Il padre nobile e i cliché della politica

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MARTINA CECCO

Da tempo non si sentiva parlare del ruolo del “padre nobile” in politica, cioè di quella persona che, per capacità ed esperienza, si fa carico di accompagnare dei “delfini” all’agone, perché siano pronti ad affrontare le difficoltà e l’impegno di un servizio svolto per la nazione. Il “padre nobile” ha un senso ovunque, dalla piccola elezione comunale alla grande elezione di governo, tuttavia è una figura che raramente si pone ad essere nel modo contemporaneo di interpretare la sfida elettorale.

In Italia il Governo, composto da Camera e Senato, ha una struttura basata principalmente sul principio elettorale della democrazia, che dipende necessariamente dal voto e dai risultati elettorali, unito al sistema di attribuzione dei seggi, per cui ai voti corrisponde assegnazione alle coalizioni di “posti” da ricoprire, a cui ulteriormente si aggiungono i senatori a vita, che per merito o per avere servito la Repubblica nel ruolo di Presidente, hanno diritto a una carica duratura.

Il ruolo del “padre nobile” dovrebbe dunque essere ricoperto da politici che hanno alle spalle una carriera utile per il paese, tale da essere di insegnamento ai giovani politici che intendono sostituirsi ai precedenti in vece di capo o di riferimento per i partiti.

In questi giorni il termine è tornato in circolo dacché è stato usato dal Cavaliere per definire una sua possibile missione di accompagnamento per i suoi più fedeli giovani che intendono candidare alla Presidenza del Consiglio, ma da tanti questo fatto è stato ignorato, come tutte le cose belle che saltuariamente escono dai programmi di partito.

Il “padre nobile” non candida, non partecipa all’agone, ma viene riconosciuto uniformemente dal suo partito come anima e spirito guida che insegna agli altri a condurre un movimento, è una persona che ha dalla sua parte una esperienza notevole, molte cose da insegnare e tante cose da dire, anche se non più in prima persona, bensì in disparte.

E’ grave che con tutti i partiti che abbiamo in Italia possiamo contare sulle dita di una mano coloro che hanno deciso di darsi realmente all’insegnamento dell’Ars Politica, come la si dovrebbe imparare, mettendosi in disparte ancorché forti e decisi, ma già maturi, in favore dell’interesse sovrano di governo.

I nostri ministri in primo luogo, ma anche i nostri senatori, a maggior ragione, a tutto sembrano disposti, meno che a farsi insegnanti di metodo e di ragione ai nuovi politici. Eppure, poiché da tempo si è visto che le scuole di politica non sempre partoriscono dei politici, come le agorà della discussione non sempre partoriscono democrazia, mai come adesso, una occasione perfetta e unica per mettere un punto al passato e ripartire da quello che di buono è rimasto, il ruolo del “padre nobile” è una figura da rivalutare, di tutto rispetto e specialmente utile alla politica giovane e alla nazione .. che prima o poi .. vogliate o no .. dovrà per forza rinnovarsi .. non vorremmo essere, come sempre, l’impreparato che esce per malore per evitare il compito in classe o la interrogazione.

Letture consigliate in tema: José Maria Aznar “Lettera ad un giovane spagnolo” con prefazione di Gianfranco Fini e sulla traduzione di Vittorio Bonacci

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Giornalista e blogger. Collaboro con il web in rosa di Donnissima. Dirigo Secolo Trentino e Liberalcafé. Studio Filosofia indirizzo Storico presso l'Università degli Studi di Trento.

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