Covid 19. Uscire dal modello produttivista e della crescita economica

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I contagi da Covid 19 aumentano e il rischio di lockdown è concreto. Lo è già in numerosi Paesi europei e del mondo.

La Fase 2, in Italia, ha messo al primo posto l’economia. Quella che vorrebbe rilanciare anche Confindustria, con un pacchetto di proposte di macelleria sociale, presentato all’assemblea annuale.

Un pacchetto di proposte che parlano di flessibilità nei licenziamenti; meno controlli fiscali; contratti di lavoro ancora più flessibili; una scuola che formi non la persona ma una persona funzionale al lavoro; una sanità sempre più privata e meno pubblica.

Il modello statunitense, in sostanza, che negli USA ha ampiamente fallito e lo si è visto proprio in tempi di pandemia.

Con l’introduzione di misure peraltro meno drastiche, in Francia, i Gilet Gialli – sostenuti dalla maggioranza della popolazione – hanno messo a ferro e fuoco l’intero Paese per oltre un anno. In Russia, dopo le riforme liberali, attuate dal governo, Putin ha drasticamente perso consensi.

In Italia ancora siamo silenti. Addormentati. Si protesta solo per presunte “dittature sanitarie”.

La crescita economica non è e non può essere illimitata. Gli interessi sui debiti, poi, non sono nemmeno matematicamente pagabili e generano continui spirali di sfruttamento. Aspetti che i liberal capitalisti si ostinano a non voler comprendere o che se comprendono, si ostinano a non volerle ritenere delle patologie.

La sfida che abbiamo davanti, con una nuova ondata di contagi e con un futuro sempre più incerto sia in ambito sociale che economico, ci imporrà, diversamente, un cambio radicale di mentalità, sistema sociale e economico. Diametralmente opposto rispetto a quello prospettato da Confindustria.

Vivere del necessario; sostegno alla sanità pubblica; blocco del pagamento di mutui e bollette; servizi pubblici nazionalizzati e di diretta pertinenza della comunità; lavorare il necessario e per meno tempo (con conseguente risparmio di risorse, di emissioni inquinanti, consentendo alle persone di avere maggiore tempo libero); reddito universale garantito a tutti e progressivo superamento del sistema monetario (che genera spirali inflazionistiche, interessi sui debiti, schiavitù del lavoro stesso); introduzione di forme di baratto; autoproduzione e autogestione del lavoro; superamento dell’industrializzazione (aspetto che la pandemia stessa potrebbe accelerare, specie con fisiologici lockdown); uso intelligente delle tecnologie per permettere tutti questi aspetti.

E’ chiaro che non esisteranno più ricchi, a questo punto. E nemmeno classe medio-alta. Ma non esisteranno nemmeno più poveri. Nessuno potrà né dovrà essere più ricco di qualcun altro, in quanto le risorse sono limitate e devono essere non già redistribuite, ma condivise e utilizzate dalla comunità nel suo insieme.

Aspetti peraltro già descritti nel secolo scorso dall’antropologo socialista Marcel Mauss (1872 – 1950), il quale scrisse il “Saggio sul dono”, proponendo una economia fondata sul dono, praticata peraltro ancora oggi in società arcaiche e matriarcali, che hanno rifiutato ogni insana modernità e ideologia del progresso.

Un’economia fondata su un forte senso di responsabilità, di comunità e di reciprocità, articolata in tre momenti: dare, ricevere e ricambiare.

Mauss spiegò fra l’altro, nel suo saggio, come le società arcaiche considerassero – a differenza di quelle moderne e fondate sulla crescita economica illimitata – i raccolti in eccesso, delle assolute catastrofi. Una volta soddisfatti i bisogni di ciascuno, quindi, dal raccolto in eccesso non si doveva trarre assolutamente alcun profitto (identificato anche nella società moderna come l’interesse sul capitale o usura), bensì andava donato ad altri, ritualmente – attraverso una cerimonia sacra – oppure distrutto.

Un’economia fondata sul profitto è quindi destinata a implodere, in particolare in situazioni di emergenza ecnomica o sanitaria e stiamo già iniziando a vederlo, specie con l’aumento di una disoccupazione che da tempo era già endemica.

Ad oggi, un fenomeno molto pericoloso e totalmente sottovalutato, rimane peraltro l’accumulo di grandi capitali nelle mani di pochi e soprattutto di pochi che controllano settori sensibili, quali quello delle telecomunicazioni. Molto pericoloso il fatto che esistano monopoli o oligopoli come Google, Microsoft, Facebook, Twitter, Apple, Amazon, per non parlare di grandi società di telecomunicazione. Oligopoli che in questo periodo di emergenza sanitaria hanno accumulato ulteriori profitti.

I settori chiave dell’economia, fra cui questi, dovrebbero essere nazionalizzati e controllati direttamente dai cittadini/fruitori, anche in quanto raccolgono dati altamente sensibili legati alla privacy e come tali non dovrebbero rimere nelle mani di privati o di società quotate in borsa, che si arricchiscono sulle spalle di moltitudini di utenti e cittadini.

Altri settori chiave che andrebbero nazionalizzati, oltre a quello del credito e dell’energia, anche quello delle case farmaceutiche, che diventerà sempre più un settore sensibile e delicato e che non potrà essere più oggetto di profitto da parte delle multinazionali e di imprese private.

Ad oggi nessun governo ragiona in tali termini (per quanto esistano realtà socialiste che li hanno in parte già attuati) e non vi sono discussioni in tal senso, ma ciò è davvero molto serio e grave.

Occorrerà, in sostanza, sovvertire tutto e molto probabilmente le stesse sfide che ci stanno vedendo protagonisti, ci obbligheranno a farlo.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

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