Rifugees

0
699

MARTINA CECCO

I fuochi di ribellione che scoppiano in Italia per chiedere più diritti umani? Come i crateri di un vulcano, sono espressione della attività del nucleo terrestre. Capita di trovarsi in situazioni in cui è difficile trovare una spiegazione, che accadono semplicemente intorno a noi e assumono il valore che ciascuno di noi vuole dargli.

Mi riferisco in questo caso al sintomo della migrazione: persone che in massa decidono per volontà o obbligo di spostarsi dalla loro terra natale e di darsi una destinazione altrove che li porta ad abbandonare lo stato in cui sono nati per andare a chiedere ospitalità in altri stati, simili o completamente diversi da quello di origine: immigrati non regolari o chiamateli pure rifugiati, se pare più adatto.

La attuale normativa europea ha allargato molto le maglie sul concetto di rifugiato e sulle possibilità di accoglienza di persone che, per motivi politici, religiosi o razziali, non possono rimanere a vivere nel luogo in cui sono nati e sono obbligati a spostarsi sul pianeta alla ricerca di un luogo che li possa ospitare e eventualmente accogliere. E tutti gli stati europei sono chiamati a rispondere in ugual misura.

Siamo al centro di un sistema globalizzato, che prevede per ogni azione una reazione naturale e spontanea, che fa sì che ogni mossa politica che si esprime attraverso convenzioni, trattati, guerre, accordi, abbia delle conseguenze dirette sugli stati che ne firmano e ne convalidano la esistenza.

Attualmente l’asse economico si è spostato, lo viviamo attraverso quello che ci viene venduto come “crisi” da un vecchio sistema tripolare basato sulla esperienza Europa-USA, Cina-Est, Paesi in via di Sviluppo a un sistema unico che interessa i tre vecchi poli in un solo piatto che avrebbe dovuto avere il merito di rendere uguaglianza economica tra le nazioni, ma che di fatto sta solo dimostrando che la competitività rimane un vantaggio di chi possiede la ricchezza, mentre diventa insostenibile per chi non ha nulla.

Allo stesso modo vi sono stati dei cambiamenti politici notabili che hanno spostato le linee rosse di confine sovranazionale principalmente dalla Mitteleuropa all’Euro-mediterraneo complice la nascita della Europa Unita, hanno abbassato le barriere dell’ex Unione Sovietica complice la fine della Guerra Fredda e la indipendenza degli stati della unione, riacceso il confine ideologico Islam/Cristianità dopo l’11 settembre e in seguito alle operazioni militari che hanno visto cadere i principali regimi dittatoriali dando il via a quella che viene chiamata Primavera Araba, rimesso in gioco il sistema Nord/Sud America grazie a un miglioramento relativo dei rapporti tra le nazioni; tutto questo lasciando accesi dei fuochi di combattimento a cielo aperto che si concentrano nelle polveriere storiche del sistema mondiale, come la Palestina, l’Uganda, il Niger.

Storicamente è dimostrato che le zone cerniera del sistema mondiale, cioè dove sono in atto cambiamenti economici o politici di grande portata, sono al centro di eventi e fatti sociali determinanti, che sono la chiave per la soluzione dei conflitti di interesse delle nazioni coinvolte. Allo stesso modo, ragionando per logica geografica, intorno ai territori di conflitto si crea al contrario un sistema a cuscinetto utile principalmente al contenimento dei conflitti e al riequilibrio del sistema.

Il fenomeno migratorio in questo contesto, altro non è se non il sintomo del cambiamento che parte da una nazione e che arriva, proprio attraverso i migranti, a coinvolgere anche nazioni che non sono interessate direttamente dal problema, ma ne vivono invece gli effetti secondari: ogni guerra ha dei profughi, ogni crisi economica ha dei migranti, ogni sviluppo comporta delle povertà.

La logica del contrasto è per certi versi interessante, non fosse che attualmente l’Italia sta vivendo contemporaneamente quattro grandi eventi storici di portata mondiale, per cui rimane schiacciata in un meccanismo che la indebolisce notevolmente, potremmo dire oltre il limite delle sue possibilità.

Siamo dunque interessati da un evento storico e politico importante: lo spostamento dell’asse politico sulla linea Euro-mediterranea, siamo stati interessati direttamente dal fenomeno migratorio dovuto alla Primavera Araba in quanto nazione di confine, abbiamo sulle nostre spalle il carico della Crisi Economica americana in quanto parte della Unione Europea, infine abbiamo appena lasciato alle nostre spalle il carico della rinascita dell’Est europeo.

Non che l’Italia sia il centro del mondo, tuttavia vuoi per motivi geografici, trovandoci territorialmente interessati ai grandi cambiamenti della nostra epoca, vuoi per motivi politici e militari in quanto retaggio delle passate guerre, vuoi per motivi economici poiché interessati a vario titolo in parecchie nazioni del mondo fuori dall’Europa (un esempio può essere la Libia, ma possiamo enumerare anche la Romania, il Brasile, l’Argentina, ovviamente gli USA, etc..) l’Italia è sempre stata coinvolta in tutte le operazioni economiche e militari o politiche che hanno contribuito a cambiare l’aspetto della geopolitica internazionale.

Tutti questi impegni e tutto questo carico di responsabilità se da una parte sono merito riconosciuto, hanno fatto sì che rispetto ad altri paesi europei, interessati magari solo ad alcuni di questi cambiamenti epocali o anche a nessuno in particolare, qui si senta di più il peso delle povertà proprie e altrui e si riesca a stabilire con più certezza il limite tra i vantaggi e gli svantaggi di essere coinvolti come parte attiva in un processo di riequilibrio geopolitico internazionale.

Non si può dire che gli italiani siano rimasti “sotto” la globalizzazione, si può però dire con un certo margine di sicurezza che per certi versi siano stati gabbati dalla storia, al punto che da portarne addosso le conseguenze uno per uno, vedendo diminuire la ricchezza nazionale, arrancare il sistema di controllo economico e a rischio gli ammortizzatori sociali.

Tutta questa passione non deve però ingannarci a tal punto da chiudere gli occhi su alcuni concetti semplici e diretti per i quali vale la pena spendersi: il primo principio è la unità nazionale, per la quale l’interesse di uno stato deve essere prima di tutto quello di garantire la stabilità di governo e la stabilità economica interna a garanzia di un accettabile livello di benessere, da cui dipendono direttamente la crescita culturale e sociale e la pace; il secondo concetto è quello della legalità, per cui è necessario e sufficiente che ogni cittadino italiano, nativo o migrante, sia portatore di un senso civico e di un patrimonio di conoscenza e applicazione delle regole che vigono nello stato che servono per mantenerlo in una situazione di normalità e che si comporti in conseguenza a quanto è legittimo.

Possiamo leggere la storia da diversi punti di vista, alla luce dei quali uscirne come delle vittime o come dei carnefici, vincitori o perdenti. Tuttavia il contesto in cui l’Italia si trova attualmente è precisamente quello di una terra vulcanica, in cui dei crateri lavorano in seguito a forze che non dipendono solo ed esclusivamente dalla nazione, ma sono al contrario frutto di esperienze contigue che in Italia trovano modo di manifestarsi. Perciò è doveroso fare in modo che i due concetti fondamentali per la sopravvivenza di uno spirito nazionale competitivo e positivo siano realizzati, battendoci per fare in modo che il modello italiano diventi un esempio da imitare e non una barriera da abbattere.

Lo vogliate o no l’Italia ha un grande merito, che è quello di essere la nazione in cui più anticamente si è incarnato il valore della democrazia, prima in tutte i cambiamenti epocali, il primo impero, i primi viaggi oltreoceano, le prime colonie, il primo sistema democratico, specularmente a quanto invece è successo agli Stati Uniti, nati per ultimi e per questo meno appesantiti da un passato ereditato senza troppe difficoltà, selezionando dall’Europa quello che interessa e eliminando ciò che non piace. Per questo motivo l’Italia ha anche il destino di essere pioniera nel processo di completamento del mercato globale, ed è bene che ritorni a prendersi ciò che di diritto le spetta, senza lasciarsi influenzare dalle politiche estere, che dell’Italia, hanno solo da imparare.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome