

Si parla di un gigante della politica italiana. A lui l’associazione Lodi Liberale ha dedicato la tessera del 2018.

Fu ricordato per l’aver fatto inserire e per aver raggiunto l’obiettivo, durante il periodo del suo mandato, della Parità di Bilancio: il faro guida di ogni amministratore dovrebbe infatti essere quello di riuscire a far tornare i conti, ma lo Stato centrale per molti versi non si cura di guardare il lato sostenibile delle politiche economiche.

“Il Buon governo è un tema ricorrente della politica. In un’epoca di generico malcostume a Minghetti è meritorio riconoscerlo” spiega Lorenzo Maggi, presidente di Lodi Liberale.

Marco Minghetti nasce l’8 novembre 1818 a Bologna: suo padre, Giuseppe Minghetti, era un ricco possidente e la madre, Rosa Sarti, proveniva da una famiglia borghese di ideali politici liberali. Marco ebbe una sorella Alma (prima moglie di Valentino Amici quindi di Eugenio Vecchietti) e un fratello, Filippo.

Un Liberale doc che è stato trascurato nella memoria storica. Parlarne serve per valorizzarne la figura.

Potrebbe adunque il pregio di fare una rivista di tutte le leggi e di tutti i regolamenti vigenti nel Regno collo scopo chiaro di cancellare ogni disposizione che vincoli la spontaneità del citadino e non sia necessaria all’ordine sociale. E di cotali disposizioni se ne troverebbero non poche, le quali possono essere tolte di mezzo nel senso di lasciare maggior libertà al privato, senza che perciò ne corra alcun pericolo l’andamento della cosa pubblica”. Marco Minghetti inPartiti politici e la loro ingerenza nella giustizia e nell’amministrazione”.

“Già dal 1986 riconosciuto a livello accademico come intellettuale di ampia prospettiva politica e culturale, come politico europeista, ha tenuto in serbo uno sguardo verso gli Stati Uniti d’America. Ma è evidente che Minghetti fu dimenticato dallo studio filosofico politico.” Secondo quanto constata la Prof.ssa Raffaella Gherardi il pensatore ha avuto spesso risalto accademico ma non ha avuto sufficiente fama, nonostante l’importanza di alcuni temi, che fanno parte anche della politica contemporanea, specialmente in fatto di morale e di diritto.

Come mai sia poco ricordato

Quello che emerge dall’esperienza della destra storica e della sinistra liberale che sono lo sfondo di questo politico, è che l’impegno non ottiene sempre un riconoscimento. La causa della caduta del suo governo, nonostante il successo del metodo, ad esempio, fu anche e proprio il Pareggio di Bilancio.

Scienze politiche e la loro scientificità

“La sua costante battaglia polemica è contro quelli che egli definisce politicanti che o sono preda dei loro specifici interessi o comunque finiscono – se si agganciano a principi generali astratti validi per tutti i tempi e tutti i luoghi – per diventare degli arruffapopolo. La politica va studiata senza pregiudiziali di sorta, senza ideologie astratte, e si contamina costantemente con l’analisi della realtà attraverso il nuovo metro delle scienze. Questa sarebbe la sfida lanciata da Minghetti ai partiti politici.” Spiega Gherardi.

Un patrimonio politico e letterario da conservare

“Minghetti salva il sistema parlamentare, come imprescindibile nella società contemporanea: la complessità della politica è l’unico sistema per battere quelle che sono le ideologie. Secondo il pensatore l’unico modo per difendersi è uno studio scientifico della politica. Questo non per dire che i tecnici debbano essere al potere, ma per misurarsi con parametri certi, contro le ideologie pregiudiziali, i sistemi compiuti che non prevedono un rapporto con la realtà e gli arruffapopoli.” Ha detto.

L’uomo di Stato deve saperne di scienza, lo scienziato politico e sociale deve essere pronto a misurarsi con la realtà effettuale. L’opera in questione viene immediatamente recensita da un grande giurista e quindi politico. Vittorio Emanuele Orlando.

“Le opere di Minghetti vengono sempre recepite per sottolinearne il concetto metodologico, che consiste nella preparazione del politico che – in Italia – non sembra mai dedicarsi allo studio fattuale delle applicabilità delle scelte politiche. Lo Stato ha un ruolo proporzionale a quello del cittadino, oppure no? Quale il ruolo della Chiesa? Si chiede Minghetti.”

Il decentramento amministrativo post unitario, ovvero l’idea di regione

Uomo politico di esperienza, portavoce del decentramento amministrativo, che presenta prima dell’Unità d’Italia. Non lo presenterà però immediatamente dopo, poiché la situazione non consentiva. Guardava al contesto internazionale confrontandosi, consapevole che nessuno di quei sistemi era applicabile all’Italia!

“Ogni partito tende naturalmente ad esercitare un’ingerenza indebita nella giustizia e nell’amministrazione, e ciò al fine di conservare e di estendere la sua propria potenza.” Cit. Marco Minghetti

“Quanto maggiori sono le attribuzioni che si vogliono dare ad un Ente locale, tanto bisogna assicurarsi ch’esso abbia le forze corrispondenti a bene reggerlo. Dico le forze non solo morali, ma materiali: cosicché l’ordinamento dei comuni e delle provincie si collega indissolubile all’ordinamento loro finanziario”. Ibidem

Le analisi empiriche e il confronto con il dato fattuale in politica

“Minghetti si basa sull’analisi empirica: utilizza concetti e ne fa una comparazione con i paesi stranieri, tenuti presenti come punti di riferimento. Così il libro di Minghetti va inserito nel contesto in cui operava, consistente in un periodo di transizione istituzionale, l’Ottocento. Parliamo dei sistemi che si sono formati sotto dei regimi assoluti, in transizione verso la gestione costituzionale. Si trattava per la precisione di togliere la discrezionalità del Sovrano, per andare nella direzione del principio dei diritti. Questo è il punto che mette in crisi i liberali ottocenteschi, che si trovano a dover intervenire su corpi che non possono dare immediatamente tutte quelle garanzie. Fatto salvo il Piemonte, fino al 1859, nessuna regione italiana era pronta per divenire costituzionale.” Spiega il Prof. Carlo Guarnieri.

Nel 1861 i liberali hanno dovuto affrontare contemporaneamente le due fasi dell’unità di Stato: per questo siamo di fronte a nomine politiche, interventi ministeriali che inizialmente sono necessari ma poi diventano pretesto per interventi di tipo partigiano; in questo modo si mette a rischio l’imparzialità dei giudicanti e si cancella la garanzia dei giudicati. Controversie e nei confronti dei privati, e nei confronti del potere. Per questo Minghetti diviene importante in Italia: la regolamentazione delle assegnazioni, promozioni, trasferimenti, concorre a dare un quadro pulito del lavoro del Giudice. Ha detto.

Un politico in anticipo o una nazione in ritardo?

Servirà, ad esempio, oltre mezzo secolo per arrivare ad una Facoltà di Scienze Politiche strutturata e riformata e libera dall’ingerenza dei regimi e della politica in sé.

In tema di libertà della Magistratura invece va ricordato che col Fascismo il processo della riforma si ferma, poiché anch’essa viene inserita in un assetto gerarchico.

Attualismo di Minghetti

“La nostra Magistratura viene reclutata in età molto giovane, viene inserita nel corpo e viene socializzata all’istituzione, dove impara il mestiere. In passato questo avveniva sotto l’orientamento dei magistrati più anziani, in quanto ritenuti più competenti, questo era l’assetto continentale. Grande differenza vi è coi paesi anglosassoni, dove i Giudici non sono scelti tra i neolaureati, ma tra gli avvocati più esperti che possono essere parte delle Corti superiori e di una certa carriera.”

“La differenza tra i paesi anglosassoni e il continente è notevole: il bagaglio professionale dei primi è molto più colmo e non ci sono prelazioni in termini di gerarchia interna, anche se in entrambi i casi si parla di un gruppo ristretto di persone, che si gestiscono autonomamente.”

“Oggi vi è il Governo autonomo della magistratura (CSM). Ma il CSM -come dalle cronache – ha comunque trovato gli stessi ostacoli e ha avuto la stessa facoltà nell’effettuare nomine e promozioni. Si è ricreata una situazione per cui promozioni e sanzioni sono gestite a discrezione. Ciò mette a repentaglio l’immagine della imparzialità del Giudice e la garanzia di giustizia dei destinatari finali.”

Una società può progredire, arricchirsi, giganteggiare col minimo d’ingerenza del governo … a questo restringimento dee mirare per gradi come ad intento nobilissimo, in quantocché lascia ognor più largo campo all’attività spontanea dell’uomo e ne solleva la dignità”. Marco Minghetti in “I partiti politici e la loro ingerenza nella giustizia e nell’amministrazione

Il pensiero di Minghetti secondo Galli

Una serata importante quella che ricorda Marco Minghetti, in quanto è un pensatore europeo relegato senza giustificazioni nel dimenticatoio, ma per il quale, al contrario, serve un sentimento di gratitudine. Un pensatore di eccezione, come Matteucci, Bobbio, Miglio e pochi altri.

“Il 13.30.1861, in Parlamento, mentre presenta i primi 4 disegni di legge come Ministro degli Interni per la gestione amministrativa del Regno, descrive il momento come un fatto così grandioso che non ha precedenti nella storia. Questo diceva Minghetti. Egli sosteneva la Delega alle periferie territoriali, in tutela della diversità, quando immaginava questa Costituzione a catena: partendo dal Comune, grande invenzione della Valle del Po, immaginando le Provincie come consorzi di comuni e le Regioni come consorzio di provincie; ma in quel  momento il dibattito è ancorato a un articolo del 1952 su un Almanacco, che parla dell’anatomia delle regioni italiche, 16, che sarebbero poi assunte da Pietro Maestri come riferimento.”

“I territori – secondo Minghetti – con un consorzio di provincie, avrebbero potuto stare con chi preferivano, e questo è un concetto molto diverso rispetto alla strada che ha preso invece la moderna amministrazione italiana, che dal 1865 decide per la struttura amministrativa basata sull’esperienza del Regno di Piemonte e Sardegna che sostanzialmente si è imposta, di conseguenza, declinandosi su tutta la penisola.”

“Questo accordo perverso con il Regno delle Due Sicilie che avevano a che fare con lo Stato centrale, mentre tutto il resto d’Italia era considerato come la periferia della penisola, è consistito nel “mettere sulle spalle di un gigante il vestito di un nano”. Il progetto di espansione di Casa Savoia era basato su un’annessione consensuale per cui sarebbe stata necessaria un’azione referendaria- La soluzione consortile avrebbe dato una risposta che tutelava le sfumature e le tradizioni storiche e civili.”

Le Regioni “minghettiane” del 1861 come organo transitorio

“A quest’intuizione sarebbe stato fedele per tutta la vita: decentrare, formare una giurisdizione autonoma, depotenziare, sulla base della sua esperienza politica del 1861: questo è un grande libro sul tema della divisione dei poteri, che intercetta proprio sulla base dell’esperienza diretta il necessario cambio di passo che bisognava fare in quel ventennio fino al 1881; da un parlamento subalpino a un parlamento nazionale, oltre la destra e la sinistra storica. Minghetti vive ^dal di dentro^ un processo di profonda trasformazione e lo intercetta proprio dal punto di vista del suo ponderato pensiero.” Spiega il Prof. Stefano Bruno Galli.

La sua sensibilità è molto grande e cercava di dottrinarla nel suo libro. John Stuart Mill e Alexis de Tocqueville erano due suoi maestri.

Luigino Compagna scriveva su Minghetti con un parallelo, che parla di come il consenso popolare avesse un ruolo simile a quello attuale, dove la degenerazione del sistema partitico si riflette sulla degenerazione del sistema parlamentare, laddove e nonostante l’Articolo 67 della Costituzione reciti che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Davvero i partiti lavorano per l’interesse generale del Pese?

Minghetti ci fa riflettere su questo tema: cioè se la politica lavora per il perseguimento del bene comune, laddove prevalgano gli interessi dell’uno o dell’altro partito, ben lontano dall’interesse generale, ovvero come si potrebbe constatare anche riguardo alla nostra politica attuale.

Il federalismo fiscale in Minghetti

Miglio scrive su Minghetti in tema di sensibilità regionaliste, in un libro: “L’asino di Buridanodi Gianfranco Miglio edito dalla Neri Pozza nel 1999 che inquadra come avanguardia in tema di problematicità della politica moderna, e ancora attuale.

Grazie a Marco Minghetti l’Italia diventa un modello sia per quanto concerne la politica e lo studio delle regioni, in Germania, che in merito alla politica economica italiana, nella cultura oltralpe, che riconoscono il percorso alle spalle. Erano gli anni sessanta.

Egli rivendica il metodo razionale ed il metodo storico, e lo stesso Minghetti non sarebbe concorde con il riprendere in mano i suoi progetti e quindi riattualizzarli. E’ il parere della Prof.ssa Gherardi.

Rimane vivo il suo metodo di rinuncia alla politica degli schemi.

A cura di Martina Cecco

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