Se viene da sinistra non è mai odio: lo strabismo ideologico della campagna contro l’hate speech

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L’ennesima strumentalizzazione: presunti odiatori (sempre di destra) possono diventare oggetto di odio da sinistra

Con l’affermazione e il successo mediatico delle sardine è tornata alla ribalta la battaglia contro l’odio. Una battaglia apparentemente neutra, per non dire positiva, ma che ad un’analisi più profonda mostra delle profonde contraddizioni che la rendono quantomeno sospetta. Il problema che sta affiorando con il passare del tempo riguarda due aspetti intimamente connessi: il significato del termine “odio” e la modalità con cui deve essere combattuto.

Identificare l’odio risulta talvolta complesso, e spesso la sua definizione dipende da criteri soggettivi ed eccessivamente arbitrari che possono ledere la libertà di espressione. Ad esempio, gli slogan “Porti chiusi” e “Prima gli italiani” potrebbero essere tacciati di odio, mentre l’espressione ubriacone, usata da Zingaretti dopo i fatti del Papeete, potrebbe essere accettata. Se non si trovano dei princìpi entro cui iscrivere con chiarezza cos’è l’odio e cosa non lo è, si rischia di scivolare in un pericoloso strabismo ideologico che giustifica gli attacchi del proprio fronte, anche se facilmente incriminabili, e denuncia con fermezza quelli del fronte nemico.

Provando a risolvere una questione a dir poco spinosa con una generalizzazione piuttosto grossolana, si potrebbe affermare che la politica odierna necessiterebbe di un linguaggio più moderato e meno aggressivo, capace di superare i toni iperconflittuali. Discorso che vale per Salvini e la Meloni, che ci hanno abituato a dichiarazioni decisamente sopra le righe, ma anche per i loro avversari che ne denunciano le intemperanze linguistiche. E qui veniamo alle modalità con cui va combattuto l’odio. Perché se è bene auspicare una moderazione nel linguaggio, non si vede perché chi si propone di combattere l’odio possa usare un linguaggio altrettanto aggressivo. Si pensi alla locuzione “bestia populista” utilizzata a più riprese dalle sardine per descrivere Salvini e i suoi alleati. Adoperando un’espressione simile, il nobile intento di dotare la politica di toni più sobri, viene meno. E soprattutto la denuncia dell’odiatore diventa a sua volta odio. Quasi che il presunto odiatore, in quanto tale, possa essere odiato.

In questo senso, la foto delle sardine al fianco di Oliviero Toscani risulta una grave gaffe mediatica ma non del tutto sorprendente, visti i precedenti. Farsi ritrarre al fianco del notissimo fotografo significa approvare più o meno indirettamente il suo linguaggio, esemplificato da alcune uscite non proprio pacifiche nei confronti di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Il primo descritto come un travestito per via dell’utilizzo delle divise della polizia, la seconda bollata come una ritardata, brutta e volgare. Un autogol pesante per chi ha più volte dichiarato di aver a cuore la riforma del linguaggio della politica. E che apre una serie di interrogativi riguardo alle loro iniziative. Soprattutto dopo l’uscita con cui Toscani, raccontando il confronto con le sardine, ha sostenuto che a breve Salvini sparirà. Un’espressione ancora una volta aggressiva, che potrebbe essere facilmente inserita nella sfera semantica dell’odio.

Alla luce di questi episodi, viene da chiedersi se la battaglia contro l’odio sia autentica o se sia un paravento dietro il quale coprire gli attacchi a nemici che, in quanto presunti odiatori, possono diventare oggetto d’odio. Se così fosse, saremmo di fronte ad un’astuta strumentalizzazione della denuncia dell’odio, utilizzata subdolamente come arma nello scontro politico.

Di Martino Loiacono in ATLANTICO QUOTIDIANO QUI

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